Per la seconda volta consecutiva in un’elezione presidenziale, la sinistra in Francia al secondo turno dovrà fare quadrato attorno a un mediocre personaggio, un piccolo opportunista centrista come Emmanuel Macron, per far fronte alla possibile vittoria dell’estrema destra di Marine Le Pen. Tagliarsi fuori dai giochi è facile: nessun accordo preventivo, si evita del tutto di sottoscrivere quel “programma comune” tipicamente mitterrandiano che consentì, un tempo, la vittoria della gauche, e in conclusione si fa affidamento, per disperazione, su un leader narcisista come Mélenchon. Grande risultato arrivare terzo! Con la beffa che se almeno si fosse realizzata, come la volta scorsa, una unità con il Partito comunista – il cui candidato ha preso il 2,3% dei voti – Mélenchon (quasi al 22) avrebbe potuto sopravanzare di un soffio Le Pen (al 23,4), finendo lui al ballottaggio. Ma niente da fare.

Ora bisogna sperare che un elettorato disorientato non voti addirittura per Le Pen. Il che, sulla carta, non sarebbe impossibile. Non soltanto un sondaggio dice che il 20% di chi ha votato Mélenchon è pronto a spostarsi verso l’estrema destra; lo dice la logica politica di stampo peronista in cui è pienamente immerso il leader narcisista di cui sopra, a cominciare dal nome ambiguo del suo movimento, che in italiano suona “la Francia non sottomessa”. Ma non sottomessa a chi? Se si va a vedere, si trovano l’euroscetticismo di fondo, il becero sovranismo “di sinistra”, il vecchio filoputinismo (solo negli ultimi tempi un po’ messo da parte, e pour cause) del cosiddetto tribuno della sinistra radicale. Tutti elementi che giocherebbero a favore di una potenziale osmosi di voti tra questa “sinistra” e l’estrema destra, che dice all’incirca le stesse cose, aggiungendovi soltanto l’odio senza quartiere nei confronti degli stranieri.

Per fortuna, però, il relativo successo di Mélenchon è apparente. È consistito nel tentativo – perfettamente comprensibile, da parte dell’elettorato di sinistra – di portare al ballottaggio qualcuno che non fosse un candidato di estrema destra – la quale oggi, se si sommano i voti di Le Pen e di Zemmour (7%), includendo un candidato minore arrivato al 2%, rappresenta un terzo dell’elettorato. Dunque questa opinione di sinistra – la cui parte migliore si era anche spesa, con il fallito tentativo di una candidatura Taubira, per realizzare “dal basso”, mediante una “primaria popolare”, quella unità impossibile “dall’alto” – è abbastanza sveglia per sapere ancora mettere al primo posto la discriminante che spinge, al secondo turno, a votare il candidato meno distante dai valori “repubblicani” della Francia. Se sarà così, c’è da attendersi la riconferma di Macron.

Ma lo “scampato pericolo” non consentirà di archiviare queste elezioni presidenziali con tranquilla coscienza. La sinistra tradizionale del Partito socialista – che presentava come candidata la sindaca di Parigi, Hidalgo – non raggiunge neppure il 2%, e va male anche il verde Jadot, fermo al 4,5%. Neanche tra questi due candidati – vicinissimi nelle loro rispettive posizioni, soprattutto se si pensa all’impegno ambientalista di Hidalgo – sono riusciti a trovare un’intesa, anzi non l’hanno neppure veramente cercata. Una piccola sinistra rosa-verde non avrebbe cambiato il dato, ma avrebbe almeno evitato la figuraccia. Ora la contesa è rinviata alle prossime elezioni legislative di giugno, quelle per eleggere i deputati, nelle quali si vedrà di certo una discesa dei melenchoniani, senza che ancora si possa dire se il Partito socialista potrà recuperare qualcosa sulla batosta attuale, o se quest’area dovrà essere rappresentata principalmente dagli ecologisti.

Va detto che puntare a una dissoluzione finale del socialismo francese – come di fatto vorrebbe l’ex socialista Mélenchon – sarebbe esiziale per la sinistra. Accettare la prospettiva che debbano esserci unicamente un centrismo opportunistico uscito dal Partito socialista, com’è quello di Macron, e un “populismo di sinistra”, come quello melenchoniano, equivale al suicidio. La virtù principale dei partiti socialisti consiste nella capacità, quando c’è, di tenere insieme, anche con un complesso gioco di equilibri interno, correnti più “di destra” e altre più “di sinistra”. Se questa capacità decade, è l’intera sinistra a pagarne le conseguenze. La responsabilità prima di quanto sta accadendo è in capo all’ex presidente Hollande che, durante il suo quinquennato, non si sforzò neppure un poco di tenere insieme le due costitutive anime di qualsiasi partito socialista, perdendo poi al tempo stesso la presidenza e il partito. Purtroppo – a differenza di quanto fece il serissimo Jospin, il candidato socialista che nel 2002 non riuscì a giungere al ballottaggio, sopravanzato da Le Pen padre – Hollande non si è affatto ritirato dalla scena politica; al contrario, a un certo punto era stata ventilata perfino una sua ricandidatura in sostituzione di quella di Hidalgo, già in discesa nei sondaggi.

La rifondazione del Partito socialista sarebbe una precondizione necessaria per porre fine all’autolesionismo della gauche. È evidente oggi – specialmente se si pensa al dato dell’astensione in sensibile aumento – che i voti bisogna andare a cercarli persona per persona, individuo per individuo, tentando di mettere insieme il bobo del centro di Parigi con l’emarginato delle banlieues. È questa la differenza di fondo dal passato “di classe”, quando era scontato che gli operai votassero per il Partito comunista o per quello socialista, e i borghesi per i gollisti. Un nuovo blocco sociale, intriso di coscienza ecologista, va reinventato a partire da un insieme di bisogni, perfino tra loro contraddittori, che devono esprimersi nel senso di una spinta verso un nuovo welfare nel quadro europeo. Proprio la terribile esperienza della pandemia, gestita malissimo dalla Francia, avrebbe posto le basi per disarcionare il mediocre Macron – a patto di offrire all’elettorato un programma credibile di risanamento. La scorciatoia del “populismo di sinistra” porta invece con sé fin dall’inizio il segno della sconfitta: perché si colloca su un piano sul quale un’estrema destra, riciclata in senso populistico, sarà sempre più competitiva.