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Iran tra equilibri internazionali e sollevazione popolare

Che cosa succede a Teheran? Per tentare di rispondere a questa difficilissima domanda, non si può che partire da quanto è accaduto a Beirut, prima linea di tanti conflitti mediorientali, soprattutto di quello definito tra sunniti e sciiti, e in realtà tra iraniani e sauditi. Due opposte visioni egemoniche, che coinvolgono alleanze e scontri. Beirut, sotto il controllo di Hezbollah e degli alleati dell’Iran, ha trovato un accordo con Israele sullo sfruttamento dei giacimenti mediterranei di idrocarburi che riguardano entrambi i Paesi. Un confine terrestre riconosciuto tra i due Stati non appare pensabile da decenni, ma c’è ora quello marittimo. I lavori per sfruttare le grandi ricchezze recentemente scoperte possono cominciare. E Hezbollah, spina nel fianco di Israele in nome e per conto dell’Iran, è d’accordo. Basta provocazioni, ora si evitano attriti di terra per dare serenità alle trivellazioni bilaterali nel mare.

Per qualcuno è l’inizio di una libanesizzazione di Hezbollah. Il Libano è un Paese con l’acqua alla gola: si diffonde il colera, si muore di fame, nessuno sa più come vivere. Poteva quindi permettersi di non firmare un accordo che dà una prospettiva agognata da tutti, avere qualcosa da mangiare almeno una volta al giorno? Siccome però è difficile pensare che Hezbollah abbia detto di sì solo per questo, e non anche perché Teheran ha approvato la scelta, occorre capire i motivi del sì. Teheran non rinuncia alla sua propaganda, è normale; e annuncia al morente Libano il generoso invio di un dono in greggio. Il Paese è alla paralisi. Dunque una scelta di “amicizia” solidale. Tempistica interessante, ma fa capire che c’è dell’altro, ovviamente.

La guerra, le sanzioni e lo spettro della stagflazione

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La crisi energetica in Germania tra economia e politica

La pietra dello scandalo sarebbe una gigantesca turbina Siemens, a lungo rimasta in Canada per una complessa riparazione, ma necessaria, secondo i russi, per...

Iran in crisi

Com’è noto da molto tempo, l’Iran è un Paese sottoposto a fortissime sanzioni economiche, dovute al suo programma nucleare. L’accordo raggiunto con la comunità internazionale sul nucleare iraniano, ai tempi della presidenza Obama, preludeva a un allentamento delle sanzioni. Ma poi l’amministrazione Trump ritenne quella scelta controproducente e pericolosa, e ritirò la firma degli Stati Uniti. Il governo che aveva raggiunto l’accordo, definito moderato nel senso di disponibile a rapporti non conflittuali con la comunità internazionale, e in particolare con Washington, perse le elezioni presidenziali del 2021; fu eletto l’attuale presidente Raisi, definito un falco, contrario a ogni miglioramento dei rapporti con la comunità internazionale, e in particolare con Washington.

Dopo una lunga riflessione, l’esecutivo di Raisi ha deciso di tornare a sedersi al tavolo dei negoziati per riportare in vita l’accordo firmato da Obama, e ritirato da Trump, comunemente definito come una rinuncia al nucleare in cambio della rinuncia alle sanzioni. Essendo l’Iran uno dei principali produttori mondiali di petrolio, il ritorno del suo greggio sul mercato petrolifero sarebbe molto rilevante. L’accordo con l’Iran è stato definito, dall’inizio della presidenza Biden, una delle priorità dell’amministrazione americana, che si è presentata con una scelta senza precedenti. Il presidente, infatti, ha negato colloqui di ogni tipo al principe della corona saudita Muhammad bin Salman, ritenuto responsabile dell’atroce delitto del giornalista e dissidente Khashoggi.

Divergenze tra Putin e la governatrice della Banca centrale russa

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Durante la guerra fredda non c’era bisogno di cercare alleati. I due grandi blocchi, quello statunitense e quello sovietico, già sapevano di chi si...

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Sanzioni sì, sanzioni no: a partire dal caso Cuba al Senato

Ieri la questione “embarghi” e “sanzioni economiche” ha animato la seduta di Palazzo Madama con una buona notizia per Cuba e per l’autonomia della politica estera italiana, seppure contraddittoria se si approfondisce cosa è accaduto. Il Senato, infatti, ha approvato due ordini del giorno. Una mozione con prima firmataria Paola Nugnes (Sinistra italiana) che prende netta posizione contro l’embargo a Cuba, e chiede al governo di impegnarsi in tutte le apposite sedi internazionali per la fine del blocco economico statunitense unilaterale contro L’Avana. Un successo per Cuba: 115 voti favorevoli, 81 astensioni. Il secondo ordine del giorno, primo firmatario Luca Ciriani, capogruppo di Fratelli d’Italia, è stato approvato ugualmente con 173 sì, 12 no e 9 astenuti: chiede sanzioni selettive, pure nel caso cubano (in favore di “diritti civili e politici”), assieme a una revisione generale del sistema delle sanzioni, in modo da poter tutelare meglio le imprese italiane sui mercati internazionali senza che “siano pregiudicate da governi stranieri”.

Il tema “sanzioni” e “diritti umani”, in piena epidemia Covid, era tornato di attualità pochi giorni fa quando la delegazione italiana aveva votato contro la risoluzione, presentata al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, sulle ripercussioni negative delle sanzioni economiche sulle popolazioni civili, soprattutto in tempi di Covid. La risoluzione era a firma di Cina, Stato di Palestina, Azerbaigian e Movimento dei Paesi non allineati (con l’eccezione di Colombia e Perù). La mozione approvata – con 30 voti favorevoli, 15 contrari e 2 astenuti – censurava lo strumento sanzioni in quanto danneggia la qualità della vita delle singole popolazioni, e quindi dei diritti umani.