Flávio Bolsonaro, smentendo i sondaggi, ottiene un piccolo vantaggio di due punti percentuali scarsi (47,03%) su Lula (45,16%), per il quale ora la strada è ancor più in salita. Il figlio dell’ex presidente vince nel Sud-est del Paese, a San Paolo e Minas Gerais. Lula si conferma nel Nord-est, ma il suo risultato è un passo indietro rispetto al primo turno delle elezioni del 2022, quando aveva ottenuto il 48,4%, equivalenti a circa 57,2 milioni di voti, mentre ora ne ha ottenuti solo poco più di 53,8 milioni. Borsa e valuta nazionale hanno iniziato la settimana al rialzo. Nel mondo dell’economia ci si aspetta una minore spesa pubblica, privatizzazioni e tagli alle tasse.
Il risultato del primo turno conferma la tendenza al ritorno a destra dell’America latina. Gongolano i Milei, i Bukele, i De la Espriella, Maria Corina Machado e anche Benjamin Netanyahu, Matteo Salvini e tutta l’internazionale nera ben descritta da Donato Di Salvo nel suo recente saggio sulle reti della nuova destra, dall’America latina all’Europa. Mentre Trump vede premiata la sua strategia di pressioni e dazi sul Brasile, e si prepara a presentare il conto al clan Bolsonaro, in termini di totale allineamento e di favoritismo negli affari. Se il primogenito di Jair, il figlio 0,1 – l’ex presidente chiama con un numero ciascuno dei suoi quattro rampolli maschi –, dal 5 gennaio sarà l’inquilino del Palacio do Planalto, Trump incasserà un altro risultato, l’avere indebolito l’alleanza dei Brics, di cui Lula è un portabandiera, posizionandosi a livello globale come uno dei massimi esponenti del multilateralismo. Di fatto, si tratterà di un colpo alla Cina, suo maggiore rivale geopolitico, il cui commercio con l’America latina ha superato i cinquecento miliardi di dollari nel 2024.
I dati più recenti di Latinobarómetro e dell’AmericasBarometer (Lapop) dicono che, per la prima volta nella storia, l’influenza cinese nell’area è stata considerata più positiva di quella degli Stati Uniti. La regione vede in Pechino un partner più apprezzato, superando la percezione del tradizionale asse americano nella maggior parte dei Paesi. A differenza di Washington, la Cina finanzia megaprogetti di infrastrutture, energia pulita e produzione – come il Megaporto di Chancay in Perù – senza subordinarli a riforme politiche o orientamenti ideologici. Per quanto riguarda il Brasile, il Paese esporta più verso la Cina che verso gli Stati Uniti e l’Unione europea messi insieme, e un’eventuale vittoria di Flávio non cambierà la situazione, come non l’ha cambiata in Argentina l’ultraliberista Milei dopo il suo arrivo.
Se tra tre settimane anche il Brasile passerà a destra, rimarranno solo il Messico e l’Uruguay, nell’area latinoamericana, a essere governati da forze di sinistra elette democraticamente, esclusi giocoforza Cuba e il Nicaragua, dove permane al potere una “sinistra giurassica”, secondo la definizione dell’ex vice di Daniel Ortega, e scrittore, Sergio Ramírez Mercado.
Lula ha definito il risultato “inaspettato”, e ha promesso che ora inizia “una nuova campagna” per vincere la stanchezza verso un sistema politico che ha dimostrato di non essere in grado di soddisfare le richieste legate all’economia e alla sicurezza urbana dei trentatré milioni e mezzo di astenuti, il 21,8% del corpo elettorale, una percentuale ben più alta delle elezioni precedenti del 2022, in un Paese dove il voto è obbligatorio per tutti e facoltativo solo per gli ultrasettantenni. A Lula non rimane che cercare di riportare al voto almeno una parte delle astensioni, tentando di pescare anche tra i sei milioni di voti in bianco e nulli, se vuole avere qualche speranza di vincere, dato che sono scarse le alleanze politiche per lui possibili che possano capovolgere il risultato di domenica. “Lavoreremo per far uscire la gente, perché in questo momento storico del Brasile è necessario che la gente voti”, ha detto ai suoi militanti a San Paolo.
