• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Zzz-ripubb » Analisi » Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale

Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale

Liberare l’Unione europea dal dominio del dollaro, in collegamento con altri partner internazionali, è altrettanto urgente dell’uscita da un sistema imperiale aggressivo e ormai declinante

4 Agosto 2026 Massimo Florio*  1791

(Questo articolo è stato pubblicato l’8 giugno 2026)

Il rapporto annuale del Congressional Budget Office (Cbo, The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036) è la fonte indipendente più autorevole sui numeri della finanza pubblica statunitense, con analisi a breve e scenari a dieci anni. Vi si può leggere una conferma: nel cuore del capitalismo sta montando una crisi fiscale. Può deflagrare in qualunque momento. Riassumiamo qui il ragionamento, usando lo scenario Cbo a dieci anni e discutendone le implicazioni.

Nonostante l’euforia sull’intelligenza artificiale, sull’economia digitale, sulla finanza creativa, il tasso di crescita reale del Pil, in media 2027-2036, sarà dell’1,8%. Fra il 1950 al 2000, era stato del 3,5%, poi rallentato, nel primo quarto di questo secolo, intorno al 2%. La produttività totale dei fattori, l’effetto cioè del progresso tecnologico a parità di lavoro e capitale, pur difficile da misurare e prevedere, secondo il rapporto aumenterà annualmente solo dell’1,1%. Questo è poco più della metà della crescita negli anni d’oro, fra 1950 e 1973 (prima crisi petrolifera). Alla radice di questo declino della produttività, vi sono, a nostro parere, tre fattori strutturali concomitanti: il rallentamento rispetto al passato, nonostante le apparenze e la propaganda, del tasso di innovazione nell’economia reale. Ne è un noto esempio la ventennale declinante produttività della ricerca e sviluppo di Big Pharma, e la ritirata dalla R&S (cioè dalla ricerca e dallo sviluppo), da parte delle imprese oligopolistiche, è un fatto accertato (vedi Arora e altri, The Changing Structure of American Innovation: Some Cautionary Remarks for Economic Growth, in “Innovation Policy and the Economy”, 2020) solo parzialmente contrastato dal ruolo di start-up e venture capital. In secondo luogo, la crescente disuguaglianza sociale che crea, per la maggioranza della popolazione, un’inadeguata domanda solvibile (cioè senza ricorso a debito rischioso, come quello per le spese universitarie). Infine, la globalizzazione, con l’ingresso a pieno titolo della Cina e di altre economie asiatiche, ha indubbiamente reso meno profittevole l’investimento in R&S in diversi settori industriali, negli Stati Uniti e altrove (dall’automotive ai materiali). La decrescita statunitense, quindi, ha radici ben piantate nelle contraddizioni del capitalismo oligopolistico.

In questo quadro, la spesa dello Stato federale, particolarmente con Biden e Trump uno e due, sta esplodendo sia in assoluto sia in rapporto al Pil. Le spese per le pensioni pubbliche e altre voci della previdenza sociale passeranno, nel prossimo decennio, da 1,7 a 2,7 trilioni (mille miliardi) di dollari; i programmi per la sanità da 1,8 a 3,1 trilioni. La transizione demografica comporta automaticamente la crescita della spesa sociale. L’amministrazione Trump, Elon Musk e il suo Doge, la maggioranza Maga del Congresso, hanno inciso ben poco sulla dinamica. Le spese per la difesa, ancora prima dell’annuncio di Trump di volerle portare a 1,5 trilioni ogni anno, erano di poco meno di un trilione (in tutto il resto del mondo 1,8 trilioni). Tralasciando altre componenti e questo enorme aumento del bilancio del Pentagono, il rapporto Cbo prevede che la spesa annua, per interessi sul debito pubblico, passerebbe da meno di un trilione (all’incirca come per la difesa) a 2,144 trilioni nel 2036: uno strabiliante 4,6% in rapporto al Pil, quando era poco più del 2% negli ultimi cinquant’anni. Questo è il numero chiave: il tasso di interesse annuale sul debito sarebbe due volte e mezzo il tasso di crescita del Pil. Quindi, il rapporto debito-Pil, per la semplice dinamica maggiore del numeratore rispetto al denominatore, non può che crescere in modo esplosivo, come vedremo.

A fronte di uno Stato federale sempre più esteso, le entrate cresceranno di poco: di soli 0,3 punti di Pil nel decennio (soprattutto a carico delle imposte sui redditi personali), mentre i contributi sociali ristagneranno e le imposte sul reddito di impresa addirittura declineranno. Le riforme fiscali del 2001 e del 2003 (amministrazione Bush) e il Tax Cuts and Jobs Act del 2017 (amministrazione Trump), non invertito da Biden, hanno ridotto drasticamente le entrate federali, in particolare quelle derivanti dalle grandi imprese e dai redditi più alti. Il forte aumento delle entrate dai dazi (nella misura in cui sopravviveranno, dopo le sentenze che in parte li hanno dichiarati illegali) potrebbe contribuire, secondo il rapporto Cbo, a entrate per quattrocento miliardi di dollari all’anno, ma questo è sia dubbio (rimborsi pendenti) sia, comunque, una frazione modesta della spesa federale totale prevista a 11,4 trilioni nel 2036.

