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Il Piano Draghi: una bomba a orologeria

Un progetto che pone al centro la costruzione di un complesso militare-industriale dell’Unione europea

6 Novembre 2024 Massimo Florio*  1257

Sul Piano Draghi c’è chi si compiace del ritorno al debito comune, replicando l’esperienza di Next Generation EU. Chi loda la riscoperta di una politica industriale che seppellisce l’ortodossia liberista della Commissione europea. Qualcuno vi trova molto “verde” e tanto sostegno alla ricerca e all’innovazione. Non manca chi vi trova persino riferimenti al modello sociale europeo. Sono letture à la carte. Rinviando alla valutazione critica del Forum Disuguaglianze e Diversità (vedi qui), aggiungiamo tre considerazioni.

La prima: Draghi ha messo la propria prestigiosa firma sulla copertina di un Piano che è espressione di una nuova coalizione politica “ombra”, non coincidente con quella che ha votato il secondo mandato a Ursula von der Leyen. Il rapporto (393 pagine) offre non solo una strategia complessiva, ma dieci politiche di settore (dai farmaci alla difesa, dai trasporti allo spazio, dalle telecomunicazioni ai materiali critici, dall’automobile al digitale) e cinque politiche orizzontali (dall’innovazione al governo dell’Unione). Redatto da un inedito gruppo misto di sedici funzionari della Commissione europea e della Banca centrale europea, si è avvalso di circa 240 contributi. Al netto di ulteriori apporti istituzionali Ue e internazionali, e di autorevoli esperti, ben 156 grandi imprese o loro associazioni hanno influito sull’agenda. Si riconoscono spesso, nelle circa 580 raccomandazioni specifiche del Piano, le richieste delle lobbies settoriali. Non si conoscono, nel pur prestigioso curriculum di Mario Draghi, competenze sulle proposte in materia di politica del farmaco, coincidenti con le posizioni di Epfia, la federazione europea delle associazioni industriali; o altre in grado di dettare all’Agenzia spaziale europea i cambiamenti di politiche di acquisti richiesti dalle imprese maggiori del settore, insofferenti al bilanciamento delle commesse fra territori. Solo una organizzazione sindacale è stata consultata, una dei consumatori, due dei pazienti.

Seconda considerazione: la parola defence ricorre 395 volte, appena un po’ sotto innovation (514) e technologies (468). Gli Stati Uniti compaiono in 613 punti, l’Africa solo sei volte, come se fosse irrilevante per una strategia industriale Ue la vicinanza al continente a più rapida crescita del mondo insieme all’Asia, con previsioni demografiche verso i due miliardi di abitanti a fine secolo. In questo quadro, nonostante si dica che l’Unione perderà, nei prossimi decenni, forze di lavoro per due milioni l’anno, la parola migration ricorre in tutto otto volte. Nel lessico di Draghi, termini come cohesion, inequality, e persino un generico social, sono al margine. L’ossessione del Piano è quella di inseguire gli Stati Uniti, puntando sul binomio grandi imprese (i campioni europei) e innovazione (anche nell’energia). Per forzare il ritmo, ci si immagina una sorta di Pentagono consortile fra Stati che distribuisca commesse militari e tecnologiche (possibilmente dual use, militare-civile) o altre forme di agevolazioni, indebolendo, per quanto possibile, le politiche antitrust di contenimento delle posizioni dominanti. Non si trova una “torta” che, in modo trasparente, dica come e dove dovrebbero essere spesi i famosi ottocento miliardi annui, 4% del Pil.

Terza: le mission letters che Ursula von der Leyen ha indirizzato ai commissari designati, per l’esame e voto (in blocco) del parlamento europeo (vedi qui). Questi mandati contengono ampi “taglia e incolla” dal Piano Draghi. La prontezza e puntualità del recepimento confermano che non ci troviamo di fronte a un autorevole rapporto indipendente, ma a una operazione che configura una coalizione inedita, al cui centro vi è la velleità di costruire un complesso militare-industriale dell’Unione europea e una politica dell’innovazione su misura delle grandi imprese. Nelle lettere si indica quali acts dovranno essere proposti: un’agenda di “Regolamenti e Direttive”, prima ancora che il parlamento europeo e quelli nazionali ne abbiano discusso.

Ciò che dovremmo valutare non soni i dettagli, ma la strada proposta dalla coalizione che sottende il Piano Draghi. A nostro parere, la strategia proposta è irrealistica, socialmente indesiderabile, militarmente pericolosa.

La rincorsa della crescita di produttività degli Stati Uniti si basa su due errori analitici. Primo: il gap di produttività è forse nullo, se non per il settore delle tecnologie di informazione. Non serviva tanta scienza per scoprire che nessuna Big Tech è europea. Sono tutte statunitensi e qualcuna cinese. Ma allora serve un percorso europeo autonomo, che non può consistere nella fecondazione assistita di cloni made in Ue dei Jeff Bezos, Bill Gates, Elon Musk. Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha proposto un modello basato su grandi imprese pubbliche europee della conoscenza, sul modello di Cern ed Esa, che perseguano proprietà intellettuale aperta e no-profit nell’economia digitale, con un approccio nuovo a brevetti, accesso ai dati, rispetto e coinvolgimento dei cittadini (utenti di servizi pubblici, pazienti, ecc.). Non solo è irrealistico per ragioni storiche e strutturali cercare – ­con decenni di ritardo – di replicare Silicon Valley. È anche indesiderabile, perché quel modello è corresponsabile di enormi disuguaglianze nella distribuzione di redditi e patrimoni, non fra le ultime cause del risentimento sociale che sta dietro il ritorno di Trump (e dei suoi omologhi europei).

