PARTE III

RICOMPOSIZIONE SOCIALE

Riscoprire una società partecipata

La costruzione di una società giusta, collettivamente responsabile, in cui a tutti sia assicurata piena fruizione dei servizi sociali e protezione adeguata (e anche indirizzata al rafforzamento del suo apparato produttivo, di cui diremo), ha tre principi guida che sono nel sottofondo di tutto il resto e lo informano: la partecipazione, la dignità di ciascuno e la riduzione dello scollamento sociale, nel lavoro come nei redditi. Fondamentale, in questa prospettiva, è il superamento delle disuguaglianze di genere.

La società partecipata va pensata, costruita, voluta dalla politica, dopo decenni di individualismo utilitarista. È vero che incontra reti di solidarietà, aggregazioni intermedie, esperienze di solidarietà, ma ciò non basta se si pensa all’humus da cui veniamo. Il ruolo dei poteri pubblici è indispensabile nel promuovere e fare apprezzare nella pratica le virtù delle reti sociali, della cooperazione, dell’assunzione di responsabilità collettive. E, quindi, sollecitare un’altra cultura, promuovendo uno spirito pubblico maturo, coinvolto nella piena attuazione dei diritti fondamentali e dei doveri che li accompagnano.

È un intero programma politico che di conseguenza deve mirare a valorizzare la comunità, ad associare organizzazioni specifiche di cittadinanza nelle politiche pubbliche,  a riconoscere il protagonismo e le pratiche del movimento delle donne, a promuovere i corpi intermedi e la rappresentanza, a delegare – quando ciò sia possibile – ai cittadini la conduzione di alcuni beni comuni, a istituire consulte civiche o di rappresentanza di interessi, a premiare il mutualismo e tutto ciò che unisce le persone (o enti) per finalità collettive, a favorire gruppi per l’alfabetizzazione informatica affidata a giovani, a valorizzare forme di controllo dal basso dell’azione pubblica, a chiamare gli attori collettivi all’assunzione di responsabilità collegiali attraverso patti sociali costruiti nel tessuto istituzionale. Occorre una visione che consideri il Terzo settore non solo come soggetto della democratizzazione ma anche della produzione e riproduzione di beni comuni di welfare, ambientali, culturali e naturali, che potrebbero principalmente essere sviluppati nei settori di servizi pubblici locali, ma sempre con l’obiettivo di contribuire alla loro natura universalistica, mai di sostituirsi ad essa.

La ricucitura del mondo del lavoro

Gli stessi principi guida mirano a ricomporre la frammentazione sociale indotta dalla varietà di situazioni lavorative, frutto in parte del cambiamento tecnologico e sociale, in parte di come il lavoro è stato trattato dal punto di vista normativo. Su quella varietà agiscono le nuove forme di organizzazione del lavoro e il potere disarticolante che su di esse hanno gli algoritmi, oltre al potere dispositivo di chi è più forte nel mercato.

Ovviamente occorre agire sul piano normativo, ma forse è ancora più urgente che sia investito il piano culturale. Col diffondersi della cultura neoliberista il lavoro è stato considerato sempre più alla stregua di una merce e si è dissolta la cultura della “società del lavoro” (o della centralità politica e reputazionale del lavoro) che aveva dominato il panorama valoriale del dopoguerra. Si sono perse le identità collettive. Nella pandemia, tuttavia, sono stati rivalutati nel comune sentire tanti mestieri e professioni essenziali, mal pagati e mal considerati, che però hanno consentito quel minimo di normalità possibile, o assicurato che nessuno sarebbe stato lasciato solo di fronte ai problemi di salute. Attiene a un’opera culturale consolidare questo sentimento e far riconoscere quanto il lavoro altrui sia determinante non solo nel processo produttivo, ma nella vita quotidiana di ciascuno: quanto tutti dipendiamo da tutti.

Sarà difficile ricostruire un’identità comune del lavoro subordinato, ma occorre andare in questa direzione, consapevoli del fatto che una tale identità non è inscritta nella collocazione sociale, ma è una costruzione politica, opera di partiti e sindacati che si prendono cura della questione del lavoro. Certo, la ricostruzione degli organi di rappresentanza ed emancipazione è un compito che attiene agli stessi organi, ma ricordiamoci che la marginalizzazione dei corpi intermedi è stata più aiutata che contrastata dall’azione di governo condotta in questi anni.

È obiettivo fondamentale approvare uno Statuto di tutti i lavori – sotto qualsiasi forma contrattuale siano svolti, inclusi quelli di fornitura a partita Iva – dando piena attuazione ai diritti fondamentali sanciti dagli articoli 36, 39 e 46 della Costituzione sulla dignità del lavoro, la libertà sindacale e sulla democrazia economica. Tradurre in norme giuridiche i diritti secondo le varie casistiche serve a ribilanciare i rapporti di forza. Questo implica il varo della legge sulla rappresentanza sindacale e sull’applicazione erga omnes dei contratti, che devono stabilire innanzitutto il salario minimo, oltre che garanzie sui licenziamenti. In altra epoca, le associazioni dei lavoratori si inventarono protezioni su base assicurativa. Non si capisce perché non debbano essere riproposte oggi.

