• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Analisi » Trentin e Ingrao: l’insospettabile attualità di due “sconfitti”

Trentin e Ingrao: l’insospettabile attualità di due “sconfitti”

A proposito di un convegno della Fondazione Di Vittorio

11 Maggio 2026 Paolo Andruccioli  764

L’espressione “sulle spalle dei giganti” è inflazionata, e spesso si usa in un’accezione diversa da quella che le avevano dato Bernardo di Chartres (XII secolo) prima, e poi Isaac Newton, protagonista della rivoluzione scientifica del Seicento. L’immagine è stata rievocata come grimaldello interpretativo, durante il seminario di studio organizzato dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, in occasione di una delle celebrazioni del centenario della nascita di Bruno Trentin (1926). La scelta della discussione (di cui non faremo la cronaca anche perché è disponibile su YouTube) è stata duplice. Da una parte, si è voluto mettere a confronto il pensiero di due “giganti” della storia della sinistra italiana, Bruno Trentin e Pietro Ingrao, e dall’altra – mettendo in luce le assonanze, ma anche le differenze politiche tra i due – si è cercato di capire i motivi della sconfitta storica delle loro idee all’interno del processo di rinnovamento della sinistra. Sullo sfondo, la domanda: salire oggi sulle loro spalle ci aiuta ancora a intravedere un orizzonte possibile per una sinistra alla continua ricerca di se stessa, sempre in bilico tra primarie e programma? Oppure, riparlando della loro ricerca teorica e delle loro scelte, si fa solo esercizio di memoria?

Per quanto ci riguarda, vorremmo utilizzare la ricca discussione che si è sviluppata, a partire dalla densa relazione di Mattia Gambilonghi (area “Storia e memoria” della Fondazione di Vittorio), per tentare di disegnare, seppure in modo inevitabilmente schematico, i contorni delle posizioni politiche e del modo di leggere il mondo di Trentin e di Ingrao. Proveremo perciò a ragionare intorno ad alcune parole-chiave per verificare se e come “ci parlano ancora”.

Nuova democrazia

Sia per Ingrao sia per Trentin, il tema della democraziaè stato fondamentale nel corso di tutta la loro esperienza politica e sindacale, un Leitmotiv che però è stato declinato in modo molto diverso. Per Ingrao (erede della cultura politica togliattiana) lo Stato deve essere il baluardo centrale da difendere e da riformare, perché senza istituzioni politiche non sarebbero possibili neppure le riforme economiche. Per Trentin, invece, lo Stato è sicuramente importante, ma è anche decisiva la realizzazione concreta della democrazia nella società prefigurata dalla Costituzione. Per il dirigente che aveva guidato la Flm unitaria (il sindacato dei metalmeccanici che per un breve lasso di tempo ha raccolto le tre sigle di Cgil, Cisl e Uil sotto un’unica bandiera), e poi era stato segretario generale della Cgil, il ritardo politico dell’Italia consisteva non solo nelle lacune del parlamentarismo e delle leggi elettorali, ma anche nel mancato allargamento della democrazia alla società. Già negli anni delle lotte dei Sessanta, e poi delle conquiste dei successivi Settanta (Statuto dei lavoratori, riforma della sanità pubblica, ecc.), nel movimento sindacale circolava uno slogan che era stato più volte usato dallo stesso Trentin: in Italia la democrazia si ferma sul cancello delle fabbriche (da leggere come “luoghi di lavoro”). In sostanza, il lavoratore fuori dal lavoro era considerato un cittadino portatore di diritti civili e politici. Nel luogo di lavoro lo stesso individuo era invece solo un subordinato alle regole dell’impresa. Trentin non si limitò a teorizzare l’allargamento della democrazia, ma cercò di praticarlo con i consigli di fabbrica, l’esperienza forse più avanzata di democrazia e potere nei luoghi di lavoro.