Ma ha di certo pesato il fatto che, nonostante il suo essere combattivo, ha già ottant’anni anni, e le sue ricette di governo, per quella parte del Paese che è uscita dalla miseria e aspira ad altro, non rispondono ai nuovi bisogni. A livello internazionale l’ex sindacalista vive un crescente isolamento, potendo contare in America latina solo su Claudia Sheinbaum e Yamandú Orsi come alleati. E non è mai successo – a nessun candidato che abbia perso al primo turno delle presidenziali – di vincere al secondo. Dal 1985, cioè da quando in Brasile è tornata la democrazia.
Lula appare ormai come l’epigono di una stagione politica, iniziata sul finire del secolo scorso con Hugo Chávez in Venezuela, e continuata poi con Néstor Kirchner, in Argentina, ed Evo Morales in Bolivia. Nata dalla fine delle feroci dittature latinoamericane, sulla spinta di nuove classi sociali emergenti prima escluse, desiderose di affacciarsi alla vita politica dei propri Paesi. Un ciclo storico che ha usufruito di condizioni insperate, grazie agli alti prezzi delle commodities di cui quei Paesi sono in genere ricchi, e che hanno consentito il finanziamento delle loro politiche sociali, basate in gran parte sul sostegno economico ai meno abbienti. Se questo sforzo redistributivo ha favorito il progredire sociale di coloro che erano esclusi, non per questo ha consentito di superare l’“estrattivismo” su cui questi Paesi hanno poggiato il loro sviluppo, mentre permangono egemoni gli iniqui rapporti economici e quelle classi dirigenti in cui vanno ricercate le cause delle profonde disuguaglianze di cui tutta l’area ancora soffre. Dopo i suoi molti anni al potere, e nonostante i risultati positivi, Lula si identifica con l’establishment: ha finito per rappresentare, per i milioni di elettori che sono arrivati a rifiutarlo, una delle cause dei malesseri irrisolti.
Meno ardua la strada di Bolsonaro per conquistare i voti provenienti da elettori di destra, che hanno sostenuto candidati come Renan Santos, Ronaldo Caiado o Augusto Cury, i quali esprimono posizioni più vicine alle sue che a quelle di Lula. Caiado è un conservatore, il cui progetto politico è la difesa della proprietà privata, della sicurezza e dell’ordine pubblico, e potrebbe decidere a breve di appoggiare Bolsonaro. Cury propone un dimagrimento dello Stato, il taglio delle tasse e lo sviluppo di politiche sociali, ma ha detto “temo che nei prossimi decenni ci sarà un progresso delle dittature e del populismo”. Santos rappresenta l’estrema destra liberista del Brasile, alla maniera di Milei. Considera Bolsonaro “totalmente squalificato, codardo e idiota”, e non sceglierà nessuno dei due perché non vota per i “criminali”, ma lascia liberi di scegliere quello che vogliono coloro che gli hanno dato il voto. Flávio ha a disposizione una ventina di giorni per cercare un accordo elettorale anche con União Brasil, Repubblicani e ancora Progressisti, tre formazioni di centrodestra che contano 128 deputati, e che non hanno sostenuto alcun candidato al primo turno. Dovrà impegnarsi in una trattativa complessa, ma le sue chance di manovra per far proprio l’8% scarso, corrispondente a 9,3 milioni di elettori, ottenuto dagli altri candidati alla presidenza, sono maggiori. A loro proporrà di dare vita a un governo di coalizione in cambio dei voti.
Flávio ha detto che l’era del Partito dei lavoratori di Lula è finita e che il Paese vuole un cambiamento. “Sono molto contento del risultato: quasi 56 milioni di brasiliani mi hanno dato questo voto di fiducia. È un segno che il Brasile vuole un cambiamento”, ha detto durante un discorso improvvisato davanti ai suoi sostenitori. Di sicuro ha esagerato dicendo che il Pt è finito, dato che il risultato del primo turno ha assegnato al partito di Lula quasi 54 milioni di voti e un Paese di fatto spaccato in due. Ma certo il voto di domenica ha messo in luce un partito in affanno, un partito che non è riuscito a rinnovarsi, non solo nelle leadership, ma anche negli obiettivi.
Quello che è certo, è che la famiglia Bolsonaro può festeggiare. Il primogenito Flávio ha ottenuto 2,2 milioni di voti in più rispetto a Lula; Michelle, la seconda moglie di Jair, è stata eletta al Senato federale; Carlos, il secondo figlio, alla Camera alta federale per Santa Catarina; e Renan, il quarto, è deputato federale per lo stesso Stato. Sempre più, la famiglia sta trasformandosi in un brand di successo. L’unica a non essere stata eletta è la prima moglie dell’ex presidente Jair, che sta scontando una condanna a ventisette anni per il tentato golpe, e che otterrà l’indulto nel caso il figlio Flávio sia eletto.