Compito dello Stato è garantire le reti e le salvaguardie che riducano incertezze e affanni (o costi) personali di fronte alla dislocazione dei settori produttivi, e proteggere nella riqualificazione dove l’offerta di lavoro non si incontra con la domanda, con un’opera importante di formazione e ricollocazione. Il problema è urgente, perché siamo di fronte non solo alla frammentazione delle situazioni lavorative, ma alla perdita di molte tipologie di lavoro, che la globalizzazione e, più ancora, la tecnologia, hanno reso desuete.

Il precariato e il lavoro povero sono temi cruciali. La reiterazione dei lavori a termine va regolata con severe limitazioni. Né si può più accettare che chi lavora sistematicamente per le grandi catene (di servizio e non) sia trattato da lavoratore autonomo. È necessario che ottenga le stesse tutele del lavoro subordinato, dalle ferie alla malattia, alla pensione, alla liquidazione in caso di interruzione del rapporto, e via discorrendo. Va superata la retribuzione a cottimo. In questi lavori c’è anche chi lo svolge come secondo lavoro. Allora, senza ingessare troppo le cose, bisogna distinguere un caso dall’altro (entrambi protetti) e far scegliere al lavoratore la tipologia di contratto che più gli convenga, sotto la sorveglianza del sindacato, affinché la scelta non sia imposta dal datore di lavoro. Compito dei sindacati è dare rappresentanza a questi lavoratori. La coda inferiore nella distribuzione dei redditi, oltre che con i contratti nazionali, andrebbe anche affrontata con schemi universali, come un minimo vitale per tutti. 

Ricordiamoci inoltre che il lavoro è spesso povero non solo in relazione alla sua remunerazione, ma in relazione ai contenuti formativi. Va premiato il progresso tecnico che umanizzi, o elimini le prestazioni alienanti e disumanizzanti e va garantito al lavoratore il diritto ad elevarsi sia nel lavoro stesso sia riconoscendo il tempo dedicato agli impegni individuali come tempo di lavoro.

Non è solo questione di lavoro dipendente; anche una parte del lavoro (genuinamente) autonomo e piccolo imprenditoriale si svolge in condizioni di precarietà, di rischio creditizio o di insolvenza, con la possibilità incombente di essere spazzato via dalla concorrenza delle imprese globali. Vigilare sulle pratiche di tali imprese è già di per sé un elemento di protezione, ma sono necessari schemi assicurativi che proteggano (almeno fino a un certo punto) dalle cadute di reddito.

A tutti va data una speranza e tutti vanno sottratti il più possibile all’insicurezza. Se dovessimo prendere a riferimento il fatto che le borse di studio destinate ai cittadini a basso reddito alla Scuola Normale di Pisa vanno deserte, si potrebbe dire che oggi vi è una la perdita della “capacità di aspirare”. No, questo non deve accadere.

Altre ricuciture

La ricomposizione della società non avviene solo affrontando il profilo lavorativo e reddituale (vedi sopra). Vi sono altri profili che la scompongono e che richiedono forti correttivi, quali quello di genere e generazionale. 

Il compito non può che essere rinviato ai tanti progetti che mirano a questo scopo, specie alle tante rivendicazioni dal mondo femminile, in gran parte già inclusi dentro il quadro di indirizzi finora disegnati, da cui si possono estrarre contenuti specificamente dedicati per trarne veri e propri pacchetti. Così, per esempio, nelle infrastrutture sociali e nei servizi che servono la collettività, tra i quali spiccano gli asili nido e le residenze per anziani e i non autosufficienti (ma soprattutto i servizi della medicina domiciliare). È un pezzo importante di liberazione, almeno parziale, delle donne che si prendono cura dell’infanzia e degli anziani, mirato a rendere tale cura compatibile con il lavoro retribuito. Anche la maggiore protezione dei lavori precari e a tempo e la parità salariale, di cui ci siamo occupati, favoriscono le donne. Non che ciò basti, perché servirà un programma organico che si occupi dei tempi della vita associata e del sostegno economico e organizzativo di chi svolge il lavoro di cura domestica (inclusi l’estensione dei congedi parentali), e che preveda misure per dare impulso al lavoro femminile. Dovrà essere inserito anche in programmi che investano la sfera culturale, per superare stereotipi e gerarchie inaccettabili.

Anche per i giovani, quanto già delineato contiene un insieme di misure estraibili per un pacchetto dedicato: dalla moltiplicazione dei luoghi di socialità, alla scuola, al riassetto normativo del precariato e dei lavori sulle piattaforme, alle assunzioni nella PA, agli alloggi a basso costo e altro ancora. Ma è ovvio che molto altro è importante: dall’assetto delle scuole professionali a un programma specifico per i Neet, alla istituzione di un servizio civile esteso in cui chi lo desidera possa essere assorbito almeno temporaneamente, in un impegno socialmente utile e formativo.

Al di là di tutto ciò, occorre ricordare che “i giovani” non sono un gruppo omogeneo e che, anzi, le diseguaglianze economiche sono più forti proprio negli scaglioni giovanili, evidentemente trascinate dalla condizione familiare. Di conseguenza, qualsiasi indirizzo che migliori la distribuzione del reddito o riduca la povertà è prioritario nel migliorare la condizione giovanile nel suo complesso. Identicamente, la distribuzione del reddito differenzia fortemente l’universo delle donne, per cui, anche qui, agire su di essa è una via efficace per migliorare la condizione femminile nel suo complesso.

