Guerra in atto e pandemia niente affatto conclusa rendono le polemiche italiane sull’aumento delle spese militari un chiacchiericcio. Ci sarà l’ennesimo voto di fiducia chiesto da Draghi, o altra soluzione parlamentare, a fare testo e a dare il via libera all’aumento del budget militare auspicando una politica di difesa su scala europea. Intanto, Giuseppe Conte vede legittimata la sua leadership su ciò che rimane dei 5 Stelle, con il 94% nel referendum interno e con il suo alzare la voce cercando di recuperare la radicalità delle origini. Come risponderà il ministro Lugi Di Maio, che su guerra e armi marcia come un soldatino, è un dettaglio che interessa solo chi è ancora grillino.

Il problema non è perciò la precarietà degli equilibri di governo – destinati a restare tali fino alle elezioni politiche del 2023 –, quanto piuttosto l’atteggiamento politico nei confronti della guerra Russia-Ucraina. Forse l’Italia tornerà in gioco se si dovesse scegliere la linea della soluzione di Paesi garanti della neutralità e della sicurezza dell’Ucraina (il negoziato in corso in Turchia); non c’è dubbio, però, che finora il governo Draghi (come il Pd) non abbia brillato per iniziativa in campo europeo. Il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto maggiore protagonismo e visibilità, provando a convincere Putin alla trattativa e parlando con le parti in conflitto (grazie al ruolo avuto da Macron nell’ultimo mese, quasi sicuramente sarà lui l’inquilino riconfermato all’Eliseo nelle prossime elezioni di aprile in Francia).

Il governo italiano non ha avanzato invece iniziative autonome, o in collaborazione con altri Paesi, e non si è esposto neppure dopo la gaffe di Joe Biden a Varsavia, quando il presidente a stelle e strisce ha detto che Putin non deve più governare a Mosca, facendo balenare l’ipotesi di un cambio della guardia al Cremlino come obiettivo immediato (Macron e Scholz, a differenza di Draghi e Di Maio o del piddino Letta, hanno invece manifestato almeno il loro imbarazzo).

Nel non protagonismo del governo italiano, e dell’Unione europea in quanto tale, hanno spiccato per fantasia politica le proposte del guastatore Matteo Renzi: prima l’idea che possibile mediatrice del conflitto potesse essere Angela Merkel a nome dell’Europa, poi, più di recente, quella di “una soluzione alla Trentino Alto Adige che garantisca autonomia e libertà, l’Europa prenda una iniziativa diplomatica, non lasciamo la responsabilità del dialogo solo a Turchia o Cina”. Questo sforzo di fantasia o iniziativa poteva essere appannaggio del Pd o delle forze socialiste europee. Invece, da quel versante, hanno colpito inerzia e analisi non particolarmente originali di quanto sta accadendo.   

Il vincolo fattuale, ma non detto, di quello che accade in Ucraina è che la voglia di risposta all’invasione di Putin non può essere l’interventismo di guerra caro alla maggioranza dei commentatori. Potrebbe esserci solo nel caso limite che fossero attaccati Paesi appartenenti alla Nato (per esempio, Polonia e Repubbliche baltiche), o nel caso di incidenti nei pressi delle centrali nucleari in territorio ucraino. Di Putin si può pensare tutto il male possibile (“criminale”, “macellaio”, “novello Hitler”), tuttavia se si persegue il cessate il fuoco e la pace bisognerà pure negoziare con lui – a meno che a Mosca non accada qualcosa per ora non prevedibile. In caso contrario, è lecito pensare ad altri scenari (guerra prolungata, guerriglia in Ucraina, golpe a Mosca).

Certo, è deprimente assistere da un mese inerti e sbigottiti a invasione, bombardamenti, uccisioni, milioni di profughi, senza potere fare nulla. È la contraddizione del nostro tempo nel teatro geopolitico europeo, dove la deterrenza nucleare funziona ancora, a differenza di quanto è accaduto in Libia, Afghanistan, Iraq. Al cessate il fuoco e al negoziato non esistono alternative, a meno di non pensare al peggio. Le notizie che arrivano dai negoziati in Turchia fanno ben sperare.