Riportando l’antica contrapposizione tra Ingrao e Trentin all’oggi, si potrebbe dire che i due aspetti della questione rimangono entrambi aperti, e anzi sono il segno dell’arretramento: stiamo ancora discutendo di riforma elettorale, il parlamento conta sempre meno rispetto allo strabordare dell’esecutivo; mentre l’estensione della democrazia nella società fa pensare alle tante esperienze di partecipazione e di “cittadinanza attiva”, ma non certo allo spostamento dei poteri nella vita concreta degli stessi cittadini-lavoratori che oggi sono diventati perfino merce di scambio nel capitalismo dei dati.

Terremoto neocapitalismo

Un punto di assonanza tra le posizioni di Ingrao e di Trentin lo troviamo nell’analisi delle grandi trasformazioni del periodo in cui operarono. Sia Ingrao sia Trentin pensavano che la sinistra (il partito e il sindacato) erano rimasti ancorati a una visione vecchia del mondo. Sarebbe stato necessario, invece, avviare una grande opera di rivisitazione delle categorie interpretative nel momento in cui, dalla ricostruzione del dopoguerra e da un’Italia rurale, si passava alla compiuta realizzazione del modello di capitalismo del consumo importato dagli Usa. Molto citato a questo proposito, anche nella discussone della Fondazione Di Vittorio, il convegno organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962, sulle Tendenze del capitalismo italiano, di cui uno dei relatori fu proprio Bruno Trentin. Una relazione, però, che all’epoca non fu apprezzata da Amendola e dalla destra del Pci, e che probabilmente si potrebbe leggere anche come una delle prime rotture nei percorsi di elaborazione della sinistra italiana. Uno scontro culturale, che al di là degli esiti politici che avrà negli anni successivi, oggi andrebbe riletto alla luce della nuova grande fase di trasformazioni legata all’automazione e all’intelligenza artificiale. Pensiamo di avere le categorie adatte per capire il cambiamento? Come si può pensare di “contrattare l’algoritmo” se non si conoscono i processi? La lezione da trarre – dallo scossone teorico del convegno del Gramsci – riguarda dunque il concetto di revisionismo. Dagli anni Ottanta in poi, il revisionismo di sinistra si è caratterizzato, quasi esclusivamente, nella rimessa in discussione delle categorie tradizionali e nel lento abbandono di riferimenti culturali e scientifici a partire, in Italia, dall’addio a Marx e a Gramsci. Con il convegno del ’62, una parte degli intellettuali di sinistra (con Trentin in prima fila) ha cercato invece di aggiornare le categorie della critica marxiana alle trasformazioni per renderle più efficaci di quelle proposte dal revisionismo liberista, che da lì avrebbe portato alla “terza via” di Blair. Su questo piano la ricerca di Trentin ha superato gli steccati tradizionali, facendo dialogare culture diverse per tentare di capire la società del postfordismo (il libro La città del lavoro del 1997 ha fatto scuola).

Autonomia e alienazione

Negli scontri politici di quegli anni, emergeva anche un tema che sarà ricorrente e che caratterizzerà le varie crisi della sinistra: lo scontro sul ruolo del sindacato e sul rapporto tra sindacati e partiti, nel momento in cui entrava in crisi l’antica formula della “cinghia di trasmissione”. Durante il seminario della Fondazione Di Vittorio, è stata ricordata (l’ha citata anche Andrea Ranieri) una polemica fra Trentin e Togliatti, che era contrario a concedere autonomia alle strutture sindacali nella contrattazione dell’organizzazione del lavoro. Nel 1957, Trentin scrisse una lettera a Togliatti, dopo che il segretario del Pci in un suo intervento al Comitato centrale aveva detto che il sindacato non doveva pretendere di avere voce in capitolo sulle trasformazioni tecnologiche delle imprese, ma limitarsi alle politiche salariali, viste come l’unico modo a disposizione del sindacato per condizionare le scelte delle imprese. Trentin era nettamente contrario a questa impostazione del partito. Per il sindacalista Trentin, il compito fondamentale era quello di sottrarre progressivamente all’azienda la possibilità di decidere unilateralmente sugli indirizzi, le modalità, i tempi di realizzazione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi. E non si trattava solo di una questione “sindacale”, perché in fondo, quando si parla di organizzazione del lavoro, si parla delle condizioni di vita delle persone che lavorano, quindi si parla di un tema che ha a che fare “con gli spazi di libertà che vanno conquistati e difesi anche all’interno della fabbrica capitalista”. Riportare questi temi all’oggi provoca un capogiro. Quanto contano oggi i lavoratori rispetto agli algoritmi che li governano? Il grande tema dell’alienazione e dell’affossamento del processo di conquista di spazi di democrazia e decisione nelle imprese (figuriamoci nelle piattaforme digitali) ritorna prepotente, anche se le parole usate per capirsi sono completamente cambiate.