Il secondo errore analitico è che il gap di produttività, peraltro mal misurato, con gli Stati Uniti, non riguarda l’Unione europea nel suo insieme, ma è quasi tutto determinato dai dati dell’Europa del Sud, Italia in testa (vedi qui). Criticabile quindi la sparizione, nel rapporto, della “politica di coesione”, una intuizione che risale in larga misura a Jacques Delors. Con i suoi alti e bassi, quella politica si poneva un problema vitale per l’Unione: quella della deriva divergente dei territori (e quindi delle società) che ne fanno parte. La “politica di coesione”, che vale circa un terzo del bilancio comunitario, non ha prodotto abbastanza risultati ed è da tempo in stallo. Ma implicitamente il Piano Draghi la archivia senza discuterla neppure, come se per un discorso sulla produttività europea non contasse nulla la dimensione territoriale, parte della più ampia questione, del tutto ignorata, delle disuguaglianze.

Ma veniamo all’aspetto che si può considerare addirittura pericoloso dell’idea di Europa, che emerge dal Piano Draghi e dai suoi sponsor.

Il documento insiste ossessivamente sulla priorità strategica da dare alla difesa, sia direttamente con commesse alle imprese, sia indirettamente, con la ricerca e sviluppo di tecnologie dual use. Ora, quando si parla di difesa in un contesto democratico, sarebbe doveroso dire per fare che cosa. L’idea di Jean Monnet di una Comunità europea della difesa (poi silurata proprio dalla Francia) era quella di impedire le guerre fratricide, disarmando gli eserciti nazionali, in primis quello francese stesso, ma anche quello risorgente tedesco, oltre che italiano. Il Piano Draghi non propone nulla del genere. Riprende stime della Commissione europea per destinare cinquecento miliardi di euro all’aumento della spesa militare nell’arco di un decennio, con il celebre target Nato del 2% del Pil di spesa militare. Destina una percentuale ignota degli ottocento miliardi annui di aumento degli investimenti al sostegno della R&S militare o dual use e dei sussidi alle imprese del settore. Giunge al punto di chiedere alla Banca europea degli investimenti e all’Agenzia spaziale europea di rinunciare ai loro statuti, che escludono impieghi militari dei loro fondi. Ma non dice mai quale sia l’obiettivo. Si vuole riarmare l’Europa contro la minaccia della Federazione russa? Il commissario designato, significativamente, a Difesa e spazio, Andrius Kubilius, è un ex primo ministro della Lituania. L’alta rappresentante per la Politica estera è un ex primo ministro dell’Estonia, il Paese che, in proporzione al proprio Pil, più ha contributo agli aiuti militari all’Ucraina (su di lei la Russia ha ineffabilmente spiccato un mandato di arresto).

Alcuni dati. La Russia, per quel che se ne sa, attualmente spende 130 miliardi di dollari l’anno per il militare (6,3 % del Pil). Gli Stati membri dell’Unione europea spendono 237 miliardi e con il Regno Unito si superano i 316 miliardi di dollari. Quindi, se il tema è la Russia, che potrebbe dopo l’Ucraina attaccare uno Stato membro dell’Unione, per esempio un Paese baltico, già ora non si tratta affatto di spendere di più, ma di spendere di meno e meglio (per esempio sulla cybersecurity e sulla difesa dello spazio aereo). C’è poi il “dettaglio” che la Russia dispone di circa quattromila testate nucleari, di cui circa milleottocento pronte all’uso, quante ne hanno gli Stati Uniti. Come noto, solo Francia e il Regno Unito hanno un arsenale di qualche centinaio di testate.

Come si fa a parlare di riarmo europeo senza precisare se si sta parlando di un riarmo convenzionale o addirittura nucleare? Insomma, a fronte di centinaia di miliardi richiesti ai contribuenti europei, non si ha la cortesia di dirci esattamente qual è il nemico da cui difendersi e come. Negli Stati Uniti, almeno, si parla chiaro, per chi segue come va il processo di bilancio in quel Paese, che attualmente spende 900 miliardi di dollari (il triplo della Cina). Se poi si pensasse anche a minacce dai soliti noti: tanto per fare un esempio, l’Iran ha una spesa militare di circa dieci miliardi (l’Italia il triplo).

Infine, se addirittura si volesse pensare a una politica militare relativamente autonoma dagli Stati Uniti, o che alleggerisca gli Stati Uniti in Europa, in vista di guerre in Oriente per Taiwan, i numeri sono quelli già ricordati: non basterebbe affatto il 2% del Pil (cui peraltro l’Unione, nel suo insieme, è già vicina).

Poche cose sono pericolose come parlare di riarmo senza le idee chiare. L’invito all’ Ucraina ad aderire alla Unione europea e alla Nato, quando a tutti è evidente che questo significherebbe entrare direttamente in guerra con la Russia, non è (doverosa) solidarietà a un Paese aggredito. Che in Russia sia al comando un autocrate nazionalista, e che domani ci sarà uno squilibrato fascistoide alla Casa Bianca sono fatti. Il tema è come si risponde. Senza dubbio, occorre difendere un modello di Europa democratica e sociale da chi la minaccia, anche internamente: ma è davvero il riarmo la strada da percorrere? Non esistono altre politiche? Parliamone con i piedi per terra.

*Professore emerito di Scienza delle finanze all’ Università di Milano


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