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In Cile la “sinistra meticcia” alla prova

I primi passi del governo del neopresidente Boric, sulla falsariga di una definizione data da Aldo Garzia

11 Aprile 2022 Claudio Madricardo  1746

A dar credito all’ultimo sondaggio Cadem, se si votasse oggi, il 44% dei cileni sarebbe contro l’approvazione della nuova Costituzione, a fronte di un 39% che la approverebbe, mentre il 17% non risponde o è indeciso. Quanto al nuovo presidente Gabriel Boric, la sua approvazione calerebbe di un punto fermandosi al 44%, mentre crescerebbe di 21 punti percentuali, in un mese, il giudizio negativo su di lui (41%). Questa la fotografia del Paese offerta settimanalmente da un istituto demoscopico che, in passato, non ha dato grandi prove di affidabilità, ma che, se non altro, descrive le difficoltà di quella sinistra meticcia – la felice definizione si deve ad Aldo Garzia – che ha preso le redini del governo in Cile.

Se una differenza subito balza agli occhi, rispetto ad altri esempi di governo di sinistra in America latina, è questo insistere, da parte di Boric, sulla necessità di dare ascolto alla cittadinanza, secondo il neopresidente cileno via maestra di governo e strumento per restituire fiducia e legittimità a una politica che, negli ultimi anni – con una accelerazione dopo la rivolta detta dell’estallido social del 18 ottobre 2019 –, è stata vissuta dai cileni con crescente apatia e ostilità. Di certo, a spingere verso questa scelta, c’è anche il fatto che, a livello legislativo, la coalizione che governa il Cile si trova a operare in un contesto difficilissimo, in cui la destra ha la metà dei seggi al Senato e 68 deputati su 155 alla Camera. È quindi plausibile che questa realtà possa avere spinto Boric a un approccio pragmatico, testimoniato anche dalla scelta di uomini, in primo luogo l’ex socialista e ora indipendente Mario Marcel, e di Nicolás Grau, alla guida di importanti dicasteri economici, secondo un progetto gradualista di riforme, che da parte di molti è stato definito di stampo socialdemocratico.

Se in Boric e compagni c’è la consapevolezza che in un Paese come il Cile, nella condizione di spaccatura politica in cui vive, sia necessario lanciare messaggi rassicuranti che contribuiscano a superare il timore dei perdenti; che sia opportuno garantire che ogni processo di cambiamento venga condotto nel rispetto delle regole democratiche – discostandosi così dalle scelte operate da altri governi latinoamericani in cui la sinistra è al governo –, è anche vero che, al di là dei motivi tattici contingenti, almeno da parte del gruppo più vicino al presidente, ciò è anche profonda convinzione e principio ispiratore della propria prassi politica. Non si spiegherebbe altrimenti il proposito che anima il progetto di Boric e compagni, che si riconduce al voler democratizzare la democrazia, nel senso di introdurre elementi di democrazia reale al di là degli aspetti puramente formali in cui essa si manifesta. In altre parole, attuando quelle riforme in campo economico e sociale la cui urgenza è sentita da molti in Cile, e che tuttavia dovranno essere ottenute con la ricerca del più ampio consenso.

La conferma di ciò è che la realtà degli equilibri politici non ha comportato la rinuncia ai principi che hanno ispirato la coalizione che ha dato vita ad Apruebo dignidad, che può contare su 37 deputati su 155, e 5 senatori su 50, le cui componenti sono: Convergencia social, Comunes, Revolución democrática, Partido comunista e Federación regionalista verde y social. Mentre in seguito, a livello governativo, sono stati inclusi esponenti socialisti, liberali, radicali e del Partido por la democracia, con i democristiani che collaboreranno dall’esterno.

Le problematiche sulle quali si muove il nuovo governo vanno dal rispetto dell’ambiente, ai temi femministi, a quelli prettamente sociali, il cui fine è la nascita di un welfare sul modello europeo. Detto ciò, in un Paese come il Cile – laboratorio neoliberista offerto, a suo tempo, dai Chicago boys a un Pinochet privo di politica economica – è comprensibile come Boric e la coalizione che lo sostiene siano impegnati in un vero e proprio cambiamento radicale, per quanto condotto “passo dopo passo”.