Conoscenza e libertà

Un altro tema che ha guidato le scelte di Pietro Ingrao, ma soprattutto di Bruno Trentin, è stato quello della conoscenza e della formazione permanente e dell’importanza della relativa contrattazione, considerata decisiva almeno sullo stesso piano della contrattazione del salario. Se n’è parlato molto, durante il seminario della Fondazione Di Vittorio, attraverso i racconti personali diretti di Luciana Castellina, Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Walter Tocci, e attraverso gli interventi dei politici dei partiti di opposizione. Tutti gli intervenuti hanno ricordato la storia delle 150 ore, uno delle più importanti esperienze di aggiornamento culturale degli adulti e di formazione permanente, che oggi andrebbe ristudiata. Ma di questi temi, e di queste esperienze, non parlano solo i protagonisti di quegli anni. Ne parlano anche giovani che oggi sono impegnati nel sindacato e nelle organizzazioni studentesche. Generazioni a confronto, e approcci inevitabilmente diversi agli stessi problemi. Ma è molto importante (e induce a un certo insperato ottimismo) constatare come i temi della conoscenza e della formazione permanente, durante tutto l’arco della vita lavorativa delle persone, siano centrali nella memoria dei protagonisti della sinistra di allora, e lo siano anche per i giovani che si affacciano oggi alla politica e all’impegno sindacale. Nell’epoca del capitalismo della sorveglianza, come ha spiegato Camilla Piredda, responsabile delle politiche giovanili della Cgil, “le nuove generazioni – vittime di una precarietà che, prima di essere economica, è esistenziale – hanno bisogno di capire cosa stiamo facendo”. Un bisogno di collegare i piani della vita dei singoli, che rende attuale un’altra direttrice fondamentale di Trentin: quella di tentare di collegare i temi del lavoro a quelli della persona e dell’ambiente (su questo Trentin pubblicò, nel 2000, un importante libro che non viene quasi mai ricordato, Processo alla crescita, con Carla Ravaioli), nonché a quelli del rapporto tra uomo e donna. Nel dialogo fra Trentin e Carla Ravaioli, si parlava già dei limiti dello sviluppo capitalistico e delle conseguenze mortali della voracità dei grandi poteri economici in un pianeta che è finito. Una questione, anche questa, di cui non c’è bisogno di spiegare l’attualità. Anzi, la drammatica urgenza.

Riforme strutturali e programma

Trentin e Ingrao erano d’accordo nel pensare alle riforme come interventi legislativi capaci di modificare “alla struttura” lo stato delle cose: quindi non una legislazione estemporanea, per sua natura effimera, e legata alle contingenze elettorali. Con le riforme strutturali, di cui si è cominciato a parlare negli anni Sessanta, si sarebbe inciso sulla struttura profonda della società. Un obiettivo che nei “gloriosi” anni Settanta è stato parzialmente raggiunto, ma che poi è stato progressivamente abbandonato dalla politica di destra, e anche da quella della sinistra. Dalle riforme strutturali per allargare i diritti e la partecipazione dei cittadini, si è passati alle riforme per diminuire il ruolo dello Stato e dell’economia pubblica, e per dare spazio ai “diritti dell’impresa”, in molti casi della rendita. I due “giganti” di cui si è parlato nel convegno della Fondazione Di Vittorio erano ovviamente a favore delle riforme strutturali, e credevano nel ruolo della politica per far avanzare il processo di emancipazione di chi lavora. Erano “riformisti rivoluzionari”, secondo una definizione del socialista francese Martinet.