Pessimi risultati per Marina Silva, ministra dell’Ambiente e del cambiamento climatico di Lula, e per Fernando Haddad, già sconfitto nelle presidenziali del 2018 da Jair Bolsonaro. Lei sconfitta nella lotta per un seggio al Senato di San Paolo, e lui superato dall’ex ministro delle Infrastrutture del bolsonarismo, Tarcísio de Freitas, nel governatorato dello stesso Stato. Haddad, ex ministro delle Finanze, leader del Pt e delfino di Lula, ha ottenuto il 36,22% dei voti, mentre Freitas ha ottenuto il 62,85%. Gleisi Hoffmann, ex ministra delle Relazioni istituzionali ed ex presidente del Pt, non ha vinto in Paraná, dov’è diventato governatore per il Partito liberale (quello dei Bolsonaro) l’ex giudice dello scandalo Lava Jato, Sérgio Moro, che aveva fatto incarcerare Lula. Simone Tebet, ex ministra della Pianificazione, ha perso a San Paolo. Anche Carlos Fávaro, ex ministro dell’Agricoltura, non ha ottenuto il seggio per il Mato Grosso.
Il Partito liberale (Pl) avrà una rappresentanza superiore a un terzo del Senato, essendo passato da 15 a 28 seggi. La capacità di influenza del Pl può sicuramente crescere attraverso accordi con altre forze di destra. Come i Repubblicani, che avranno sei senatori, e il Partido novo, di centrodestra/destra, che ne avrà tre: il che permetterebbe a quel blocco di mettere assieme fino a 37 voti. Il Senato ha 81 seggi, la maggioranza assoluta si ottiene con 42 voti, quindi sarà necessario il sostegno di altre formazioni per raggiungere quel numero. Dei 54 senatori eletti domenica, 34 appartengono a forze di destra o di estrema destra. Alla Camera dei deputati, il Pl sarà la minoranza più consistente, con 121 dei 513 deputati, 24 in più rispetto alle elezioni del 2022. Con questo risultato, ottiene la più alta rappresentanza di un solo partito, in entrambe le Camere, in quasi quarant’anni. Con il sostegno di altre forze conservatrici, Bolsonaro presidente potrebbe avere una governance tranquilla, e potrebbe persino avere i voti per attuare la promessa di amnistia per suo padre.
Cambia anche il cosiddetto Centrão, composto da partiti di centro e centrodestra, che di solito negoziano il loro sostegno con l’esecutivo di turno, che è poi quello che hanno sempre fatto fino a ieri anche con Lula. Il Partito socialdemocratico (Psd), che aveva quattordici senatori ed era la seconda forza del Senato, ne avrà cinque. Progressisti, un’altra delle principali formazioni del Centrão, passerà da otto a sei. Il risultato modifica gli equilibri, e darà al conservatorismo un ruolo centrale nella prossima fase politica in Brasile.
Il Partito dei lavoratori (Pt), la formazione di Lula, mantiene nove senatori, di cui sei sono nuovi eletti. Nel complesso, le forze di sinistra riducono la loro presenza da 17 a 15 seggi. Alla Camera dei deputati, la coalizione di sinistra, guidata dal Pt, è riuscita a passare dagli attuali 82 a 88 seggi, il che la rende la seconda minoranza. Con altre formazioni tradizionalmente alleate, la sinistra avrà 124 rappresentanti alla Camera bassa, lo stesso numero che ha attualmente.
Per quanto riguarda l’elezione dei governatori, venti dei ventisei Stati del Brasile, cui si aggiunge il Distrito federal di Brasilia, hanno già scelto chi li governerà al primo turno. Il Pl ne ha ottenuti cinque, quattro il centrista Psd, e il Pt tre. Repubblicani, Movimento democratico brasiliano e Progressisti ne hanno ottenuti due ciascuno, mentre Podemos e Psd hanno ottenuto entrambi un governatore. Insomma, la destra ha vinto in diciotto Stati, ha eletto trentanove senatori e ha ottenuto 388 deputati. In parole povere, una débâcle.