Già ai tempi della presidenza di Michelle Bachelet, nel 2006, il Cile ha avuto un governo in cui le ministre erano in numero pari dei colleghi uomini; ma quello di Boric presenta la novità di un gabinetto in cui predomina il genere femminile. Ciò si deve al ruolo importante giocato dalle donne nelle mobilitazioni, a seguito della rivolta del 2018, e tiene quindi conto dello spazio che le cilene hanno saputo conquistarsi a livello sociale.

La sfida, come già osservava Garzia, è che tutte queste varie anime siano tenute assieme, evitando di ricadere negli errori che hanno segnato gli esperimenti della sinistra al governo. Che le istanze di questo schieramento sensibile ai temi di genere, diversità sessuale, plurinazionalità, democratiche e non populiste, trovino una sintesi, per semplificare, nel progetto di uno Stato che, al contrario di quello finora conosciuto dai cileni, sia maggiormente presente e faccia sentire il suo sostegno ai cittadini.

Se Boric sarà in grado di tener fede ai suoi progetti, assisteremo a una trasformazione attuata grazie a un programma fortemente progressista, contenendo fughe in avanti e tensioni intestine, operando concretamente sul terreno dei rapporti democratici. In tutto ciò, il fattore tempo ha un ruolo fondamentale, anche se poco importa che dopo un mese di governo si registri già un relativo disamoramento. I risultati richiedono tempo.

Nel discorso con il quale ha presentato la lista dei ministri, Boric ha delineato le direttrici secondo le quali opererà il suo governo, chiamato a risolvere innanzitutto il problema della pandemia attraverso la continuazione del piano di vaccinazioni. Strettamente legato a questo, il governo dovrà affrontare i danni che essa ha causato all’educazione e all’economia, al fine di contrastare le disuguaglianze che già esistevano e che si sono approfondite a livelli intollerabili. Diversamente non poteva essere, in un Paese che ha sofferto particolarmente per il virus, la cui economia è stata severamente colpita, e dove i bilanci famigliari, se non bastasse, sono ora minacciati da un grave fenomeno inflattivo.

Oltre a ciò, il fulcro dell’azione di governo verterà su una riforma fiscale, con la quale attuare politiche ridistributive, e su una riforma del sistema pensionistico fino a oggi appannaggio delle assicurazioni private. E dovrà affrontare problemi complessi come quelli della richiesta di maggiore sicurezza, dovuta a un fenomeno migratorio che ha portato con sé criminalità. Senza contare la situazione, che rischia di essere esplosiva in Araucanía, della questione mapuche.

L’approccio gradualista intrapreso da Boric e dal suo governo può generare delusione in alcuni settori che lo appoggiano, creando tensioni difficilmente gestibili tra l’ala sinistra e quella di centrosinistra, che a lungo andare potrebbero anche minare la credibilità dell’esecutivo, soprattutto se i cambiamenti promessi tardassero a venire o non giungessero affatto. Se poi la nuova Costituzione fosse respinta, come lascerebbe intendere il sondaggio di Cadem, Boric si troverebbe ad agire in un quadro politico che lo vedrebbe fortemente indebolito. Ma sono al momento congetture, o timori, per un governo la cui navigazione è appena iniziata, anche se tutto lascia presumere che non sarà facile.

Boric e il suo esecutivo sono messi alla prova, devono dimostrare che il metodo dell’ascolto e del dialogo alla fine paga e porta i cambiamenti cercati. Hanno tutto il tempo per dimostrarlo. In ballo non c’è solo il destino dei tanti cileni che ci hanno creduto, e sarebbe già abbastanza. Ma anche quello del futuro della sinistra latinoamericana.

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Archiviato inAmerica latina Articoli Dossier
TagsAldo Garzia America latina approccio gradualista Cile Claudio Madricardo economia fisco Gabriel Boric pensioni riforme sinistra meticcia welfare

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