Affrontare la diseguaglianza di reddito        

La fruizione di diritti nel territorio, nella salute, nella scuola, nel lavoro non basta a ricomporre la società se la diseguaglianza di redditi e patrimoni rimane così forte. Le diseguaglianze economiche sono un vulnus nella società quando sono così ampie e così fortemente dipendenti da condizioni di privilegio, come sono in Italia.

Affrontarle dal lato fiscale ha dei limiti, ma va fatto. A fine perequativo lo strumento più adeguato è la spesa pubblica, oltre al sistema di welfare, e alle politiche industriali e del lavoro. Ma è richiesto anche che le disuguaglianze economiche vengano prevenute e non soltanto compensate con interventi redistributivi e quindi che si intervenga preliminarmente (con politiche cosiddette pre-distributive) nei mercati dove si formano e che le hanno viste crescere fortemente negli ultimi decenni. Un insieme coerente di interventi che modifichi il funzionamento di tali mercati potrebbe permettere di raggiungere prioritariamente due obiettivi: spostare quote di reddito nazionale dai profitti e dalle rendite ai salari; limitare le forti disuguaglianze che si sono consolidate tra i percettori di reddito da lavoro.

Molti indirizzi citati in precedenza possono avere un effetto pre-distributivo. Pensiamo solo al rafforzamento dei sindacati, o a quanto agirebbe in questo senso il superamento della forte dipendenza del titolo di studio dei figli da quello dei genitori e dal loro reddito. Ma molte altre misure possono avvicinare a questi obiettivi quali la generalizzazione del salario minimo orario; una modifica dei diritti di proprietà all’interno delle imprese in modo da rendere le loro strategie più coerenti con il perseguimento di quello che si può considerare lo stakeholder value (ritorneremo sul punto), la riduzione del divario tra le retribuzioni dei manager e quelle dei lavoratori che, in generale, sono enormemente aumentate negli ultimi anni; il restringimento del ventaglio di tipologie contrattuali nel mercato del lavoro; una regolazione più efficace dei mercati finanziari in modo da contenere i premi che la speculazione oggi può assicurare; mercati creditizi accessibili per i giovani che propongono progetti imprenditoriali potenzialmente di successo. Tra le diseguaglianze le più inaccettabili che impattano sulle politiche pre-distributive sono quelle che riguardano le retribuzioni differenziate per le donne: impedire che si formino è tutt’altra cosa che ridurle redistribuendo reddito. Naturalmente molte di queste misure sarebbero più efficaci se coordinate a livello sovranazionale e questo dovrebbe essere uno specifico obiettivo della sinistra.

Ciò non vuol dire che le politiche redistributive non siano importanti. Lo sono, quando incidono soprattutto su quelle diseguaglianze trainate dalle rendite (non solo finanziarie e immobiliari, ma anche legate all’esercizio non controllato dei diritti di proprietà intellettuale). Alcune di esse possono avere anche effetti pre-distributivi. È questo, per esempio, il caso della tassazione dei lasciti ereditari che contribuisce a contenere le disuguaglianze nei futuri redditi da patrimonio.

Nel loro assetto, i sistemi fiscali del dopoguerra hanno tutti fatto affidamento prevalente sui redditi di lavoro, che ancora negli anni ’80 del secolo scorso rappresentavano il 60-65% del reddito complessivo. Oggi quella percentuale è scesa in molti Paesi sotto il 50%. In Italia è il 47%. Questi redditi forniscono, tra imposte e contributi, il 75% del gettito complessivo, mentre gli altri redditi, che sono il 53% del totale forniscono complessivamente solo il 25% del gettito. Particolare attenzione dovrebbe essere prestata alla comprensione sia delle dinamiche della base imponibile sia dei modi in cui i diversi tipi di reddito sono trattati, siano essi utili o stipendi, o rendite, finanziarie e non. Il sistema fiscale italiano è ora caratterizzato da una fortissima erosione delle basi imponibili, soprattutto nel caso dell’Irpef: i redditi di capitale sono esclusi dalla progressività, i redditi dell’agricoltura sono esenti da quasi tutte le imposte, i redditi da fabbricati, soprattutto quelli relativi alla casa di abitazione, fortemente favoriti mediante molteplici strumenti. Per superare questa situazione, una via possibile è quella di limitare l’Irpef attuale ai soli redditi di lavoro, eliminando l’appiattimento delle aliquote che l’orgia neoliberista ha prodotto negli ultimi trent’anni, e utilizzando una funzione matematica continua che determini l’aliquota media per ogni livello di reddito. Occorrerebbe poi affiancare a ciò una imposta personale, progressiva i redditi da capitale, tutti: dividendi, profitti, interessi (compresi quelli delle obbligazioni pubbliche), terreni, fabbricati, royalties, rendite varie, calcolati in riferimento al valore patrimoniale dei cespiti posseduti, in modo da inserire un incentivo all’uso produttivo del capitale.  

È vero che sta diventando sempre più difficile catturare le rendite e i profitti, non solo perché non c’è volontà politica di farlo, ma anche a causa della loro apparente assenza di “domiciliazione geografica”. Però i mezzi tecnici ci sono, poiché i profitti e i flussi finanziari in generale possono essere monitorati dal paese di origine al paese di destinazione – spesso un paradiso fiscale.

Per le imposte societarie vanno sostenute tutte le iniziative europee o in sede Ocse che tendano ad uniformare le basi imponibili dei gruppi multinazionali e a redistribuire i profitti secondo formule predefinite. Vanno introdotte imposte ecologiche. La Carbon tax (al pari della Tobin tax) attiene specificamente alla dimensione europea e lì occorre operare affinché siano istituite. 

