Durante la guerra fredda non c’era bisogno di cercare alleati. I due grandi blocchi, quello statunitense e quello sovietico, già sapevano di chi si potevano fidare e chi, volente o nolente, era al proprio fianco. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica, tutto si è dissolto e i confini geopolitici del momento sono stati ridisegnati dal potente di turno, ovvero dagli Stati Uniti. Ma da allora le cose sono cambiate. Ed è per questo che lo scoppio della guerra tra la Russia e l’Ucraina sta costringendo il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a far emergere dall’ambiguità quei Paesi che le sanzioni non le hanno votate e che si sono astenuti. Insomma, a cercare appunto nuovi alleati.

Lunedì scorso il capo della Casa Bianca ha incontrato virtualmente il primo ministro indiano, Narendra Modi,con il fine di spingere il grande Paese asiatico a rallentare l’acquisto di petrolio russo, la cui importazione è valutabile finora in almeno tredici milioni di barili di greggio. Più alto di tutto l’anno scorso, quando l’ammontare complessivo fu di sedici milioni di barili. Si tratta, ancora una volta, di una situazione complessa dal punto di vista geopolitico: Washington vuole stringere rapporti più forti con New Delhi per allontanarla sia dalla Cina sia, ovviamente, dalla Russia, sua maggior fornitrice di armi; Modi è l’unico leader dell’alleanza Quad (Stati Uniti, Giappone, Australia e appunto India) a non aver imposto sanzioni contro Putin.

Ma non sarà facile per chi governa a New Delhi abbandonare un rapporto fatto, se non proprio di amicizia, di rispetto reciproco maturato nel corso degli ultimi decenni. Ricordiamo che quando l’Unione sovietica invase nel 1979 l’Afghanistan per sostenere il governo comunista insediatosi a Kabul, l’allora premier indiano Yuli Vorontsov non usò mezzi termini nel condannare la scelta imperialista di Mosca. Ma questa politica cambiò quasi subito con l’arrivo al potere di Indira Gandhi e dei socialisti. Il nuovo governo ribadì la classica politica dei Paesi “non allineati”, dei quali l’India era uno dei principali rappresentanti, e dunque “né condannare né approvare”.

Ora la Storia si ripete. I grandi eventi di questo primo scorcio di secolo – globalizzazione, terrorismo, Cina e via dicendo – non hanno cambiato questo approccio. Non si tratta, dunque, di un’alleanza, bensì di un “rapporto speciale”, mantenuto tale anche alla fine dello scorso anno quando Putin aveva già cominciato ad ammassare truppe ai confini dell’Ucraina, e che non è venuto meno neanche ora, in piena guerra tra Kiev e Mosca.

Per Ugo Trambali, giornalista, senior advisor dell’Ispi (Istituto studi di politica internazionale) e membro dell’Iai (Istituto affari internazionali), “questa dell’aggressione russa all’Ucraina, è una stagione che l’India non poteva prevedere e che sperava di non dover affrontare”. Un evento che mette a rischio la cosiddetta all-weather partnership, un rapporto resistente a tutte le stagioni politiche, come lo definì la Bbc. Da qui la decisione di astenersi sulle sanzioni. Dunque né contro Mosca, né contro Kiev e Washington che, in questa fase bellica, sono praticamente la stessa cosa, checché ne dicano giornalisti e osservatori. Sempre Trambali ricorda come la Gran Bretagna “andandosene nel 1947, lasciò come eredità al subcontinente la democrazia, ma poco altro fra le cose materiali, necessarie per un Paese povero che vuole avviare il suo sviluppo. Fu l’Unione sovietica – ricorda il ricercatore – che, quasi a fondo perduto, costruì l’industria pesante indiana: acciaierie, settore della difesa, centrali idroelettriche, strade, porti”. 

Ma nello stesso tempo l’India non può restare indifferente al mantenimento dell’alleanza con gli Stati Uniti, e viceversa. “La partnership con l’India risulta ormai un elemento imprescindibile della politica estera americana (il primo partner commerciale di New Delhi sono gli Stati Uniti) dice Giovanni Chiacchio, collaboratore della testata online “Geopolitica.info” – Nuova Delhi rappresenta, infatti, un importante contrappeso non solo alla Repubblica popolare cinese, ma anche al Pakistan, ormai considerato sempre più come uno stato sponsor del terrorismo da parte di Washington. A dimostrazione di questo la Casa Bianca – aggiunge Chiacchio – ha evitato di applicare le sanzioni contro New Delhi previste dal Caatsa Act a seguito dell’acquisto del sistema antiaereo russo S-400”. 

In tutto questo, non può non inserirsi il nodo cinese. Tra i due giganti asiatici si trascina da decenni la querelle riguardante, da un lato, il controllo indiano della valle di Galwan rivendicata da Pechino; e, dall’altro, la regione dell’Aksai Chin, in quella parte del Ladak, controllato dai cinesi e rivendicato dall’India. Ma questa disputa potrebbe passare in secondo piano di fronte alla guerra in corso.

Lo scorso 24 marzo, il ministro degli esteri cinese Wang Yi, si è improvvisamente recato nella capitale indiana dove ha incontrato il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Ajit Doval, e il suo omologo Subrahmanyam Jaishankar. Rispetto al conflitto relativo ai confini, il capo della diplomazia cinese è stato chiaro: “Le questioni sui confini devono essere risolte, ma non devono influenzare le relazioni bilaterali” tra i due Paesi. Il tentativo del Dragone è di attrarre l’India nel progetto di un’Asia bipolare – ricordiamo che si tratta di due Paesi dotati dell’arma atomica –, sulla base di “una storia millenaria di scambi culturali”, con il fine evidentissimo di allontanare la patria di Gandhi dalla Casa Bianca.

Citato da “Repubblica”, Yogesh Gupta, ex ambasciatore indiano in Danimarca, ha raccontato al “South China Morning Post che “Wang sta esplorando se esistono le possibilità che l’India possa prendere le distanze dagli Stati Uniti e unirsi a Russia e Cina in una sorta di gruppo, per dividere e indebolire il Quad”, organismo, come già detto, realizzato in chiave anticinese. Venuta meno la vecchia ostilità tra l’Urss, ora Russia, e la Cina, si potrebbe ora creare un terzetto minaccioso nei confronti dell’Occidente, costituito al contempo dalla più grande democrazia del mondo, e da due dittature, sia pure con sistemi politici diversi. Per l’India, vada come vada, da sempre forte della propria neutralità, le cose sono destinate a cambiare radicalmente. Il rinnovato protagonismo di una Russia a suo tempo avvilita dal presidente Eltsin – che certo la guerra potrebbe comunque mettere a rischio –, e l’emergere prepotente della potenza cinese, stanno già ridisegnando il pianeta. Il conflitto tra Mosca e Kiev ha dato un’accelerazione alla realizzazione di un nuovo ordine mondiale, all’interno del quale gli Stati Uniti vogliono cogliere l’occasione per riprendere il comando del mondo. Ma la sfida è ardua, e la presenza di almeno tre o quattro superpotenze non lascerà spazio alle smanie di un Biden alla ricerca disperata di consensi. Servirebbe una Yalta del Ventunesimo secolo; ma per avere una qualche speranza che si realizzi tutti dovrebbero uscire sconfitti da una guerra che viene da lontano.

Nella foto: il primo ministro indiano Narendra Modi