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La riproposta di “Vogliamo tutto”

Nuova edizione del romanzo di Nanni Balestrini, a cura di Erminio Risso

5 Agosto 2026 Rino Genovese  1942

(Questo articolo è stato pubblicato il 5 gennaio 2026)

Tra le cose che sembrarono possibili negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, non c’era la rivoluzione in Occidente. Era piuttosto da una liberazione del Terzo mondo dal colonialismo e dall’imperialismo che veniva il vento del cambiamento. La parola d’ordine maoista circa “le campagne che assediano la città”, ovvero la metropoli occidentale, aveva una sua ragion d’essere, sebbene la storia successiva sia andata in un’altra direzione. In Europa, segnatamente in Italia, c’era sì una conflittualità operaia, ma nell’insieme (come aveva sostenuto Marcuse a proposito degli Stati Uniti) la classe operaia risultava “integrata” nel sistema, che in quel momento si usava chiamare “neocapitalismo”, e che era formato da un insieme di monopoli a dominante spesso statale. Raniero Panzieri, con i suoi “Quaderni rossi”, aveva ben colto, all’inizio dei Sessanta, il carattere delle macchine e della tecnologia applicate al ciclo produttivo, con la conseguenza di un’intensificazione dello sfruttamento in fabbrica che esse comportavano; ma sull’alterità della lotta operaia rispetto a tutto questo si sbagliava: la conflittualità successiva, pure intensa, si collocava in una prospettiva obiettivamente riformista. Lo dimostrò anche l’“autunno caldo” del 1969, che fu molto importante, ma sul cui carattere riformistico e razionalizzatore del sistema, diciamo così, non possono esserci più dubbi.

Questo breve preambolo per inquadrare – a posteriori, con il senno di poi – il momento in cui prese origine il romanzo di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto (edito da Feltrinelli). La sensazione che quella stagione fosse rivoluzionaria o pre-rivoluzionaria, addirittura un’introduzione alla guerra civile tra operai e capitale, segnò comunque l’epoca. Il fatto stesso che si sia parlato di un “lungo Sessantotto italiano” fino al 1977, comprendendo in esso anche una parte di quello che fu il “terrorismo rosso” (magari non proprio quello brigatista staccato dalla lotta di massa, ma quello diffuso, praticato dai gruppi autonomi, per esempio in città come Padova), è la prova che una sensazione di vigilia rivoluzionaria agiva in profondità, se non altro sul piano simbolico, in un settore sociale, però, più studentesco e intellettuale che operaio.

Il testo di Balestrini è del 1971: è una scrittura a caldo su ciò che stava accadendo. E quello che stava accadendo era così sconvolgente, rispetto alla calma piatta precedente, che l’analisi errata, tipica della visione “operaista” italiana entro cui l’autore si collocava, aveva comunque una sua plausibilità. La circostanza che vi fosse, nei grandi stabilimenti industriali del Nord, una composizione di classe ormai differente da quella degli anni Cinquanta, che ci fosse cioè, con la scomparsa dell’operaio “professionale”, un rifiuto diffuso del lavoro alla catena di montaggio, era qualcosa di palpabile, se si pensa che la forza-lavoro era per lo più quella immigrata. Una generazione di “terroni”, di cafoni meridionali, aveva portato al Nord una carica ribellistica: imputabile, tuttavia, in massima parte non già a una rinnovata coscienza di classe (che si esprimeva ancora nel sindacato riformista e nei partiti della sinistra tradizionale), quanto piuttosto a una caratteristica mescolanza dei tempi storici, cioè di passato e di futuro, che faceva di quei figli del mondo rurale del Mezzogiorno l’esperimento in corpore vili di una transizione – mai fino in fondo compiuta – da una cultura antropologica “arretrata” a un’altra in sintonia, molto più che in contrasto, con la modernizzazione capitalistica. (Questo scontro obiettivamente antropologico, prima ancora che sociale e politico, era ciò su cui interveniva anche Pasolini, con le sue analisi però largamente nostalgiche del buon tempo andato).