Ma con l’inizio degli anni Ottanta, e con l’avvio dell’epoca delle grandi controriforme neoliberiste, l’aria cambiò anno dopo anno: cominciò il lento declino delle politiche innovative che Bruno Trentin aveva cercato di tracciare nelle sue conferenze di Programma, prima in Cgil e poi nel Pds. Il Programma divenne presto una parola indigesta anche a sinistra. “Il Programma? Lasciamo perdere”, si narra di un aneddoto che riguarda un altro scontro nella sinistra, che vide protagonista ancora Trentin. Questa volta, dall’altra parte, non c’era più Togliatti ma Massimo D’Alema, secondo cui era inutile perdere tempo con le proposte di Programma di Trentin. Contano solo gli schieramenti e le alleanze per vincere le elezioni, mentre Trentin metteva in guardia il partito, diventato nel frattempo Pds, da una pericolosa deriva verso un “governismo” a tutti i costi. Ci ricorda qualcosa?

731
Archiviato inAnalisi
Tags150 ore Bruno Trentin consigli di fabbrica Fondazione Giuseppe Di Vittorio neocapitalismo Paolo Andruccioli partito Pietro Ingrao riforme strutturali sindacato

Articolo precedente

Anna Politkovskaja e la costellazione del coraggio

Articolo successivo

Cuba sul filo del rasoio

Paolo Andruccioli

Articoli correlati

Nucleare, Europa e fisco, le alleanze pericolose

Stellantis riduce la produzione in Italia, nel silenzio del governo

Electrolux, affari loro

L’imbroglio del “salario giusto”

Dello stesso autore

Nucleare, Europa e fisco, le alleanze pericolose

Stellantis riduce la produzione in Italia, nel silenzio del governo

Electrolux, affari loro

L’imbroglio del “salario giusto”

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Come la sinistra francese si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    1 Giugno 2026
Nucleare, Europa e fisco, le alleanze pericolose
Paolo Andruccioli    29 Maggio 2026
Dimenticare Venezia?
Rino Genovese    27 Maggio 2026
Ultimi articoli
Stragi del 1993: archiviazione per Dell’Utri (e Silvio)
Stefania Limiti    5 Giugno 2026
Israele verso il voto
Eliana Riva    5 Giugno 2026
Accordo di cooperazione militare tra la Russia e i talebani
Marco Santopadre    4 Giugno 2026
Primo turno delle presidenziali in Colombia
Claudio Madricardo    3 Giugno 2026
Turchia, una strategia di “ristrutturazione” contro l’opposizione
Eliana Riva    29 Maggio 2026
Ultime opinioni
Ecco a voi Israele, baluardo della democrazia in Medio Oriente
Giorgio Graffi    25 Maggio 2026
Scure del governo sulla filosofia: fuori Marx e Spinoza
Stefania Tirini    19 Maggio 2026
Ancora sulla massoneria e le sue lotte interne
Guido Ruotolo    12 Maggio 2026
Tra 25 aprile e primo maggio
Rino Genovese    5 Maggio 2026
Una critica della geopolitica
Claudio Bazzocchi    30 Aprile 2026
Ultime analisi
Venezia, analisi di una sconfitta
Claudio Madricardo    28 Maggio 2026
Trentin e Ingrao: l’insospettabile attualità di due “sconfitti”
Paolo Andruccioli    11 Maggio 2026
Ultime recensioni
Un film contro tutte le guerre
Marianna Gatta    13 Maggio 2026
Indagini sulla violenza
Katia Ippaso    6 Maggio 2026
Ultime interviste
Ex Ilva, a che punto siamo
Guido Ruotolo    18 Maggio 2026
Un libro ricostruisce il genocidio dei comunisti indonesiani
Marco Santopadre    15 Maggio 2026
Ultimi ritratti
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Anna Politkovskaja e la costellazione del coraggio
Laura Guglielmi    11 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA