Com’è noto da molto tempo, l’Iran è un Paese sottoposto a fortissime sanzioni economiche, dovute al suo programma nucleare. L’accordo raggiunto con la comunità internazionale sul nucleare iraniano, ai tempi della presidenza Obama, preludeva a un allentamento delle sanzioni. Ma poi l’amministrazione Trump ritenne quella scelta controproducente e pericolosa, e ritirò la firma degli Stati Uniti. Il governo che aveva raggiunto l’accordo, definito moderato nel senso di disponibile a rapporti non conflittuali con la comunità internazionale, e in particolare con Washington, perse le elezioni presidenziali del 2021; fu eletto l’attuale presidente Raisi, definito un falco, contrario a ogni miglioramento dei rapporti con la comunità internazionale, e in particolare con Washington.

Dopo una lunga riflessione, l’esecutivo di Raisi ha deciso di tornare a sedersi al tavolo dei negoziati per riportare in vita l’accordo firmato da Obama, e ritirato da Trump, comunemente definito come una rinuncia al nucleare in cambio della rinuncia alle sanzioni. Essendo l’Iran uno dei principali produttori mondiali di petrolio, il ritorno del suo greggio sul mercato petrolifero sarebbe molto rilevante. L’accordo con l’Iran è stato definito, dall’inizio della presidenza Biden, una delle priorità dell’amministrazione americana, che si è presentata con una scelta senza precedenti. Il presidente, infatti, ha negato colloqui di ogni tipo al principe della corona saudita Muhammad bin Salman, ritenuto responsabile dell’atroce delitto del giornalista e dissidente Khashoggi.

Da mesi, l’intesa sembra raggiunta: tutte le fonti a nostra disposizione convengono nel dire che ciò che andrebbe scritto, nel nuovo testo sul nucleare iraniano e le sanzioni, sarebbe stato definito. Ma l’accordo non c’è – e, col passare del tempo, sembra allontanarsi sempre di più. Si è scritto che l’ultimo scoglio sarebbe stato la definizione dei pasdaran, guardiani della rivoluzione, come entità terrorista. Teheran avrebbe vincolato la firma alla rimozione dei pasdaran dall’elenco dei cattivi. Trattandosi del soggetto politico militare più forte, nell’Iran di oggi, il punto è rimasto in ombra, ma non è stato sbloccato. La questione non può essere sottovalutata, come molti hanno fatto, declassandola a fatto simbolico. Perché i simboli contano, per Teheran come per Washington.

Inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche dall’amministrazione Trump, i pasdaran sono un corpo speciale dello Stato. Non possono essere terroristi, dice Teheran. Eppure ci sono un’infinità di attentati nei quali vengono ritenuti coinvolti. Inoltre, il peso economico dell’apparato militare-industriale dei pasdaran è cresciuto a dismisura negli ultimi anni: soprattutto nell’epoca delle sanzioni sono loro che hanno plasmato e gestito il nuovo volto “grigio” dell’economia iraniana.

Se questo, come sembra, è lo stallo, non si può più parlare di semplice stallo. L’Iran è un Paese sconvolto da eventi che non hanno precedenti, la protesta dilaga in ogni città, a cominciare dalla capitale. Le dimissioni del ministro del Lavoro, Hojatollah Abdolmaleki, pochi giorni fa, ne sono una conferma. È stato travolto dalla contestazione. Il suo cavallo di battaglia era il netto rifiuto di ogni investimento straniero in Iran. Non proprio la ricetta ideale, in un tempo di crisi come questo.

L’inflazione che galoppa a livelli da due cifre mensili – un tasso incredibile, se si prova a immaginarlo su base annua – ha messo sul lastrico i pensionati, gli insegnanti, gli impiegati pubblici, i mercanti dei grandi bazar iraniani. Ma i primi a scendere in piazza, indicando il problema politico che pone la crisi economica, sono stati gli studenti. La durezza degli apparati di sicurezza non ha spento la brace, che è rimasta. E da settimane le proteste dilagano. Per quattro giorni i pensionati hanno manifestato al grido di “meglio morire che vivere senza dignità”. Lo sciopero degli insegnanti non ha slogan meno accesi. L’allarme è diventato rosso quando gli insegnanti sono scesi in piazza, contemporaneamente, a Teheran, Ahvaz, Sari, Rasht, Sanandaj e Kermanshah. Secondo le voci delle piazze iraniane, gli apparati di sicurezza, a cominciare proprio dai pasdaran, arresterebbero i manifestanti per estorcere confessioni compromettenti. L’accusa però rimane la stessa: è quella di avere messo sul lastrico tutti i ceti medi, che davanti a un’inflazione del genere sono finiti nel tempo di Raisi – cioè in un anno – sotto la linea di povertà.

In questo quadro sociale, la spesa, certamente ingente, anche se nessuno può dire che abbiano ragione i think tank internazionali che la collocano a sedici miliardi di dollari annui, per le operazioni militari all’estero, gestite soprattutto dai pasdaran, non può che essere un tema politico di prima grandezza per gli iraniani, precipitati in una simile crisi economica. L’esportazione della rivoluzione a molti interessa meno dell’importazione del benessere, come dimostrano le dimissioni di Abdolmaleki.

Nonostante il recente cessate il fuoco nello Yemen, pochi vedono un quadro in evoluzione positiva. La maggior parte delle analisi verte sui nodi internazionali, tutt’altro che irrilevanti. I teatri di conflitto sono innumerevoli. Ma è il fronte interno che impone a Teheran di scegliere. Il viaggio di Biden a Riad, dove tra meno di un mese incontrerà quel bin Salman con cui, dal giorno della sua elezione, non ha voluto neanche parlare, sembra dire che il tempo rimasto è poco. Il grande attrito islamico, in realtà, è la contesa tra Iran e Arabia saudita. Siamo al dunque?