Lo sbilancio inevitabile fra entrate e spese costringerà a un disavanzo primario, al netto cioè degli interessi, sempre oltre il 2% del Pil. Questo fatto, con gli interessi sul debito pregresso cumulato, porterà il disavanzo totale, da finanziare a sua volta a debito, anno per anno, oltre il 6% del Pil, più del doppio rispetto all’eurozona. Il debito federale detenuto dal pubblico (cioè senza considerare la Federal Reserve e altri soggetti statali) quest’anno ha raggiunto il 100% del Pil, un livello mai uguagliato, eccetto che nel 1946, con una guerra mondiale (quasi) alle spalle (e ben altra struttura demografica e di supremazia mondiale nel commercio). Pur senza l’aumento del 50% della spesa militare e il probabile ridimensionamento delle entrate dai dazi, nel 2036 si prevede che il debito federale arrivi al 120% del Pil (per confronto, l’Italia è al 130-140%).

Il catalizzatore che ha trasformato una situazione preoccupante in una crisi sistemica è stato il cambio di rotta della Federal Reserve (Fed), tra il 2022 e il 2024. Per contrastare l’impennata inflazionistica post-pandemia, la Banca centrale americana ha innalzato i tassi d’interesse di riferimento dallo 0,25% al 5,5%. Questa mossa, sebbene necessaria per stabilizzare i prezzi al consumo, ha avuto un impatto devastante sul costo del servizio del debito pubblico. Per anni, Washington, con tassi d’interesse vicini allo zero, poteva emettere enormi quantità di Treasury Bonds a costi irrisori. Oggi, man mano che i vecchi titoli di Stato giungono a scadenza, il Tesoro americano è costretto a emettere nuovi titoli offrendo rendimenti molto più alti, per attrarre gli investitori. Di qui la tentazione autocratica di Trump di assoggettare la Federal Reserve, per costringerla a teneri i tassi bassi, a costo di minarne la reputazione.

Se siete frastornati da tutti questi numeri, vediamone una implicazione concreta. Cbo prevede una grave crisi dei maggiori fondi fiduciari pubblici (Trust Funds) degli Stati Uniti: saranno insolventi prima del 2036. Il fondo principale che finanzia le pensioni dei lavoratori americani si esaurirà completamente nel 2032 (Oasi Trust Fund, cioè il fondo delle pensioni di vecchiaia e superstiti). Invece Highway Trust Fund (il fondo per le infrastrutture stradali) sarà insolvente nel 2028. E in generale non ci saranno risorse per infrastrutture obsolete, incluse quelle dell’energia. Secondo la legge attuale degli Stati Uniti, la Social Security Administration (Ssa) non può pagare benefici per importi superiori alle risorse effettivamente disponibili nel fondo, né può contrarre debiti autonomamente. Di conseguenza, in assenza di riforme legislative da parte del Congresso, l’esaurimento dei fondi comporterà tagli automatici immediati alle prestazioni: taglio alle pensioni, con riduzione automatica media del 28% dal 2032, e taglio del 40% alla spesa per i trasporti e le autostrade a partire dal 2028. 

Nonostante il superamento della soglia di solvibilità legale, la proiezione di base del bilancio del Cbo ipotizza, per convenzione, che lo Stato continuerà comunque a pagare i benefici previsti per legge. Sotto questa ipotesi, i fondi accumuleranno deficit di cassa massicci. Nel solo anno fiscale 2036, il deficit generato esclusivamente dal sistema previdenziale fuori bilancio ammonterà a 780 miliardi di dollari (circa l’1,7% del Pil), aggravando ulteriormente il fabbisogno di emissione di nuovo debito pubblico complessivo, un quarto del quale oggi detenuto dal Giappone, dalla Cina, dall’Europa.