La “bit tax” è stata parte del discorso politico sin dai primi anni ’90. Man mano che le transazioni e i redditi prodotti dai bit diventano sempre più “immateriali”, la base imponibile dovrebbe spostarsi dalle unità fisiche a quelle digitali (vale a dire ai bit di informazioni trasmesse).  L’imposta sul web, che tassi le transazioni digitali, può essere considerata una forma di bit tax. Un’altra questione di grande rilevanza è la tassazione delle piattaforme che utilizzano sempre più risorse individuali (come gli appartamenti nel caso di Airbnb) per guadagnare profitti aziendali. La scala europea è anche qui la migliore per affrontare la questione. Da parte nostra, va riordinata la struttura delle aliquote dell’Iva, ma soprattutto va ridotta la sua evasione.

Il problema principale del fisco italiano è l’enorme evasione concentrata presso i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Le possibilità e le proposte di ridurre l’evasione esistono. Gli strumenti tecnologici anche. Il problema è politico. Sarebbe necessaria una terapia d’urto, e una modifica dei meccanismi tradizionali di funzionamento dell’Amministrazione. Bisogna convincere il Garante della Privacy a non ostacolare l’uso sistematico e generalizzato dei dati oggi disponibili presso il fisco (ritorniamo al problema di Autorità lasciate senza direttrici politiche che prendono indirizzi tecnocratici non collimanti con l’interesse pubblico). La riduzione dell’evasione è uno degli obiettivi principali di un cammino verso un paese moderno e giusto, oltre che solidale.

PARTE IV

ACCUMULAZIONE E CAPITALISMO

Consegnare ai giovani un apparato produttivo irrobustito

Le politiche di coesione sono solo un pezzo delle politiche di sviluppo del paese. Una convivenza dignitosa deve anche accompagnarsi a una fiducia nel futuro che non può aversi in una economia stagnante, che non generi occupazione, sprechi il capitale umano e consumi l’ambiente. Questo compito può essere solo affidato a un modello di crescita diverso che impegni le imprese in una responsabilità sociale e sia trainato dai consumi collettivi, dai beni pubblici, dal governo dell’innovazione, dall’ecologia, oltre che da un irrobustimento in generale dell’apparato produttivo da consegnare alle generazioni future.

Oggi la stessa Unione Europea, con una torsione rispetto alle sue impostazioni tradizionali, chiama in prima persona gli Stati a una politica industriale basata sulla riconversione ambientale, le reti energetiche e digitali, la mobilità sostenibile, la sanità, e la coesione sociale. È un progetto di estrema rilevanza che incide sui nodi della crescita futura e che sollecita una capacità di progettazione. In quegli indirizzi occorre inserirsi, e con essi coordinarsi e fare sistema quando implicano programmi europei.

Almeno verbalmente, tali obiettivi trovano consenso al nostro interno e altrettanto consenso sembra esservi sul rafforzamento delle condizioni di contesto (istruzione e ricerca) e sul completamento della rete informatica. Tutto bene, purché si parta dalla consapevolezza che in nessuna delle direzioni di intervento l’Italia ha trovato finora un modello intellegibile e coerente. Di tre orientamenti preliminari occorrerebbe decisamente tener conto.

Le politiche ambientali e dei beni comuni hanno una loro forza se camminano sull’attivismo civico dei territori e su una mobilitazione sociale. Non devono essere politiche puramente centrate su soluzioni tecnocratiche ma congegnate in modo da dare risposta ad alcuni dei bisogni di miglioramento delle condizioni di vita delle fasce sociali più deboli. Così è, per esempio, per la qualificazione ambientale delle periferie citate in precedenza, come potrebbe essere per una trasformazione energetica che miri anche ad alleviare la povertà energetica di tante famiglie, rinforzando al contempo la capacità dei territori e delle comunità di risposta alla crisi climatica.

Fermo restando che la qualità dell’assetto produttivo è anche la chiave primaria delle politiche occupazionali – che attengono essenzialmente agli investimenti, alla competitività, alla salute complessiva e sostenibile dell’economia – occorre fare attenzione a che gli sviluppi della tecnologia non agiscano pesantemente in senso contrario. Non è vero che lo Stato è impotente rispetto alle convenienze imprenditoriali da cui dipendono le innovazioni che assorbono forza lavoro o la espellono. Quelle innovazioni possono essere orientate da un’azione pubblica consapevole che, senza nuocere alla produttività sociale, modifichi quelle convenienze intervenendo sulla destinazione settoriale e sui requisiti per i finanziamenti pubblici, sulla politica delle licenze e dei brevetti, sulla regolamentazione e gli standard richiesti, sulle condizioni poste per i bandi e gli acquisti pubblici.

