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A Kabul l’apartheid di genere

Il 15 agosto 2021 i talebani ripresero il controllo dell’Afghanistan, dopo l’abbandono da parte degli Stati Uniti. E la situazione delle donne è sempre più drammatica

5 Settembre 2024 Marianna Gatta  778

“L’Afghanistan ha ritrovato la sovranità. Siamo in pace con tutti, tranne con chi minaccia l’emirato”, sostengono i talebani da quando sono tornati al potere, tre anni fa. Ma sembra che siano in guerra con le stesse donne afgane. Secondo l’Unesco i talebani hanno impedito a 1,4 milioni di ragazze l’accesso all’istruzione secondaria, mentre è aumentato il numero dei matrimoni precoci e delle donne al di sotto della soglia di povertà, impossibilitate a svolgere mansioni lavorative. E non basta: il 21 agosto, a pochi giorni dall’anniversario del rientro a Kabul, la guida suprema, Hibatullah Akhundzada, ha promulgato una legge sulla “promozione della virtù ed eliminazione del vizio”, che nega alle donne diritti fondamentali come la libertà di movimento o di espressione. Il ministero, che porta lo stesso nome della legge (in arabo Amr bil-Maruf), ha sede nel luogo che, fino all’agosto 2021, ospitava il ministero per gli Affari femminili, chiuso prontamente dalle nuove autorità.

Seguendo una rigida e radicale interpretazione della Sharia, le direttive, degne di una distopia di Margaret Atwood, impediscono alle donne di uscire di casa a volto o corpo scoperto, di guardare gli uomini con cui non sono imparentate, di viaggiare senza un “guardiano” sui mezzi di trasporto. Perfino la loro voce viene considerata awrah, ossia parte intima e privata, e perciò non può essere ascoltata in pubblico.

Il 27 agosto, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto l’abrogazione immediata della legge “vergognosa” e “inaccettabile”. Varie organizzazioni internazionali hanno denunciato il lungo elenco di disposizioni repressive che questa legge impone alle donne. Metra Mehran, donna afgana e consulente di genere e politica per lo Strategic Litigation Project dell’Atlantic Council, insieme con un ampio movimento per i diritti delle donne, ha lanciato l’appello “End Gender Apartheid”, chiedendo di riconoscere la discriminazione di genere come crimine contro l’umanità nel diritto internazionale. Mehran ha denunciato che novantacinque dei circa centocinquanta decreti emessi dai talebani, dal loro insediamento, riguardano le donne. “La discriminazione di genere in Afghanistan non è solo un atto sociale o culturale” – ha detto Metra Mehran –, “è un regime sistematico e istituzionalizzato di sottomissione in cui le donne sono legalmente bandite e represse”.

Secondo gli osservatori internazionali, la legge del 21 agosto è inoltre un pretesto per fornire alle guardie morali poteri pressoché illimitati e reprimere ogni forma di dissenso. Controlli a tappeto, ispezioni a sorpresa di telefoni e computer personali: la polizia del regime (Muhtaseeb) avrà la possibilità di verificare, e potrà procedere all’arresto delle cittadine e dei cittadini sospetti, trattenendoli fino a tre giorni senza formali denunce. Questi provvedimenti sembrano voler legalizzare la sorveglianza capillare sulla parte di popolazione che, prima del 2021, non aveva simpatie per il movimento fondamentalista islamico.

Per quanto il governo di Kabul abbia recentemente aperto un dialogo, presentandosi per la prima volta in giugno ai colloqui promossi dall’Onu a Doha, le posizioni oltranziste dei talebani non devono meravigliare. Basti pensare che il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio è stato istituito per la prima volta, nel 1929, dal re Nadir Khan, e poi reintrodotto negli anni Novanta dai talebani, durante il loro primo emirato. Fin dall’inizio, nel progetto degli studenti delle scuole coraniche afgane, c’era l’intento di “purificare” il Paese, reintroducendo le ferree regole della Sharia. Queste leggi, del resto, scandiscono i tempi delle donne afgane di molte zone rurali del Paese, rimaste intoccate, o attraversate solo militarmente, dall’occupazione statunitense.

Dovrebbe invece stupire che le forze occidentali, che hanno partecipato all’estenuante guerra in Afghanistan, non agiscano per contenere i danni fatti alla popolazione nel corso di decenni. Non bisogna dimenticare che i veicoli militari che hanno sfilato il 14 agosto di quest’anno, nell’ex base americana di Bagram per la celebrazione dell’anniversario, sono vecchi carri armati sovietici e mezzi confiscati ai militari statunitensi e britannici. Chi ha fatto del Paese terra di conquista e di contesa tra attori internazionali ha portato il movimento fondamentalista ad accrescere potere e consenso.

Come sappiamo, molti storici leader dei talebani facevano parte dei mujaheddin, i gruppi armati sostenuti dagli Stati Uniti, che combatterono contro l’invasione sovietica alla fine degli anni Settanta. Si stima che, nel 1987, gli Stati Uniti avessero fornito alla guerriglia islamica 65000 tonnellate di armi, e aiuti economici fino a 470 milioni di dollari, attraverso un’operazione dal nome in codice Operation Cyclone, coordinata dalla Cia tra il 1979 e il 1992.

Se formalmente le agenzie appoggiavano la Repubblica democratica dell’Afghanistan, i servizi segreti pakistani, alleati degli Stati Uniti, credevano che un governo estremista di stampo sunnita avrebbe esercitato una pressione contro il vicino Iran sciita, e avrebbe costituito un freno a un eventuale nuovo interesse della Russia. Nel 2001, poi, l’Occidente aprì un’altra stagione di guerra. Vent’anni di posizioni confuse, isolamento tra regione e regione, e attacchi aerei che hanno ucciso più di duecentomila afgani, hanno certamente contribuito a radicalizzare una parte della popolazione.

Oggi l’Afghanistan è in pace ma non è affatto sicuro. Perciò fa discutere la recente decisione del governo tedesco (che strizza l’occhio all’estrema destra dell’AfD) di espellere e rimpatriare ventotto cittadini afgani accusati di atti criminosi. Il Paese attraversa una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, con più di metà della popolazione (23,7 milioni di persone) che necessita di aiuti, secondo i dati dell’Onu. Nell’altissimo numero di rifugiati afgani in tutto il mondo, si contano migliaia di donne. “Per noi in ballo c’è la vita di ogni ragazza che avrebbe dovuto concludere le scuole superiori, e non può farlo. Anche se riaprissero le scuole, tra due o tre anni, molte ragazze non tornerebbero indietro”, ha ribadito Mehran in un’intervista: “La traiettoria della vita delle donne e delle ragazze in Afghanistan è irreversibile”.

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