In un recente articolo apparso su “ciperchile.cl”, lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez – già vicepresidente del primo governo sandinista, e ora in esilio per evitare il carcere in cui vorrebbe chiuderlo il suo ex compagno di lotta Daniel Ortega – parla dell’estesa varietà della sinistra latinoamericana. Nel richiamare le sue varie anime, Ramírez stila una lunga lista, in cui compaiono quelle forze che in passato hanno imbracciato le armi e lottato per la rivoluzione, quelle che hanno dato vita a una sinistra populista che ha cercato di perpetuarsi al governo, una sinistra nostalgica, un’altra accademica, per concludere con quella nuova sinistra che è alle prime prove di governo in Cile. “Però – continua lo scrittore – ciò che un esame vicino più accurato ci lascia vedere è la divisione tra sinistra autoritaria e sinistra democratica. Tra quella che considera anatema tutto ciò che si opponga all’egemonia di un solo partito, o di un solo leader, e quella che cerca di salvare se stessa affermando la sua fedeltà alla democrazia senza aggettivi, che consente di eleggere liberamente i governanti, e aderisce al rispetto delle libertà pubbliche e dei diritti umani, né democrazia proletaria né democrazia borghese. La democrazia”.

A spingere Ramírez a scrivere la sua nota, suscitando una certa eco nella sinistra latinoamericana, è stata l’aggressione decisa da Putin nei confronti dell’Ucraina. Un fatto che è stato vissuto con grande sorpresa nel subcontinente, le cui reazioni a livello statale sono andate dalla netta condanna di Paesi come Colombia, Cile e Guatemala, alla solidarietà degli alleati storici, Nicaragua, Cuba e Venezuela. Con un certo numero di nazioni – Perù, Ecuador, Honduras, Messico e, per ultima, l’Argentina di Alberto Fernández – che hanno chiesto la fine delle ostilità e l’inizio di un negoziato.

Quando lo scorso 2 marzo l’Assemblea generale dell’Onu ha votato la mozione che chiedeva alla Russia di mettere fine all’attacco, la maggioranza dei Paesi latinoamericani si è espressa a favore, astenuti Bolivia, Cuba, El Salvador e Nicaragua. Non ha potuto votare il Venezuela, perché non in regola con i pagamenti della sua quota di adesione all’Onu. Tutto sommato un imbarazzo in meno per Maduro, che pur dipendendo totalmente dal grano russo, vede con crescente interesse il recentissimo riavvicinamento degli Stati Uniti che, per colpire Putin, potrebbero preferire il suo petrolio. È pur vero che il presidente venezuelano, del resto in buona compagnia, ha denunciato le provocazioni degli Stati Uniti e della Nato, assicurando di capire la sindrome di accerchiamento della Russia. Ma ciò non ha spinto nessuno, nemmeno tra i più fedeli a Mosca, a disconoscere il diritto internazionale, o a rinunciare a chiedere una soluzione pacifica e il dialogo.

Se Cuba e Nicaragua, pur tra alti e bassi, sono storicamente legate alla Russia, le strette relazioni della Bolivia risalgono ai tempi dei governi di Evo Morales, che ha sottoscritto accordi di collaborazione in campo sanitario, militare ed energetico. L’attuale governo di Luís Arce, già ministro dell’Economia di Morales, non si discosta dal tracciato.

Quanto a Putin, fin dall’inizio ha promosso accordi commerciali, prestiti a favore di Cuba, fornito armi al Venezuela, e organizzato esercitazioni militari congiunte. Dallo scoppio del Covid-19, con la fame di vaccini, lo Sputnik V è stato venduto ad Argentina, Bolivia, Nicaragua, Paraguay e Venezuela.

L’anno scorso, la bilancia dei pagamenti è risultata a netto favore dei russi, che con l’esportazione di fertilizzanti, acciaio, petrolio raffinato e vaccini hanno portato a casa undici miliardi di dollari. Da parte sua, l’America latina ha venduto loro frutta, verdura, carne e pesce, per una somma di otto miliardi e mezzo di dollari.

Sul piano politico e diplomatico, Putin ha storicamente appoggiato i governi oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti, alimentando un malinteso di cui è vittima soprattutto certa sinistra nostalgica che vede la Russia contrastare l’imperialismo nordamericano. Mentre lo Stato russo è, scomodando Lenin, un comitato d’affari della mafia degli oligarchi che ha spolpato l’apparato economico sovietico, e che opera su input ultranazionalisti tesi alla ricostruzione del grande impero zarista.

Recentemente, il presidente russo ha strizzato l’occhio al Salvador, i cui rapporti con gli Stati Uniti segnano il loro punto più basso da quando Bukele ha introdotto il bitcoin. Quanto a Jair Bolsonaro, passato dall’ammirazione per Trump a quella per Putin, ha fatto visita al presidente russo poco prima dell’invasione per testimoniargli la propria vicinanza. In tutto ciò deve aver pesato la quantità di fertilizzanti – il 69% del suo fabbisogno – che il Brasile, potenza agricola, importa dalla Russia. Ma molto deve avere anche contato la poca simpatia di Biden nei confronti di Bolsonaro. Così, all’indomani dell’inizio della guerra, si è assistito a una sorta di corto circuito nelle alte sfere brasiliane, con l’iniziale dichiarazione di Bolsonaro – “non prenderemo posizione, continueremo a essere neutrali” –, contrapposta alla netta condanna del suo vice Hamilton Mourao.