Più importante di tutti è la consapevolezza che nessuna politica industriale o infrastrutturale sarà organica se non si rinuncia alla scellerata competizione tra territori (regioni, metropoli, comuni di ogni dimensione, ecc.) che i governi hanno promosso negli ultimi decenni. È in questione quella competizione che dà luogo a 21 politiche industriali regionali, impedisce che le infrastrutture siano concepite in modo unitario (specializzando, per esempio, i porti, invece di metterli in concorrenza), rende discontinue le reti di mobilità, indebolisce le istituzioni universitarie e i servizi sanitari proprio nei territori più fragili. È la stessa politica che ha diretto gli investimenti pubblici non dove c’era più carenza, ma dove c’era più mercato. Frammentazione delle iniziative e aggravamento del dualismo sono le conseguenze dell’incapacità di ideare e attuare le politiche su scala nazionale. L’affidamento alla concorrenza, accoppiato all’allocazione delle risorse secondo “meriti”, o entrate proprie, o capacità amministrativa, è artefice di circoli viziosi che hanno negli ultimi anni ampliato le diseguaglianze di opportunità, non solo a danno del Sud, ma in prevalenza del Sud. Sono diseguaglianze da contrastare all’interno stesso degli indirizzi produttivistici.

Non intendiamo entrare nel merito delle scelte di politica industriale, ma non si può non rilevare che in Italia la politica da trent’anni non si occupa di strategie industriali. Non si è mai discusso di quali fossero gli indirizzi più promettenti e su cui puntare. Sulla transizione energetica? (Ma allora occorre eliminare i sussidi ai combustibili fossili e concepire un intero sistema di interventi – dallo stoccaggio, al trasporto, alla ricerca, alle colonnine, al ruolo geopolitico, ecc. – che le faccia da propulsore; ritorneremo sul tema). Sulla logistica verde per il commercio internazionale? (Con tutto ciò che comporta in termini di reti, porti, hub, ora che sono stati raddoppiati il canale di Suez e la galleria del Gottardo). Sulla crescita dimensionale delle imprese? (ma allora vanno promosse con un impegno pubblico diretto le reti di imprese, gli hub produttivi, le fusioni, ma soprattutto va concepito un diritto societario che spinga verso il modello manageriale, di cui diremo). Sul salto tecnologico delle piccole e medie imprese? (Ma allora vanno costruiti attorno un sistema di brokeraggio e reti di professionisti capaci di intermediare tra mondo della ricerca e necessità dei processi produttivi, valutando congiuntamente le potenzialità dell’uno e degli altri, non lasciando il compito sulle spalle fragili e disperse delle università). Sui beni culturali? Sulle città? Sulle eccellenze settoriali? (Siamo, per esempio un hub della produzione farmaceutica e biomedica mondiale, mentre non riusciamo ad esserlo della ricerca in questo settore, quando si prevede che nei prossimi anni vi saranno mille miliardi di investimento per cercare nuove terapie; idem nell’agro-alimentare, dove il Paese ha una forza produttiva senza adeguata forza nella ricerca).

Senza andare oltre questa pura esemplificazione di una impostazione possibile, almeno cinque condizioni sono necessarie:

a) uno Stato (ritorniamo sempre al punto cruciale) che eserciti una responsabilità pubblica diretta negli assetti produttivi, guidando, coordinando e regolando l’economia secondo criteri che una volta si sarebbero detti di “programmazione”. Occorre uscire dall’idea che lo Stato debba solo concepirsi come il regolatore del corretto funzionamento del mercato e come il finanziatore ultimo di ogni attività che il sistema privato debba a suo merito intraprendere (per giunta, con poca attenzione alle tecnologie usate e ai loro effetti occupazionali). Le imprese dovranno entrare nell’ordine di idee che occorre investire e innovare per guadagnare più che diventare percettrici di aiuti pubblici;

b) indirizzi strategici che siano connessi a missioni di ricerca corrispondenti (per esempio, in progetti di mobilità sostenibile, di uscita dall’auto, di transizione energetica e così via); progetti che chiamino a raccolta le migliori capacità industriali e organizzative, le università e i centri di ricerca, organizzati in modo tale da essere driver di sviluppo produttivo e territoriale nell’attivazione delle filiere. È parte della missione pubblica assicurare una presenza nella ricerca dove i privati non la ritengono remunerativa. Difficile è concepire, per esempio, il passaggio all’idrogeno senza uno Stato che ne sorregga la missione, ma lo Stato deve anche mettersi in condizione di selezionare le imprese disponibili a cooperare con proprie risorse alla costruzione di ecosistemi innovativi in partnership pubblico-privato;

c) indirizzi generali capaci di avere particolari ripercussioni nel Mezzogiorno (e nelle aree in ritardo) e pensati all’occorrenza con diverse gradazioni territoriali (comunque sempre all’interno di missioni nazionali, non con politiche ad hoc). La sintonia col documento “Ricostruire l’Italia, con il Sud” ci esime dall’approfondire il punto;

d) grandi imprese pubbliche capaci di essere il pivot delle missioni prescelte (oltre che capaci di presidiare i settori strategici), cioè imprese orientate da mandati specifici coerenti con gli obbiettivi del sistema Paese. La lezione della pandemia è che dobbiamo tornare ad imparare che il mercato e gli investitori privati fanno il loro mestiere e non sono in grado di occuparsi di compiti di interesse generale. Ma forse avevamo già imparato con le privatizzazioni che, in assenza di un modello alternativo di capitalismo nel settore privato, l’unico modo per fare grande impresa in Italia resta sostanzialmente l’impresa pubblica. Ciò non vuol dire estendere il suo raggio di azione in salvataggi fuori da ogni visione strategica, né necessariamente abbandonare il modello duplice di controllo (Stato e borsa) connesso alla quotazione. Affinché il ruolo delle imprese pubbliche sia effettivamente strategico occorre che i governi cessino di considerarle come mucche da spremere e conseguentemente non siano lasciate ai criteri discrezionali del management di turno che agisce con l’imperativo (percepito) di staccare più dividendi possibile per lo Stato (inseguendo le occasioni di mercato dove si ritiene che sia possibile spuntare il maggior guadagno, non dove sono maggiori le esternalità). L’impresa pubblica deve tornare ad essere uno strumento di una missione pubblica;

