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Cuba sul filo del rasoio

Sotto la minaccia di un’azione militare, ci sono state tuttavia trattative segrete tra l’amministrazione Trump e personaggi legati a Raúl Castro. Una prospettiva alla venezuelana?

12 Maggio 2026 Claudio Madricardo  556

Durante la sua prima presidenza (2016-2020), Trump aveva già varato più di duecento decreti presidenziali per rendere ancora più duro e criminale il bloqueo contro Cuba, deciso unilateralmente dagli Usa nel 1962. Ciò aveva rappresentato una rottura nei confronti dell’amministrazione di Barak Obama, che aveva intrapreso un percorso di apertura diplomatica, tra il 2014 e il 2016, culminato con la sua storica visita all’Avana. Se il primo presidente afroamericano aveva puntato sulla riapertura delle ambasciate, sull’allentamento delle restrizioni ai viaggi, e su una cooperazione riguardo a migrazione e sicurezza, Trump aveva invece invertito la rotta, riportando le relazioni bilaterali nella logica della massima pressione, sancendo la fine del disgelo e il ritorno alla logica del confronto.

Nella sua seconda presidenza, con la pubblicazione della National Security Strategy (NSS) – “gli Stati uniti devono essere la forza preminente nell’Emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e per la nostra prosperità” –, l’America latina, da area di interesse secondaria, è diventata il palcoscenico su cui si svolge il confronto tra l’impero nordamericano, in declino, e l’emergente potenza cinese, già primo partner commerciale di molti Paesi latinoamericani. Rivedendo la sua politica Maga alla luce della Dottrina Monroe, Trump ha deciso di riprendere il controllo del cortile di casa. Con la scusa della lotta al narcotraffico, ha varato l’Operation Southern Spear, che ha causato la morte di quasi duecento persone tra il Pacifico orientale e i Caraibi-Atlantico, a partire dal settembre 2025, in violazione del diritto internazionale e con esecuzioni extragiudiziali. Molti di questi attacchi, condotti dal Joint Special Operations Command, non hanno fornito prove immediate del carico di droga a bordo delle imbarcazioni distrutte, sollevando proteste internazionali sulla loro legittimità e sulla violazione dei diritti umani.

Trump ha poi improvvisamente interrotto i lunghi negoziati con il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, autorizzando il blitz che ha condotto, il 3 gennaio scorso, al rapimento suo e della moglie. E lo stesso giorno in cui le sue forze speciali prelevavano Maduro e Cilia Flores, nel cuore della notte, ha dichiarato che il prossimo passo sarebbe stata Cuba, mentre il suo segretario di Stato ha ammesso che, fosse stato al posto dei governanti cubani, d’allora in poi, sarebbe stato meno tranquillo. Nei confronti della maggiore delle isole delle Antille, Trump ha rafforzato l’embargo economico, e ampliato le sanzioni contro istituzioni governative, partner commerciali e istituzioni finanziarie. Ha limitato ulteriormente l’accesso di Cuba al sistema bancario statunitense, bloccando transazioni e licenze precedentemente concesse. Ha imposto restrizioni sui visti, colpendo anche i medici cubani in missione all’estero. In conclusione, ha sanzionato settori chiave dell’economia cubana, relativamente a energia, difesa, settore minerario, servizi finanziari e sicurezza. Infine, ha convocato una dozzina di presidenti latinoamericani ideologicamente a lui affini e ha fatto loro firmare l’accordo che ha istituito lo “Scudo delle Americhe”, una nuova istituzione pensata per “sradicare i cartelli della droga”. Stranamente, erano assenti i presidenti di Paesi come Colombia, Messico e Brasile, che sul narcotraffico avrebbero avuto qualcosa da dire, ma qualcosa che, con ogni probabilità, non sarebbe stata musica per le sue orecchie.

Da allora, il gangster di Washington si è detto sicuro che Cuba sarebbe tornata, prima o poi, sotto il dominio nordamericano, alternando affermazioni, in cui ha detto che ciò sarebbe avvenuto dolcemente, con vere e proprie minacce di intervento militare. L’avventura iraniana e il blocco di Hormuz lo stanno sprofondando nei sondaggi, e agitare la questione cubana gli può tornare utile. Così, ha cercato di rialzare il suo gradimento presso i cubani statunitensi della Florida, ribadendo che Cuba è “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”. In attesa che cada come una pera marcia – o di poggiare lo scarpone militare sul suolo cubano –, la strangola sul piano energetico, impedendo il rifornimento del petrolio necessario per far funzionare le sue centrali elettriche, peraltro obsolete, i trasporti, l’agricoltura, il rifornimento idrico, gli ospedali e le scuole. Il risultato è che, dalla fine dello scorso gennaio, interrotti i rifornimenti da parte venezuelana e messicana, solo una petroliera russa ha potuto rifornire l’isola con settecentomila barili di greggio, una goccia rispetto alle necessità reali dell’isola.

