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Ballottaggio in Francia: l’elettorato di sinistra ago della bilancia

Liberoscambismo versus protezionismo: questo l’asse principale dello scontro, andato in onda ieri sera in Francia, tra un Emmanuel Macron candidato alla rielezione – piuttosto tranquillo, grazie ai sondaggi favorevoli –, e una sfidante Marine Le Pen all’inseguimento. Due destre a confronto: una liberale moderata, tesa a esaltare le virtù della circolazione delle merci e delle persone (leggi: dei lavoratori); e un’altra più torva, con la sua proposta di una “preferenza nazionale”, di un’Europa delle nazioni in stile ungherese, che dovrebbe porre un freno alle delocalizzazioni e alla deindustrializzazione del Paese, ridando ai francesi – anche per mezzo di una riduzione generalizzata dell’imposta sul valore aggiunto – un po’ del potere d’acquisto perduto e il senso di una missione non soltanto europea ma mondiale. La prima posizione è espressione di un dinamismo economico che, nonostante tutto, prospera ancora nei centri urbani. La seconda incarna una Francia soprattutto rurale, molto penalizzata negli scorsi decenni (si ricordi che il movimento dei “gilet gialli” ha avuto le sue origini nella provincia profonda), che solo mediante una “rilocalizzazione”, nella saldatura cioè di un discorso sulle produzioni autoctone con uno ideologico identitario, spera di sottrarsi al declassamento economico. Lo stesso rifiuto lepenista dell’eolico, che con le sue pale deturperebbe il paesaggio e diminuirebbe il valore degli immobili in prossimità degli impianti, ha le sue radici nel mondo rurale – la cui preoccupazione non è di arrivare a differenziare le fonti di energia, ma di lasciare “tutto com’è”, affidandosi al nucleare.

In questa disputa, è ormai noto, l’ago della bilancia è dato da un elettorato di sinistra non rappresentato al secondo turno, a causa di una perniciosa divisione e di una “lotta degli ego” tra i candidati, che non sono stati capaci di trovare un accordo neppure minimo (sarebbe stata sufficiente un’intesa tra il Pcf e Mélenchon, come la volta scorsa, per portare quest’ultimo al ballottaggio). Così un’estrema destra tradizionale, riciclata come populistica, divisa anch’essa al primo turno in tre candidature (oltre al tenebroso Zemmour, c’era un candidato minore), parte ora con circa il 32-33% dei suffragi sulla carta, cioè più o meno dallo stesso livello dei voti complessivi raccolti da Marine Le Pen al ballottaggio del 2017. Il rischio che questa riesca nell’impresa, come a suo tempo Trump negli Stati Uniti, c’è.