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Home » Articoli » Brexit, il pentimento degli economisti

Brexit, il pentimento degli economisti

È il tempo dei rimorsi: l’uscita dall’Unione europea ha danneggiato l’economia britannica

10 Gennaio 2023 Agostino Petrillo  1671

“Tenere duro in una condizione di tranquilla disperazione è lo stile inglese”: le parole di una celebre canzone dei Pink Floyd, Time, sembrano le più adatte a descrivere la situazione in cui si apre il nuovo anno nel Regno Unito. Le conseguenze della Brexit si mostrano ormai in tutta la loro evidenza, anche ai più cocciuti sostenitori della fuoriuscita dall’Unione europea. Sono passati due anni da quando l’ex primo ministro, Boris Johnson, firmando l’accordo commerciale sulla Brexit con l’Unione – gli “accordi di Natale” 2020 –, che avrebbe dovuto completarne il processo di uscita, dichiarò trionfalmente che la Gran Bretagna sarebbe stata ora “prospera, dinamica e soddisfatta”. E in effetti, secondo l’utopia brexiter, l’intesa avrebbe permesso di “fare ancora più affari” con l’Unione europea, lasciando nel contempo il Regno Unito libero di stringere accordi commerciali in tutto il mondo.

La speranza, un po’ ingenua, era di prendere due piccioni con una fava, continuando a esportare senza problemi sul mercato europeo, che conta 450 milioni di consumatori; mentre non ci sarebbero più stati lacci e lacciuoli a frenare le relazioni economiche con altri Paesi, in particolare con quelli dello ex-Commonwealth. Così, in realtà, non è stato, perché finora gli unici nuovi accordi commerciali sostanziali stipulati dopo l’uscita dall’Unione sono stati con l’Australia e la Nuova Zelanda. Secondo le stime del governo, questi accordi avranno un impatto trascurabile sull’economia britannica, facendo crescere il Pil, nel lungo periodo, rispettivamente dello 0,1% e dello 0,03%.

La Brexit ha dunque frenato, e non poco, il Regno Unito, rimasto l’unico membro del G7 ad avere un’economia che si è contratta rispetto alle dimensioni che aveva prima della pandemia. Anni di incertezza sul futuro delle relazioni commerciali con l’Unione europea, che rimane il più grande partner commerciale, hanno danneggiato gli investimenti delle imprese, che nel terzo trimestre sono stati dell’8% inferiori ai livelli pre-pandemia, nonostante l’accordo commerciale con l’Unione europea sia in vigore ormai da due anni. Sono stati interrotti alcuni nodi decisivi per la catena delle merci, con ripercussioni molto gravi su alcuni settori, come quello della produzione automobilistica. Ha fatto scalpore e destato meraviglia, sui tabloid, il fatto che le auto ministeriali blindate per i politici si sia dovute acquistarle da imprese tedesche (come Audi), dato che quelle inglesi non erano in grado di soddisfare i requisiti della gara di appalto. Un’ulteriore prova dei problemi e della crisi della catena delle forniture che affliggono i produttori britannici, e di un malessere del settore che ha fatto calare la produzione annuale di vetture, nel Regno Unito, di oltre la metà dal 2016.

La sterlina ha subito un duro colpo, rendendo più costose le importazioni e alimentando l’inflazione, non riuscendo così a stimolare le esportazioni, in una fase in cui, invece, altre parti del mondo vivevano un boom commerciale post-pandemia. La Brexit ha eretto barriere commerciali per le imprese britanniche e per quelle straniere, che utilizzavano la Gran Bretagna come base europea. Ha gravato sulle importazioni e sulle esportazioni, riducendo gli investimenti e contribuendo alla carenza di manodopera. Tutto questo ha esacerbato il problema dell’inflazione, danneggiando i lavoratori e gli imprenditori. Così non mancano ripensamenti: si nota un certo “rimorso da Brexit” tra i cittadini britannici, e un recentissimo sondaggio di opinione (del novembre 2022) suggerisce che una crescente maggioranza di elettori ora rimpiange l’uscita del Regno Unito. Ma c’è poca voglia di rivedere le relazioni formali con l’Unione, anche tra i principali partiti politici. Il tema della Brexit, come hanno mostrato le recenti cautissime dichiarazioni di Rishi Sunak sul “modello svizzero” (di cui abbiamo parlato qui), rimane un tabù – e questo nonostante l’anno appena trascorso sia stato uno dei più tumultuosi della politica britannica moderna. Il Paese ha avuto tre primi ministri; e attualmente si trova nel mezzo di una crisi del costo della vita che minaccia di travolgere la classe media conservatrice.