Per tenersi le mani libere, in vista di ogni soluzione, Trump ha fatto recentemente bocciare dal Senato americano una misura chiesta dai democratici, che gli avrebbe impedito di lanciare un attacco a Cuba senza l’approvazione del Congresso. Riscuotendo il tripudio dei latinos anticastristi, che l’hanno votato in massa, ha ipotizzato l’invio di una portaerei di ritorno dal Medio Oriente a poche centinaia di metri dalla costa cubana come forma di intimidazione. Ma, oltre a costituire una minaccia per il gigante a stelle e strisce, per la propaganda trumpiana Cuba è anche uno Stato fallito, il che spingerebbe gli Usa a uno sforzo di generosità a favore della maggioranza di cubani impoveriti per liberarli, grazie a un’azione militare, da un governo inetto e corrotto, incapace di dare libero sbocco alle loro potenzialità di sviluppo. Ma Cuba non è Haiti, quello sì uno Stato fallito. Cuba, anche in una situazione che è andata sempre più peggiorando dalla pandemia in poi, con la crisi del turismo e, da ultimo, con il tentativo di strangolamento da parte statunitense, è uno Stato che, pur con le limitazioni imposte dalla crisi in atto e dalla caduta verticale del Pil, garantisce i servizi di base.

Da molto tempo, l’isola vive un socialismo burocratico di stampo sovietico, che non ha saputo superare l’esaurimento della spinta rivoluzionaria, introducendo in quel poco che produce – Cuba importa l’80% dei suoi fabbisogni – qualche incentivo per chi lavora, con l’agricoltura che non funziona, e dove solo le piccole realtà agricole private danno risultati. Così, anche quando sono state introdotte riforme importanti, come quella del 2021 delle Mipymes (micro, piccole e medie imprese), oggi uno degli attori più dinamici – e controversi – dell’economia dell’isola, spesso il governo è stato tentato di fare marcia indietro e di ostacolarle. Il non aver intrapreso con decisione la strada verso le riforme ha certo sfavorito gli investimenti dall’estero, e penalizzato la possibilità di incrementare lo sviluppo economico. Ciò si deve, probabilmente, a una mancanza di unitarietà di opinioni da parte della leadership sulle decisioni da prendere, che si sarebbe mossa in una sorta di back and forth in campo economico, spinta, da una parte, dalla necessità di risolvere le strozzature dell’economia cubana, ma frenata, dall’altra, dal timore di distruggere il carattere socialista dello Stato.

Tuttavia, negli ultimi tempi, spinta anche dalle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, e dal sempre più montante malessere dei suoi cittadini – dimostrazioni con cacerolazos sono sempre più frequenti, e qualche caso di violenta protesta è già stato registrato –, Cuba ha intrapreso uno sforzo di riforme. Nel campo energetico, si è impegnata, grazie alla collaborazione dei cinesi, in un grande progetto di fotovoltaico per consentirle di uscire dalla dipendenza energetica dal fossile. Il problema sarà capire quanto questi sforzi siano animati da una reale volontà di dare soluzione ai problemi, e quanto, invece, corrispondano a una tattica di concedere qualcosa, per poi fare, com’è già successo in passato, marcia indietro.

La situazione di grave crisi si deve anche ad alcuni errori commessi dal governo. Uno di questi è stato la riforma del sistema del peso del 2021, che ha generato un fenomeno iper-inflattivo, che ha spinto quasi nove cubani su dieci in condizioni di estrema povertà o “sopravvivenza” (dati dell’Osservatorio cubano dei diritti umani nel 2025). Altri hanno riguardato le scelte del potente agglomerato che fa capo a Gaesa, la holding, appartenente alle Forze armate rivoluzionarie (Far), che si è impadronita dell’economia cubana in quasi tutti i suoi settori redditizi negli ultimi quindici anni, come ha dichiarato, ad Atahualpa Amerise di Bbc World, Emilio Morales, presidente del gruppo Havana Consulting Group.

Secondo Amerise, l’obiettivo iniziale di Gaesa – nato negli anni Novanta, durante il cosiddetto periodo especial – era quello di generare risorse per le forze armate stesse attraverso attività legate al turismo, al commercio estero e ad altri settori che raccoglievano dollari. Con il passare del tempo, tuttavia, questa struttura si è trasformata in un impero economico, una sorta di Stato nello Stato che, secondo quanto pubblicato dal “Miami Herald”, possedeva attività nel 2024 per almeno 17,9 miliardi di dollari, tra cui più di 14,4 miliardi in conti bancari. Ovvero, un patrimonio che, se impiegato, risolverebbe ampiamente il problema energetico cubano. Si deve sempre a Gaesa, che a Cuba incassa tutti i movimenti economici legati al turismo, la scelta di finanziare questo settore già all’epoca in crisi, costruendo nuovi grandi alberghi, a scapito di iniziative in campo energetico e alimentare. Scelte sbagliate, che hanno alienato il sostegno dei cubani al governo.