e) la scelta e l’implementazione della governance e dell’architettura dei processi, ovunque si guardi, in Italia sono carenti (che fa il paio con le carenze della PA). È inutile che la politica insegua suggestioni miracolistiche spendibili sui media: conta che i progetti siano definiti e seguiti nel merito, coordinando gli attori, monitorando l’implementazione delle politiche, razionalizzando, costruendo la catena di comando e di responsabilità, stabilendo le priorità, controllando l’adeguatezza di ciò che si consegue con i risultati attesi: occorre il bisturi non l’accetta. A volte, la cura e l’organicità del modello contano più del finanziamento.

In ogni campo che impegni un cambio strutturale dall’università, alle agenzie di progetto, agli istituti tecnici e professionali, alla ricerca, al riequilibrio territoriale e così via, la conclusione è sempre la stessa: l’assenza di una sequenza razionale di azione, il disordine, la sconnessione o l’incapacità di risolvere le questioni in modo olistico sono la fonte principale di assetti e realizzazioni insoddisfacenti e incomplete, quando non di insuccessi.

Un modo di concepire gli interventi sistemici

Invece di inseguire un’intera casistica di esempi in negativo ritorniamo su due indirizzi illustrati didascalicamente in precedenza per dare, in positivo, il senso di cosa si dovrebbe intendere per intervento sistemico.   

La transizione energetica, ormai connessa alla rivoluzione digitale, è il primo esempio. Perseguire una via nazionale in coerenza con gli indirizzi europei necessita di un sistema organico di interventi che va concepito congiuntamente in varie direzioni fra loro collegate. Per cominciare, va completata la conversione delle reti di distribuzione in reti smart, rendendole idonee per la trasmissione dell’energia elettrica prodotta localmente. Vanno costruite le infrastrutture di accompagnamento, funzionali alla diffusione della mobilità elettrica nelle città e nelle vie di attraversamento del Paese senza sacrificio del paesaggio. Bisogna al contempo pensare al riutilizzo dei rifiuti elettrici e elettronici e allo smaltimento delle batterie e dei materiali pesanti.  Serve attrezzare i porti e rafforzare la logistica necessaria ad accogliere il gas dal Mediterraneo.

Al di là di questo, occorre predisporsi per il futuro. La posizione speciale del Meridione nel Mediterraneo ci consente di aspirare a farne oggi un polo per convogliare verso l’Italia e l’Europa oggi il gas (gnl) dai nuovi giacimenti del Mediterraneo, diversificando le fonti di approvvigionamento secondo gli indirizzi europei, e domani – dopo aver predisposto i gasdotti allo scopo – per trasportare l’idrogeno verde che sarà prodotto da fonti solare e eolica, incluso in futuro quello prodotto dalle imprese italiane nella sponda africana.  Ne consegue, da un lato, l’esigenza di preparare anche i territori di arrivo a valorizzare l’indotto e organizzare le politiche di qualificazione specifica della forza lavoro funzionale alle nuove esigenze del settore. Dall’altro lato, l’esigenza di una politica coordinata di investimenti specifici nel Meridione che non è più solo politica meridionalistica, ma promette importanti ritorni positivi per l’Italia nel suo complesso. Fa da corollario un orientamento “geopolitico” della nostra politica estera che accompagni queste scelte, volta al rafforzamento della presenza italiana nel Mediterraneo. 

Va da sé che un piano energetico organico dovrebbe coinvolgere, in un partenariato pubblico-privato, le grandi utilities del settore – in primis, quelle pubbliche ricondotte a scelte di sistema congrue con quel piano. Funzionali anche alla ricerca mirata sia per realizzazione dell’idrogeno verdi e sia per la costruzione della sua filiera, e, in un periodo intermedio rivolte alla gestione dello stoccaggio dello CO2.

Quel piano dovrebbe, altresì, prevedere la programmazione di Energy Center per la diffusione di incubatori e per il trasferimento della ricerca accademica all’industria nelle aree industriali toccate dalla trasformazione energetica, di cui abbiamo già qualche esempio in Italia.

Di grande rilievo è che tutto ciò avvenga in un contesto partecipativo e vada di pari passo con la trasformazione degli stili di vita, l’innovazione dell’organizzazione urbana (basti pensare alla proposta della “città a quindici minuti”), con gli altri cambiamenti che rappresentano, nel loro complesso, una trasformazione culturale e sociale oltre che tecnologica (e per alcuni aspetti, legislativa). Tra queste, lo sviluppo di comunità energetiche locali, esempi contemporanei della migliore tradizione del “socialismo municipale”, capaci non solo di coinvolgere le popolazioni nella gestione collettiva e nella produzione di un servizio condiviso, ma anche di educare a una cultura della responsabilità civica i cittadini chiamati a contribuire direttamente alla decarbonizzazione del sistema.