La nave della politica inglese si muove a fatica in acque tempestose. La prudenza di Sunak sulla questione della Brexit, oltre alla permanenza di brexiters oltranzisti tra i Tories, è dovuta anche alla speranza di ridurre gradualmente l’enorme divario nei sondaggi con il partito laburista, in vista delle prossime elezioni generali, previste per il gennaio 2025, senza toccare argomenti ancora troppo scabrosi. È curioso comunque rilevare come nella macelleria politica del 2022, in cui i primi ministri si sono fatti e disfatti con una velocità sorprendente, uno degli aspetti più importanti della nuova realtà sia stato raramente sfiorato e scarsamente discusso. Il motivo è che entrambi i principali partiti ritengono non sia ancora giunto il momento di parlare in dettaglio della Brexit e delle sue conseguenze. Il Partito conservatore non vede alcun vantaggio nel partecipare a dibattiti che mettano in evidenza ciò che non va in un accordo che ha voluto, negoziato e votato; mentre il Labour teme di non vincere le prossime elezioni se l’elettorato dovesse ritenere che i suoi dirigenti, segretamente, stiano pensando a un rientro nell’Unione. Qualsiasi politica che sembri troppo morbida nei confronti della Brexit potrebbe esporli a degli attacchi e sottrarre consensi importanti.

Così il leader laburista, Keir Starmer, ha delineato un piano in cinque punti, che a suo avviso dovrebbe “far funzionare” la Brexit. A scanso di equivoci, nel piano si dichiara che il Labour non ha intenzione di aderire all’Unione o a una delle sue istituzioni satelliti.

A parlare chiaro, e ben diversamente, sono invece economisti e ricercatori: “La realtà è che abbiamo aumentato le barriere dal lato dell’offerta per le imprese britanniche che cercano di operare nel mercato europeo. Quindi, per le aziende che ancora commerciano con l’Ue, i costi sono aumentati, mentre alcune aziende più piccole hanno semplicemente smesso di lavorare con l’Ue perché è troppo complicato e troppo costoso” – afferma Sam Lowe, partner della società di consulenza Flint Global. Secondo L. Alan Winters, co-direttore del Centre for Inclusive Trade Policy dell’Università del Sussex, la ragione più plausibile per cui la Gran Bretagna sta facendo peggio di altri Paesi è la Brexit. Sulla stessa linea, Michael Saunders, consulente senior di Oxford Economics ed ex funzionario della Banca d’Inghilterra, ha dichiarato: “Il Regno Unito ha scelto la Brexit con un referendum, ma il governo ha poi scelto una forma particolarmente dura di Brexit, che ne ha massimizzato i costi economici”. E ha aggiunto mestamente: “Ogni speranza di ottenere un vantaggio economico dalla Brexit è praticamente svanita”.

Sono soprattutto le piccole imprese ad avere ricevuto un colpo durissimo: ricercatori della London School of Economics stimano che la varietà di prodotti britannici, esportati nell’Unione europea, sia diminuita del 30% solo durante il primo anno della Brexit. Secondo i ricercatori, ciò è dovuto probabilmente al fatto che i piccoli esportatori hanno avuto sempre più difficoltà a competere con i concorrenti europei, a causa delle barriere doganali e delle prassi burocratiche introdotte. Ed è anche difficile pensare che la produzione delle piccole imprese possa riorientarsi verso mercati remoti, come quello statunitense, quando in precedenza i prodotti circolavano a poche decine di chilometri di distanza.

Secondo Jun Du, professore di economia presso l’Aston University di Birmingham, il calo delle esportazioni verso i Paesi non appartenenti all’Unione europea potrebbe essere un segnale della minore competitività delle imprese britanniche, che si trovano a combattere contro i costi più elevati della catena di approvvigionamento. “La capacità commerciale del Regno Unito è stata danneggiata in modo permanente dalla Brexit” – ha dichiarato Du in un’intervista rilasciata alla emittente Cnn. “Non vuol dire che l’economia inglese non possa riprendersi, ma certo è stata messa nell’angolo per diversi anni”. Secondo le proiezioni, l’anno prossimo il Regno Unito avrà una delle peggiori economie tra i Paesi sviluppati.

Al di là dei numeri degli economisti, niente rende meglio l’idea del senso di declino e di malessere generalizzato, che aleggia sul Paese, delle immagini della gigantesca ondata di scioperi degli ultimi mesi per le retribuzioni e le condizioni di lavoro. La peggiore inflazione degli ultimi decenni intacca pesantemente i salari, mentre il governo non riesce a fare altro che tagliare le spese e aumentare le tasse per colmare il buco di bilancio. D’altra parte, in un’economia che si contrae e rallenta, l’aumento delle tasse è inevitabile se si vogliono salvare almeno parzialmente i servizi. Con forse involontaria ironia, uno studio recente sui costi della Brexit, condotto dal Center for European Reform, ha mostrato che l’aumento delle tasse di quarantasei miliardi di sterline è quasi pari ai maggiori introiti che ci sarebbero stati se il Regno Unito fosse rimasto all’interno dell’Unione, che sono stimati intorno ai quaranta miliardi di pound. Il tempo dei rimorsi, quindi, se per ora rimane confinato all’ambito delle ricerche scientifiche, non tarderà prima o poi ad affacciarsi anche nel mondo della politica, da cui è stato finora artificialmente espunto.

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