Nonostante il governo abbia negato all’inizio di avere negoziato con l’amministrazione statunitense, quello che si sa è che le due parti si sono incontrate segretamente. Non si sa quali siano i risultati, ma da tempo è trapelato che Marco Rubio si è incontrato con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto el cangrejo, nipote ed ex capo della scorta di Raúl, quando era presidente di Cuba. Un ruolo di negoziatore pare lo abbia avuto anche il figlio di Raúl, Alejandro Castro Espin, ex capo dei servizi di sicurezza. Una delle richieste dei trumpiani sarebbe la testa di Miguel Díaz-Canel, l’attuale presidente, non molto amato a Cuba in quanto accusato di essere causa della crisi dell’isola. Rubio starebbe puntando a screditare Díaz-Canel e l’attuale ministro degli Esteri, mentre punterebbe a colloquiare con chi controlla la cassaforte di Gaesa, ovvero con quel mondo politico-militare che gravita attorno alla famiglia Castro, il quale potrebbe accettare di condurre l’isola a una transizione verso una nuova realtà economica, finalmente aperta ai capitali americani, potendo anche garantire la sua stabilità.

Come si vede, nelle speranze degli statunitensi potrebbe esserci ancora una volta il modello venezuelano. Nella sua visita a papa Leone, la scorsa settimana, uno dei temi che Rubio ha discusso è stata la sorte di Cuba. Il Vaticano ha sempre esercitato le sue doti diplomatiche sull’isola. Recentemente, l’ha fatto al tempo della visita di Obama, e anche per chiedere la liberazione di alcuni prigionieri “di coscienza”, dopo le manifestazioni dell’11 luglio 2021. Nel contempo, nella grave situazione di crisi, la Chiesa cattolica sì è spesa per portare aiuti alla popolazione stremata, e ha messo la sordina alle proteste antigovernative di qualche suo alto esponente locale, da quando Trump ha cominciato a occuparsi un po’ troppo di Cuba. Non è dato sapere il risultato del colloquio tra i due, ma sembra chiaro che siano rimasti sulle loro posizioni, con Leone che avrà rifiutato un’avventura militare americana, e con Rubio che, poco dopo il colloquio, ancora una volta, ha inasprito le sanzioni.

Nel frattempo, Cuba ha assicurato il suo sostegno al governo, e ha organizzato una raccolta di firme nazionale contro l’intervento statunitense. Dopo una massiccia campagna nei luoghi di lavoro statali, e uno sforzo – isolato per isolato – da parte dei rappresentanti di quartiere del Partito comunista, il governo ha detto di avere raccolto 6.230.973 firme. Su una popolazione stimata, dopo anni di emigrazione, a soli otto milioni di abitanti, non è un risultato trascurabile. Mentre il partito ha convocato la manifestazione del primo maggio a due passi dall’ambasciata americana, sul Malecón, per meglio farsi sentire.

Tenendo conto della imprevedibilità di Trump che avrebbe assicurato a Lula, durante il loro incontro della settimana scorsa a Washington, di escludere un intervento militare, rimane in piedi la possibilità che l’Avana accetti di esplorare una via venezuelana. Più improbabile sembra un crollo dell’attuale governo, sulla scia di una esplosione delle proteste di piazza. Dalle proteste del 2021 l’apparato repressivo cubano è stato rafforzato. Per quanto ci sia ancora chi punta al caos, e lo vorrebbe fomentare: lo dimostra il caso recente dell’imbarcazione salpata dalla Florida, con un equipaggio di esuli cubani in armi. Come ha detto Díaz-Canel, se attaccata, Cuba “si difenderà (…) con una guerra di popolo”, aggiungendo che è “sempre stata a favore del dialogo con gli Usa” su migrazione, cultura, educazione, investimenti e sicurezza, “su una base di pari dignità e del riconoscimento della sovranità dell’isola”.

Le ultime scelte avventuriste in Iran, da parte di Trump, anche contro i suggerimenti di parte della sua amministrazione, rendono ipotizzabili condotte al di là del razionale che potrebbero avere Cuba per oggetto. Un’operazione sconsigliata in primo luogo dal buonsenso, nonché da tutti i governi dell’area, che per primi sarebbero chiamati a pagare le conseguenze della pericolosa destabilizzazione che una tale scelta provocherebbe.

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TagsClaudio Madricardo Cuba Donald Trump Operation Southern Spear

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