Tutto ciò va concepito nell’ambito della progettualità europea. Attiene a quel livello curare le reti energetiche e digitali, definire gli standard per i servizi della mobilità elettrica, introdurre una carbon tax da affiancare ai certificati ETS (di quote scambiabili di emissione); in altre parole, guidare la crescita industriale nel perimetro della decarbonizzazione e della lotta al cambiamento climatico. Ma a quel livello dovremo anche partecipare attivamente ai nuovi progetti europei della filiera energetica volti a ridurre la dipendenza attuale da rischiose fonti di importazione, come la Alleanza europea per le batterie o la Alleanza per l’idrogeno.

Questo solo per dare un esempio di cosa intendiamo per politiche coordinate e sistemiche, dirette a un fine, e per dibattito pubblico cui dovrebbero essere sottoposte.

Anche percorrere una via per favorire la crescita dimensionale delle imprese, come secondo esempio, implica scelte sistemiche. Sono scelte che indirizzano l’apparato produttivo verso un modello di capitalismo manageriale. Lo scenario può aversi se, oltre determinate dimensioni, la conduzione familiare (o proprietaria) dell’impresa è indotta a cedere il timone, così come è avvenuto – con strumenti e approdi diversi nell’affermazione del modello americano della public company o in quello tedesco del sistema duale (del doppio consiglio di amministrazione e di sorveglianza). Scelte entrambe precedute da dibattiti intensi conclusisi con l’imbocco di una direzione consapevole. In Italia quel dibattito è mancato. Il familismo di troppe imprese ha coinciso con bassa capitalizzazione, scatole cinesi, non contendibilità, scarsità di investitori orientati al rischio di lungo termine. Il modello manageriale, che è più congruo per noi, implica norme e processi vincolanti, che impongano il doppio consiglio amministrazione, di sorveglianza ed esecutivo. Serve, cioè, una riforma sistemica del diritto societario anziché atti di buona volontà delle imprese. La scelta di un sistema duale consente alla famiglia (o comunque ai proprietari) di ritirarsi in un consiglio di ordine superiore, di cui facciano parte anche i sindacati (o altri interessi) con compiti di indirizzo strategico e nomina degli amministratori. Che non interferisce, però, con i compiti esecutivi del consiglio subordinato, che nomina i top manager, guida l’azienda e prende decisioni di investimento, né interferisce con il sistema di gerarchie e di carriere interne all’organizzazione, creando un modello più simile a quello della grande impresa.

Disciplinamento del capitalismo

Pur se il capitalismo “ha i secoli contati”, in questa epoca storica non ha alternative; ma questo nulla toglie alle distorsioni cui porta inevitabilmente una economia governata secondo la logica del mercato e del profitto. Anche qui c’è un compito culturale e di analisi da svolgere, prima ancora che programmatico, per non perdere la consapevolezza critica di come è andata evolvendosi l’economia mondiale negli ultimi decenni: globalizzazione senza regole, liberalizzazione dei movimenti di capitale a breve termine, finanziarizzazione delle economie, sistematica estrazione di valore a beneficio dei manager e degli azionisti, creazione e rafforzamento di situazioni di monopolio e di rendita, indebolimento dei sindacati e dei corpi intermedi, svalutazione del lavoro. Tutti temi che proiettano in una dimensione internazionale, in primis europea.

Tale dimensione, tuttavia, non implica impotenza o assenza di strumenti a livello nazionale. Corollario delle scelte funzionali a un nuovo progetto di società e di sviluppo è la costruzione di un disegno che porti al rispetto dei doveri sociali da parte delle imprese, le quali sono gli agenti attraverso i quali raggiungere obiettivi coerenti con l’interesse pubblico. Non si tratta solo di regolamentare i mercati, ma anche di plasmare le strategie degli attori privati. In parole più evocative, si tratta del disciplinamento del comportamento capitalistico senza il quale non vi è compromesso sociale.

Occorre ottenere dalle imprese attività pulite, il rispetto dei lavoratori, del territorio e l’attenzione al benessere collettivo. Esse sono aiutate con elargizioni di fondi, crediti garantiti, trasferimento dei costi salariali allo Stato. La contropartita è che si comportino con la più grande responsabilità. Non basta la sensibilizzazione, che pure traspare qua e là, in questa direzione. La sostenibilità sociale negli indirizzi che le imprese seguono non può essere affidata solo all’autodisciplina, così come non può esservi affidata la governance idonea: dovrebbe essere declinata in norme e comportamenti o indotta da costruzioni politiche e istituzionali che diano potere agli stakeholders, tra cui i lavoratori.

Una leva c’è ed è la disposizione voluta dall’Unione Europea che obbliga le imprese a dar conto della conformità dei loro comportamenti e investimenti al rispetto dei criteri ESG (Environment, Society, Governance) in una apposita “dichiarazione non finanziaria”, da affiancare a quella finanziaria. Il disegno è, in un certo senso, affidato all’attività delle banche, assicurazioni e a società di gestione del risparmio che, in quanto monitorate secondo gli stessi criteri, sarebbero indotte a selezionare a cascata le imprese che li rispettino. Su questa costruzione ci si può innestare, ampliandola, perfezionandola, controllando che per nessun motivo gli adempimenti siano puramente formali.

Questo può avvenire soprattutto se si coinvolgono gli stakeholders nella gestione dell’impresa. La riforma degli organi di governo, di cui abbiamo parlato in precedenza, a proposito della scelta manageriale, può essere inserita in una prospettiva più ampia di ridefinizione dell’interesse sociale dell’impresa, in cui sia indotta a perseguire la creazione di valore a vantaggio dei diversi stakeholders mediante un loro equo bilanciamento. Va in questa direzione l’utilizzo del sistema duale per dare rappresentanza ai lavoratori e alle comunità territoriali su cui ricade l’impatto delle sue attività. Deve però trattarsi di consigli di sorveglianza effettivamente rappresentativi e non di un modo per ampliare i posti di consiglieri di amministrazione.