Per evitare il default, il governo statunitense ha teoricamente tre vie: tagliare drasticamente la spesa, aumentare la tassazione o fare affidamento sulla monetizzazione del debito, da parte della Banca centrale. L’aumento delle tasse e il taglio della spesa riducono il reddito disponibile di famiglie e imprese, mentre la stampa di nuova moneta rischia di alimentare una nuova fiammata inflazionistica. Inevitabile concludere, per i mercati finanziari, che si va verso un aumento del rischio dei titoli denominati in dollari, sia pubblici sia societari, e verso un declino del dollaro come valuta di riferimento delle transazioni internazionali, fonte suprema del potere imperiale degli Stati Uniti. L’indice Dxi del cambio del dollaro nei confronti di un paniere di valute era a 120 nel 2001, è sceso a 70 con la crisi dei mutui subprime, ed è solo in parte risalito oggi a 100, sebbene sia previsto in ulteriore discesa. Il declino potrebbe accentuarsi bruscamente se ci fosse una nuova recessione come quella del 2008, oppure procedere per lenta sostituzione di dollari con oro e panieri di altre valute nei portafogli delle banche centrali, dei fondi sovrani e pensionistici, e di altri soggetti finanziari (inclusi gli emettenti di stable coins, un tipo di criptovalute agganciate anche al dollaro). Il dollaro conta oggi per circa il 57% delle riserve delle banche centrali e delle transazioni interbancarie (ma era al 70% nel 2000). Pesa stabilmente ancora per oltre l’80% delle transazioni valutarie del commercio globale. L’euro pesa circa il 20% delle riserve, più di qualunque altra valuta dopo il dollaro e un multiplo dello yuan cinese.

La situazione si perpetua per mancanza di alternative. Il dollaro e l’impero americano sono malati, e, senza un’altra valuta in grado di competere in credibilità, la malattia durerà a lungo. Ne pagheremo tutti le conseguenze, perché una crisi americana, come si è visto dal 1929 in poi, ha effetti globali. La vera ragione dell’attacco di Trump (e di altri simili altrove) allo Stato (sociale, re-distributore, regolatore, liberaldemocratico) è tutta qui. Il capitalismo oligarchico vede nello Stato un ostacolo, da conquistare e assoggettare (per questa interpretazione, rinvio a un recente dialogo con Paolo Andruccioli su “terzogiornale”: vedi qui).

Lo squilibrio sul ruolo imperiale del dollaro non può durare per sempre, senza che la Cina, il Giappone, i Paesi dell’eurozona e i detentori di petrodollari, forse anche i grandi fondi finanziari, non osino l’impensabile: sedersi attorno a un tavolo e immaginare una nuova valuta di riferimento. Forse multilaterale (come quella pensata da Keynes nel dopoguerra, il bancor, poi respinta a Bretton Woods a favore del dollaro), forse digitale (come nei progetti di euro e yuan digitali), forse come stablecoin (una forma di bitcoin) legati a un paniere di valute ufficiali. Possono esservi diverse soluzioni tecniche. Ciascuna ha enormi implicazioni anche geopolitiche, ma è un fatto che se ne discute, sia apertamente sia – soprattutto – riservatamente, e non solo fra i governi dei Brics, che senza l’Europa non potrebbero riuscirci.

E allora leggiamo i numeri della crisi fiscale americana con un altro sguardo, quello di chi non vuole esserne travolto. Liberare l’Unione europea dal dominio del dollaro, guardando lontano, è altrettanto urgente dell’uscita da quel sistema imperiale, aggressivo perché declinante. Il quadro di riferimento minimo di una politica economica alternativa non può che essere questa liberazione, insieme con una nuova alleanza della sfera pubblica con l’intelligenza sociale. Ma questo è un altro discorso.

*Professore emerito di Scienza delle finanze all’ Università di Milano

1.801
Archiviato inAnalisi
Tagscrisi fiscale Massimo Florio Rapporto Cbo Stati Uniti Unione europea

Articolo precedente

Spagna e Marocco ai ferri corti, e non solo sui migranti

Articolo successivo

La riproposta di “Vogliamo tutto”

Massimo Florio*

Articoli correlati

Sul declino industriale dell’Occidente (2)

Argentina, miseria senza fine

I talebani corteggiano Washington

Guerre parallele

Dello stesso autore

Il Piano Draghi: una bomba a orologeria

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
La legge elettorale e la “terza Repubblica” di Almirante
Stefania Limiti    12 Ottobre 2026
Ancora Francia e Italia a confronto
Rino Genovese    7 Ottobre 2026
Legge elettorale, la destra compatta nel voto segreto
Stefania Limiti    5 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Ex Ilva, una battaglia per il futuro
Guido Ruotolo    12 Ottobre 2026
Magistratura militare, uno strano concorso
Marianna Gatta    9 Ottobre 2026
In Nepal diluvia sul bagnato
Marco Santopadre    8 Ottobre 2026
Conflitto d’interessi nell’oro nero
Marianna Gatta    7 Ottobre 2026
Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo
Guido Ruotolo    6 Ottobre 2026
Ultime opinioni
Le piazze degli altri
Stefania Tirini    12 Ottobre 2026
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
Ultime analisi
Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente
Agostino Petrillo    13 Ottobre 2026
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Ultime recensioni
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giuseppe Conte governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA