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Situazione delle sinistre in Europa

19 Luglio 2024 Rino Genovese  1116

Un anno fa (vedi qui) ci rallegravamo del buon risultato delle elezioni spagnole, augurandoci che potesse essere replicato nelle europee del 2024. Con le modalità della rielezione di von der Leyen alla guida della Commissione europea, oggi ci siamo: l’insieme dei gruppi della destra estrema è stato fermato (compreso quello dei “fratelli” di non si sa quale Italia) e conterà molto poco nell’Unione. A preoccupare, semmai, è la postura più conservatrice assunta dai popolari, in particolare in materia di transizione ecologica, sebbene ci sia da registrare, come contrappeso, il dato positivo dell’ingresso dei verdi nella maggioranza che ha rieletto von der Leyen.

I lettori più affezionati di “terzogiornale” avranno ormai compreso che due sono i nostri fili conduttori: quello della ricerca intorno a un partito socialista utopico, diciamo così, fortemente riformista e nettamente anticapitalista, che al momento non si vede in nessun luogo, ma che il precipitare della situazione generale potrebbe rendere indispensabile in un tempo medio-lungo; e, d’altra parte, l’attenzione costante ai partiti socialisti e socialdemocratici europei realmente esistenti, perché non è dai loro cedimenti, né da una loro crisi verticale, che ci si potrà attendere qualcosa di nuovo (non essendo quello del “tanto peggio, tanto meglio” un nostro slogan di riferimento).

Ora, per quello che si vede, non si sta mettendo bene per le sinistre in Francia. Il 18 luglio, il candidato del Nuovo fronte popolare alla presidenza dell’Assemblea nazionale, il comunista André Chassaigne, alla terza votazione, ha preso 207 voti, mentre la sua antagonista, la macroniana uscente, Yaël Braun-Pivet, ne ha avuti 220, risultando così rieletta, perché, dalla terza votazione in poi, è sufficiente una maggioranza relativa per essere elevati al più alto scranno. Insieme, i centristi e la Destra repubblicana (nuovo nome degli ex gollisti, dopo la fuga del loro capo verso l’estrema destra alla vigilia delle elezioni) hanno dimostrato di avere una maggioranza che sopravanza di tredici seggi quella delle sinistre.

Questo dato potrebbe essere aggirato attraverso un’iniziativa politica che cerchi di staccare almeno una parte dei deputati macroniani (molti dei quali delusi e in rotta di collisione con Macron, che li ha mandati a elezioni anticipate senza neanche consultarli). In altre parole, melenchoniani, comunisti, socialisti, ecologisti non solo dovrebbero restare uniti proponendo un nome secco come premier – cosa che negli scorsi giorni non sono riusciti a fare –, ma dovrebbero anche ammettere di non potere realizzare interamente il loro programma, presentando una proposta con alcuni punti qualificanti (come per esempio l’innalzamento del salario minimo a 1600 euro netti) su cui ragionare con i centristi o con alcuni tra loro. Stando alla Costituzione gollista, essendo in ogni caso il presidente della Repubblica il capo dell’esecutivo, una trattativa con Macron è inaggirabile. Tutto starebbe nel capire quanti dei suoi deputati sono disposti a seguirlo in un’alleanza organica con la destra in parlamento (che, ricordiamolo, grazie anche alle desistenze, non è stata affatto annientata alle elezioni dalla destra estrema, avendo conservato quasi intatta la sua consistenza parlamentare).

Il problema delle sinistre è dato però da Mélenchon: questo personaggio è infatti soltanto la caricatura narcisistica di un tribuno del popolo. Bloccare ogni soluzione, restare con i suoi all’opposizione, magari subendo una scissione (già alcuni suoi ex deputati sono passati al gruppo dei verdi), potrebbe essere per lui la carta da giocare, in vista dell’obiettivo più grosso: le elezioni presidenziali, in cui puntare al ballottaggio contro Marine Le Pen. Del resto Mélenchon potrebbe anche scommettere sulle dimissioni di Macron, che si trova indubbiamente in una situazione complicata dopo una partita elettorale persa (anche se lui riterrà di averla vinta) che gli ha dato quasi cento deputati in meno rispetto alla legislatura precedente, durante la quale già non aveva la maggioranza assoluta.

Ma in un sistema come quello francese, incentrato sul capo dello Stato, avere o non avere una maggioranza assoluta può non contare granché: perché, grazie a un articolo della Costituzione, si possono far passare le leggi, com’è avvenuto con quella sulle pensioni, senza un voto in parlamento. Toccherà poi alle opposizioni, ammesso che si mettano d’accordo tra loro, di proporre una “mozione di censura”, ovverosia un voto di sfiducia, per far cadere il governo – e in questo caso è necessaria una maggioranza assoluta. Come la si giri, Mélenchon, che ambirebbe alla presidenza della Repubblica più di quanto non gli importino gli equilibri parlamentari, potrebbe infischiarsene del governo, dell’aumento del salario minimo e delle altre proposte della gauche; la sua sarebbe principalmente l’ambizione personale di uno che vorrebbe farsi forte del bonapartismo insito nella Costituzione della Quinta Repubblica (e ciò anche a dispetto dell’asserita volontà di passare a una Sesta, come in passato gli era capitato di proporre).

Se in Francia le cose si mettono male, non così in una Gran Bretagna ormai fuori dalla ubriacatura sovranista della Brexit (vedi qui), dove un Labour su posizioni per così dire di “blairismo temperato” (vedi qui) ha intrapreso abbastanza positivamente la sua azione di governo: anzitutto cancellando la vergogna conservatrice della deportazione dei migranti in Ruanda, e accingendosi inoltre a rinazionalizzare il sistema delle ferrovie privatizzato dai tempi della signora Thatcher.

Questo delle privatizzazioni è un nodo che conosciamo bene noi in Italia. Il neoliberismo, sia pure soft, del centrosinistra dei tempi di Prodi ne fece un cavallo di battaglia. È vero che c’era allora il problema di fare cassa per adeguarsi ai parametri dell’ingresso nella moneta unica europea; ma c’era anche un’assurda filosofia alla moda – la stessa di Tony Blair – che insabbiava al centro qualsiasi pur timida volontà di sinistra. È quel “riformismo” a cui ancora oggi si ispirano i centristi nostrani – per fortuna, però, sempre più isolati.

In conclusione, si può dire che, pur tra molte difficoltà, le sinistre in Europa (di cui abbiamo voluto dare qui un rapido e incompleto panorama) sono più vive che mai. Soprattutto, c’è un elettorato, un “popolo di sinistra”, come si usa dire, che non ci sta a gettare la spugna: lo si è visto qualche settimana fa in Francia. Poi rimettiamoci a un audaces fortuna iuvat, come dicevano gli antichi.

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TagsRino Genovese sinistre europee

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