Un certo imbarazzo ha vissuto pure il presidente argentino Alberto Fernández, stretto tra la minaccia del Fondo monetario internazionale sul debito argentino e la sua vice Cristina Kirchner, che gli fa ormai la guerra. Alla guida di un governo peronista di sinistra, durante la sua visita a Mosca, Fernández ha offerto il suo Paese come porta d’ingresso degli interessi russi nel subcontinente. Poco dopo, i cingolati russi entravano in territorio ucraino costringendo il presidente argentino a una rapida virata.

Al di là delle prese di posizione e dei distinguo dei governi, rimane che l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi ha prodotto il rifiuto generalizzato da parte dell’opinione pubblica latinoamericana, mentre sul piano economico la conseguenza è che sono aumentati i prezzi di metalli, petrolio e prodotti agricoli. A prima vista, ciò farebbe pensare che a beneficiarne siano in primo luogo i Paesi dell’area che producono idrocarburi ed esportano vegetali. E sarebbe anche vero, se non fosse che tale fenomeno va ad aggiungersi all’inflazione e alla scarsa crescita economica. Vista la situazione, le politiche sui tassi di interesse, che le banche saranno costrette ad adottare, avranno l’effetto di frenare la crescita economica, accrescendo il forte malessere sociale con il rischio di proteste popolari. Quanto ai Paesi che pensavano di poter ampliare le proprie relazioni economiche con la Russia, o che da essa in buona parte dipendono – come Venezuela e Cuba –, vedranno aumentare le loro difficoltà per le sanzioni.

Al di là di tutto ciò, l’avventura putiniana ha avuto l’effetto di mettere a nudo le profonde differenze esistenti all’interno della sinistra. Sempre più divisa tra chi fa ancora perno su una visione novecentesca figlia della guerra fredda, e chi invece, come Gabriel Boric in Cile, persegue il fine di “democratizzare la democrazia”.

Evo Morales in Bolivia ha lanciato un appello alla mobilitazione internazionale “per frenare l’espansionismo interventista della Nato e degli Usa”, affermando che l’umanità richiede la pacificazione, laddove il conflitto non è la soluzione e mette a rischio la pace mondiale. Per Evo, l’imperialismo continua a essere appannaggio di una sola parte, quella americana. Il brasiliano Lula, in ciò non molto lontano da Bolsonaro, si è prodotto in un difficile equilibrismo consigliando ai contendenti di abbassare le armi, sedersi a un tavolo e trovare la via d’uscita dal problema che li ha condotti alla guerra.

In questo panorama, la differenza l’ha fatta il giovane Boric che ha denunciato la Russia per aver scelto la guerra, ha condannato l’invasione dell’Ucraina, la violazione della sua sovranità e l’uso illegittimo della forza, e testimoniato la propria solidarietà alle vittime dicendosi impegnato nella ricerca della pace. Così facendo, ha riscattato la sinistra latinoamericana, perché “se la sinistra ha qualche fondamento – ha ricordato Ramírez nell’articolo citato – è l’umanesimo, e le guerre di aggressione sono un crimine”.

Militante del piccolo Convergencia social, con soli quattro deputati e nessun senatore, Boric ha trionfato con il Frente amplio, e ha vissuto un’evoluzione politica, che lo ha condotto dall’iniziale ammirazione dell’esperienza bolivariana in Venezuela alla critica sempre più aspra dell’autoritarismo e alla rottura totale con Chávez e Maduro. Critico di Michelle Bachelet e dei governi della Concertación, che hanno retto il Cile per anni, alternandosi con la destra, ha voluto nel suo gabinetto esponenti dei vecchi partiti che di quello schieramento facevano parte. Contrario a ogni governo autoritario, anche se di sinistra, ha deciso di continuare il più possibile la sua normale esistenza per non distaccarsi dalla gente, e ha scelto il quartiere Yungay dove vive la classe media, come luogo in cui abitare.

Jeanne Simon, politologa statunitense che in Cile vive da vent’anni, ha scritto che Boric appartiene “a una sinistra di classe media e globalizzata. In contrasto con quella del Ventesimo secolo (la sua) è una sinistra sensibile a temi di genere, diversità sessuale e alla plurinazionalità, una tendenza democratica e non populista… Si avvicina a figure come Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti e José Mujica in Uruguay. Crede in uno Stato maggiormente presente che appoggia la cittadinanza”.

Non è un caso se Pepe Mujica, che peraltro lo ha aiutato nella sua campagna, è stato citato da Boric nel discorso dopo la vittoria, quando ha affermato che i cambiamenti devono essere fatti passo dopo passo, puntando su un programma fortemente progressista, senza perdere l’ancoraggio alla democrazia. Nel panorama latinoamericano, Boric rappresenta di certo una novità, proponendo un’idea di sinistra che non rinuncia a trasformazioni profonde – quelle disattese dai governi della Concertación –, senza tuttavia venire meno al rispetto della democrazia, delle sue istituzioni e dei suoi contrappesi. Una sinistra democratica che, anche nel caso ultimo dell’invasione russa, ha saputo riaffermare i valori dell’umanesimo, nei fatti negati invece dalle devianze populiste e autoritarie di quella sinistra che Sergio Ramírez ha chiamato, con penna felice, “giurassica”.