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Ballottaggio in Francia: l’elettorato di sinistra ago della bilancia

21 Aprile 2022 Rino Genovese  1623

Liberoscambismo versus protezionismo: questo l’asse principale dello scontro, andato in onda ieri sera in Francia, tra un Emmanuel Macron candidato alla rielezione – piuttosto tranquillo, grazie ai sondaggi favorevoli –, e una sfidante Marine Le Pen all’inseguimento. Due destre a confronto: una liberale moderata, tesa a esaltare le virtù della circolazione delle merci e delle persone (leggi: dei lavoratori); e un’altra più torva, con la sua proposta di una “preferenza nazionale”, di un’Europa delle nazioni in stile ungherese, che dovrebbe porre un freno alle delocalizzazioni e alla deindustrializzazione del Paese, ridando ai francesi – anche per mezzo di una riduzione generalizzata dell’imposta sul valore aggiunto – un po’ del potere d’acquisto perduto e il senso di una missione non soltanto europea ma mondiale. La prima posizione è espressione di un dinamismo economico che, nonostante tutto, prospera ancora nei centri urbani. La seconda incarna una Francia soprattutto rurale, molto penalizzata negli scorsi decenni (si ricordi che il movimento dei “gilet gialli” ha avuto le sue origini nella provincia profonda), che solo mediante una “rilocalizzazione”, nella saldatura cioè di un discorso sulle produzioni autoctone con uno ideologico identitario, spera di sottrarsi al declassamento economico. Lo stesso rifiuto lepenista dell’eolico, che con le sue pale deturperebbe il paesaggio e diminuirebbe il valore degli immobili in prossimità degli impianti, ha le sue radici nel mondo rurale – la cui preoccupazione non è di arrivare a differenziare le fonti di energia, ma di lasciare “tutto com’è”, affidandosi al nucleare.

In questa disputa, è ormai noto, l’ago della bilancia è dato da un elettorato di sinistra non rappresentato al secondo turno, a causa di una perniciosa divisione e di una “lotta degli ego” tra i candidati, che non sono stati capaci di trovare un accordo neppure minimo (sarebbe stata sufficiente un’intesa tra il Pcf e Mélenchon, come la volta scorsa, per portare quest’ultimo al ballottaggio). Così un’estrema destra tradizionale, riciclata come populistica, divisa anch’essa al primo turno in tre candidature (oltre al tenebroso Zemmour, c’era un candidato minore), parte ora con circa il 32-33% dei suffragi sulla carta, cioè più o meno dallo stesso livello dei voti complessivi raccolti da Marine Le Pen al ballottaggio del 2017. Il rischio che questa riesca nell’impresa, come a suo tempo Trump negli Stati Uniti, c’è.

Anni e anni di perdita delle coordinate elementari di una cultura politica di sinistra, oltre naturalmente al pessimo quinquennio presidenziale di Macron (si pensi solamente alla gestione a dir poco altalenante della crisi sanitaria), fanno sì che una parte consistente dell’elettorato melenchoniano si asterrà e un’altra, più piccola, voterà per rabbia addirittura Le Pen. Se le cose stanno così, non era poi troppo “psicologizzante” (stando ad alcune critiche ricevute) il mio editoriale dell’11 aprile scorso, quando discorrevo di un “leader narcisista” che riesce – anche grazie all’assenza di un accordo politico preventivo e a sondaggi a lui più favorevoli rispetto a quelli di altri candidati – a convogliare su di sé le aspirazioni di un elettorato di sinistra in ordine sparso, e al fondo disorientato, che si appoggia a Mélenchon come a una zattera. È del resto incluso nella stessa logica del “populismo di sinistra”, nella sua marca d’origine peronista, un aspetto psicologico nel rapporto tra la massa e il capo. Un individualismo atomistico, come quello contemporaneo, pur in un contesto differente, può presentare tuttavia alcuni tratti comuni con la “società di massa” del secolo scorso, in cui si vide, a più riprese, una pulsione di identificazione con un leader esprimersi in forme politiche di volta in volta specifiche. È il carattere volatile di questo investimento libidico, semmai, una peculiarità del nostro tempo.

Se ciò è vero, il passaggio da uno all’altro dei poli dello schieramento elettorale – in una elezione presidenziale a suffragio diretto, che già di per sé favorisce la personalizzazione – è nell’ordine delle possibilità. Tanto più che, sul piano dei contenuti, ci sono alcuni punti di contatto tra la “destra sociale” rappresentata da Marine Le Pen, e i vari tentativi, da parte di Mélenchon, di mettere insieme in questi anni una “unione popolare” che prescindesse da un accordo politico tra i partiti e movimenti di sinistra. Il tutto in una veste euroscettica comune sia all’una sia all’altro.

Di qui la simpatia di entrambi per il putinismo (al momento ovviamente messa da parte), visto come un fenomeno di rinazionalizzazione antiglobalizzante per certi versi da imitare, in grado di far vedere i sorci verdi alle élite europee (che, d’altronde, erano allegramente impegnate a fare affari con la Russia). Una maniera progressiva per contrastare le delocalizzazioni non consisterebbe, tuttavia, nel rimpiangere i bei tempi andati di una contesa per la distribuzione del reddito su un piano nazionale; sarebbe piuttosto quella di porre sul tappeto la questione di un’armonizzazione delle politiche fiscali a livello europeo: il che significherebbe procedere verso una maggiore integrazione, di tipo federalistico, tra i diversi Paesi. Il liberalismo di un Macron non potrebbe peraltro spingersi fino a tanto (nonostante la Francia si consideri, insieme con la Germania, il “motore” dell’Europa), perché fa parte dello stesso modello di produzione e di consumo oggi predominante che ci sia una competizione tra i differenti “capitali” organizzata sulla base di Stati nazionali depotenziati, la cui capacità di intervento nell’economia risulti del tutto marginale. Sarebbe piuttosto l’opzione di una ipotetica sinistra europeista quella di costruire un’Europa sociale, con caratteristiche statali sovranazionali e in una chiave, sia pure blandamente, anticapitalistica.

Tutto ciò non può che restare fuori dall’odierno dibattito francese. E lo sarebbe stato anche se Mélenchon – arrivato, dopo tre tentativi consecutivi, alla sospirata “finale” – si fosse trovato lui a essere l’antagonista di Macron. Il quale, paradossalmente, può essere favorito dal clima di guerra, che dovrebbe spingere una maggioranza di elettori, comunque racimolata, a scegliere la stabilità anziché il salto nel vuoto.

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Tagsballottaggio Emmanuel Macron Francia Jean-Luc Mélenchon liberoscambismo Marine Le Pen presidenziali francesi protezionismo Rino Genovese sinistra

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