Del resto di lì a poco saranno gli stessi processi di automazione a porre fine alla catena di montaggio classicamente intesa, per passare alla robotica e a forme di organizzazione produttiva non meno oppressive ma in ogni caso diverse da quelle tipiche di uno sfruttamento alla Tempi moderni di Chaplin. Così ciò di cui parla il libro di Balestrini è il canto del cigno di un modello di organizzazione della produzione nel suo nesso con una classe operaia industriale essa stessa in trasformazione, destinata, negli anni successivi, a divenire minoritaria sul piano sociale oltre che su quello strettamente numerico. Oggi sono le lavoratrici e i lavoratori della logistica, i riders immigrati, le piccole partite Iva indotte all’autosfruttamento, tutto un mondo del lavoro collocato nei servizi più che nell’industria, a costituire l’enorme massa, divisa come non mai, di una forza-lavoro spinta ai margini dei redditi e dei consumi. Una congerie di figure che palesa, una volta di più, l’impossibilità di una rivoluzione in Occidente – e l’urgenza, semmai, di una politica di riforme sociali, d’altronde non incentrate unicamente sul mercato del lavoro, ma sul welfare in generale.

Ciò detto, il libro di Balestrini – soprattutto grazie alla minuziosa e puntuale introduzione di Erminio Risso – riesce ad avere ancora retrospettivamente una sua forza. Che non consiste tanto nella messa a fuoco della figura dell’“operaio-massa” – ribelle ma tutto sommato anche qualunquista, forza-lavoro intesa come pura e semplice merce –, quanto piuttosto nella tecnica con cui è scritto: dando la parola, quasi si trattasse di porgere un microfono, a un operaio reale, realmente immigrato dal Sud. Una prosa che viene svolgendosi per grandi lasse ricalcate sul parlato, con una punteggiatura ridotta all’essenziale, caratteristica di una lingua incline all’anacoluto e alla parolaccia, consapevolmente distante da quella neorealistica propria di un impegno politico moralistico, con una sperimentazione linguistica che, secondo Balestrini, avrebbe segnato il passaggio dalla stagione della neoavanguardia a quella di una militanza attiva da parte dello scrittore. Va ricordata qui l’esperienza della rivista “Quindici”, che nei Sessanta aveva concluso la sua breve vita per via di una divisione, nella redazione, tra coloro che mai si sarebbero spinti fino a quella negazione del ruolo dell’intellettuale separato (chiamiamola così), che Balestrini invece praticò al massimo grado. Anche pagando un prezzo personale a causa della sua partecipazione al gruppo di Potere operaio, coinvolto nel 1979 in una incredibile montatura giudiziaria.

Oggi tutto questo è lontano da noi. Essere un intellettuale “separato”, non già da una lotta di classe peraltro silente ma dalle agenzie dell’estetizzazione diffusa (nuova denominazione di quella che una volta era l’industria della cultura), è diventato difficilissimo. Assistiamo, in Italia, a una omologazione di tipo oligopolistico dell’editoria: addirittura con il suo gruppo principale, Mondadori, proprietà di una famiglia collegata a un partito politico di destra. È dunque rompendo, per quanto possibile, non con una tradizione artistico-letteraria (come nel caso di Balestrini), ma proprio con il mondo della presunta grande editoria (negli anni Sessanta e Settanta frequentabilissima, e infatti frequentata, da parte degli scrittori di sinistra) che ci si può definire oggi intellettuali militanti: non negandone il ruolo, che del resto non c’è nemmeno più, ma riattivandone la funzione. Non più “dentro e contro”, allora – come recitava uno slogan dell’epoca, di certo noto a Balestrini –, ma “fuori e contro”, con tutto lo sforzo che la recente condizione intellettuale comporta.

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TagsHerbert Marcuse lotte di classe Nanni Balestrini operaismo Raniero Panzieri riformismo Rino Genovese Vogliamo tutto

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