Col passare del tempo le cose assumono a volte una fisionomia più chiara. È il caso della Brexit e delle sue conseguenze. A ormai sei anni di distanza, è evidente come il Regno Unito abbia pagato un prezzo molto alto in termini economici, politici e territoriali per la sua scelta di staccarsi dall’Unione europea. E tanto più lo si può affermare oggi, nel nuovo contesto internazionale che si va profilando dopo la guerra e la pandemia, in cui pare proprio che l’alternativa che si proponeva, subito dopo la fuoriuscita, tra una vagheggiata global Britain e una ridimensionata little England, si stia risolvendo a favore di una piccola, anzi piccolissima Inghilterra.

D’altro canto, risulta evidente agli osservatori come la Brexit si stia traducendo in un disastro economico e sociale. Michael Saunders, membro esterno del comitato di controllo sulla Banca d’Inghilterra, ha dichiarato un paio di settimane fa, in una intervista a Bloomberg Tv, che “la Brexit ha danneggiato in maniera permanente l’economia britannica nel suo complesso, riducendone il potenziale ed erodendo gli investimenti”; e ha aggiunto: “Se non ci fosse stata, non saremmo qui a parlare di nuove tasse e di austerity”. Quello che gli ultimi anni hanno dunque lasciato in eredità è una debolissima crescita economica, che non tiene il passo con molti Paesi europei. Rishi Sunak, e il cancelliere dello Scacchiere Jeremy Hunt, hanno infatti già dovuto annunciare nuove imposte e tagli delle spese. E in effetti Liz Truss, nel suo breve regno, ha messo in luce il male, quello della ridotta crescita, pur proponendo poi un rimedio paradossale, con la trussonomics, che le è valsa una rapida defenestrazione.

I prezzi dei generi alimentari salgono in maniera abnorme, l’inflazione galoppa, il livello di vita precipita, e da tempo gli economisti denunciano che ci si sta avviando a tutta velocità verso la recessione. Tra le zone più colpite dalla crisi, proprio quelle regioni arretrate che a suo tempo votarono massicciamente per l’allontanamento dalla dimensione europea a favore di una ritrovata vocazione “insulare”. Quasi tre quarti delle importazioni del Regno Unito provengono dall’Unione europea, ed è facile calcolare – nonostante l’impatto sia stato attenuato dagli accordi di Natale del 2020, entrati in vigore lo scorso anno – quanto le barriere doganali incidano comunque sui prezzi e su una organizzazione dei traffici commerciali che da decenni ruota intorno al mercato europeo. L’opinione pubblica comincia a rendersene conto: secondo un recente sondaggio pubblicato dallo “Observer” il 66% dell’elettorato è ormai convinto che la Brexit sia “andata male”, mentre solo un 22% è ancora convinto della scelta. Questo il contesto in cui Rishi Sunak pare muovere i primi timidi passi di riavvicinamento all’Europa, sebbene il primo ministro britannico abbia più volte ripetuto di essere ancora convinto della validità della Brexit, e abbia sostenuto pubblicamente di non avere intenzione di riaccostarsi alla legislazione europea in fatto di circolazione delle merci, attestandosi forse piuttosto su una posizione di partnership esterna, “alla svizzera”.

Già questo piccolissimo passo in direzione “svizzera” è stato oggetto di violenti attacchi da parte dei Brexiter duri e puri, costringendo Sunak a una capriola e a una parziale smentita. Anche se, in realtà, nel discorso tenuto successivamente a fine novembre, a Guildhall, nella City di Londra, è stata sottolineata l’importanza di rivitalizzare la relazione con l’Europa, e di approfondire quella “pivotale” con l’indo-pacifico. Ha detto Sunak: “Paesi come la Russia e la Cina pianificano a lungo termine e il Regno Unito dovrebbe procedere nello stesso modo”. Tra le righe, è possibile leggere anche l’intenzione di muoversi senza preclusioni di sorta: “La libertà e l’apertura sono sempre state le forze più potenti per il progresso. Ma non sono mai state raggiunte stando fermi. Sotto la mia guida non sceglieremo lo status quo. Faremo le cose in modo diverso” – ha aggiunto, ribadendo che il Regno Unito guarderà a tutte le opportunità di crescita che si presenteranno. Secondo quanto riporta il “Sunday Times”, il cancelliere dello Scacchiere Jeremy Hunt avrebbe dichiarato, in privato, che il Regno Unito dovrebbe cercare un accordo commerciale più stretto con l’Unione europea, salvo poi in parte smentire le dichiarazioni dopo una salva di critiche partita dai Tories. D’altra parte, il peso elettorale dei Brexiters è ancora troppo elevato per potere ritessere apertamente rapporti con l’Unione, come sanno bene anche i laburisti, una parte dei quali è molto cauta sulla questione.

La Brexit, certo, ha rappresentato nelle aspettative una promessa di libertà: fuori dai lacci burocratici europei, si sperava che l’Inghilterra avrebbe avuto mano libera in materia di commercio internazionale e di politica estera e interna, ritrovando così una piena sovranità che l’Europa rischiava di diluire. Ora si tratta di considerarne appieno le conseguenze concrete. Difficile, in ogni caso, revertire pedem, anche nel caso di un riavvicinamento o addirittura di una – per ora improponibile – richiesta di riammissione, su cui molti membri dell’Unione troverebbero da ridire, pensando a tutti i problemi che la Brexit ha causato. Poco praticabile appare anche il “modello svizzero” fugacemente menzionato da Sunak, dato che questo presenta una serie di inconvenienti da ambo le parti, e può funzionare bene solo per un Paese peculiare come quello elvetico, che preveda un accordo di massima di libero commercio e una serie di accordi di settore mirati principalmente a ridurre gli attriti sui confini del Paese.

Rimane però il fatto che il primo ministro deve fare i conti con una situazione senza precedenti, con un valore della sterlina crollato, mentre per la prima volta la borsa di Parigi ha sopravanzato quella di Londra come valore di mercato. Fuggono anche talenti e personale qualificato, spaventati dalla inflazione ormai altissima: non a caso, Sunak ha insistito sulla necessità di essere nuovamente attrattivi per i talenti.

Insomma, se per ora non è ancora chiaro come, una più stretta partnership con l’Unione appare difficilmente evitabile, e – con buona pace degli ultimi irriducibili Brexiters – ne andranno forzatamente esplorate le modalità. Forse un’opportunità potrebbe essere data dalla posizione di Norvegia e Islanda, che sono membri del mercato unico pur non facendo parte dell’Unione. Anche perché le speranze di ritrovata grandeur e di ripristino di relazioni politiche e commerciali in chiave di Commonwealth non si sono concretizzate, visto il modesto incremento delle relazioni transatlantiche e con l’Australia; mentre India e Cina rimangono per il momento troppo lontane per influire significativamente sul rilancio dell’economia.

Le vie di uscita dalla crisi che attanaglia il Regno Unito non sono quindi moltissime, e di questo il pragmatico Rishi Sunak è consapevole. L’Unione europea, come ha fatto capire la settimana scorsa Ursula von der Leyden dopo il loro incontro, sta per ora alla finestra e attende i suoi prossimi guardinghi passi.