Anche strumenti più flessibili possono promuovere l’intervento degli stakeholders nella gestione dell’impresa consentendo loro di affermare il loro punto di vista, in modo che chi ha il potere di decidere lo faccia con piena conoscenza degli interessi in gioco, inclusi quelli del lavoro esternalizzato nelle filiere. Ciò può avvenire in vari modi.  Uno è attraverso forme di democrazia industriale che diano ai lavoratori e alle collettività interessate alla sostenibilità ambientale e sociale delle attività di impresa diritti di informazione, consultazione e co-decisione attraverso l’istituzione di consigli del lavoro e della cittadinanza (riprendendo l’esperienza tedesca e olandese). L’altro, dettando norme di diritto societario che introducano doveri fiduciari estesi degli amministratori e lasciando al dialogo sociale la specificazione delle forme di governo che garantiscano l’effettività di questi doveri attraverso gli statuti, i codici etici o l’assunzione esplicita di impegni. È un cantiere da aprire e sperimentare.

Tuttavia, per le certificazioni formali di osservanza ai criteri ESG, che occorreranno alle imprese, è necessario che in tale funzione siano coinvolte anche organizzazioni della società civile e del Terzo settore.

È importante che nell’orizzonte di quei criteri ESG da certificare sia tenuto fermo che, oltre ai criteri ovvi di rispetto dell’ambiente, quelli relativi al rispetto dei diritti dei lavoratori comprendano un salario adeguato e la salvaguardia della salute, della sicurezza e della qualità della vita per chi vi lavora. Dovranno poi esser presi in considerazione gli effetti delle scelte d’impresa sul territorio e, in senso lato, su tutta la società.

Dovrebbe essere estesa l’applicabilità del rispetto di quei criteri fino a includere progressivamente tutte le imprese, con la necessaria flessibilità per quelle più piccole, superando quindi l’applicabilità odierna in Italia alle sole alle società quotate con più di cinquecento addetti, oltre alle imprese finanziarie e assicurative.

In aggiunta, occorre pensare a sanzioni che non siano solo reputazionali o di abbandono a se stessa dell’impresa inadempiente da parte delle istituzioni finanziarie, ma a misure effettive che vadano dall’ammissibilità di class actions a qualche potere di risarcimento agli stakeholders, al di là di questioni che interessano la magistratura.

Tutto ciò, se applicato in modo rigoroso, potrebbe essere una buona base per tracciare i binari del comportamento imprenditoriale, ma non basta e non sostituisce il presidio di un forte e non derogabile diritto del lavoro. Né sostituisce la rivendicazione di una presenza dell’interesse pubblico negli organi direttivi dei grandi gruppi, con diritti di informazione, consultazione e, in taluni campi, di veto. Ed è necessario anche che i lavoratori siano presenti nel comitato compensi delle grandi imprese.

È anche un insegnamento di questa pandemia che le imprese andrebbero trattate come le banche, con una regolazione mirata a renderle resistenti di fronte a eventi imprevisti, attraverso accantonamenti adeguati di capitale, quand’anche ciò comporti minori dividendi per gli azionisti.

Ed è, poi, inderogabile che lo Stato acquisisca una quota di capitale nei progetti privati che finanzia, e comunque che i fondi erogati alle imprese siano condizionati a comportamenti che vadano in direzione del pubblico interesse (decarbonizzazione, investimenti verdi, nessun rapporto con i paradisi fiscali, più occupazione e così via).

Alternative al capitalismo digitale

Regolare quella componente dello sviluppo capitalistico dei nostri tempi che è l’impresa digitale, è più complicato. Il settore è dominato da alcuni giganti mondiali della tecnologia, che governano piattaforme (specie della comunicazione) dove gli utenti finali interagiscono tra loro, ed è caratterizzato da conformazioni particolari di modelli di impresa che richiedono interventi specifici.

Al centro di questa economia sono i dati e le piattaforme. Qui, più che altrove, è difficile pensare che gli Stati agiscano da soli per contrastare e disciplinare un oligopolio dotato di mezzi sconfinati. Nella necessità di quel contrasto c’è un campo che riguarda la compatibilità di questi sviluppi con la democrazia e il pluralismo dell’informazione per il quale la sensibilità è estesa, il problema è dibattuto e alcune procedure sono in atto. Invece, per ciò che riguarda il monopolio dei dati, la sinistra è in ritardo nel comprendere l’importanza del problema. La dimensione europea è la più adeguata e, se a quel livello non si costruisce una struttura pubblica (o pubblica-privata) di cloud, la forza economica squilibrata che esiste sul mercato avrà l’effetto di consegnare tutti i dati sensibili agli oligopoli statunitensi e cinesi. L’Italia deve appoggiare, sostenere e partecipare alla risposta che l’Europa si prepara a mettere in campo – per quanto limitata ai dati industriali, di banche, assicurazioni, ministeri, ospedali, strutture sanitarie, ecc. – di dare vita a una propria struttura condivisa di cloud. Ed è anche condivisibile l’approccio dell’Unione orientato a obbligare le imprese che ne hanno il monopolio a condividere con i concorrenti i dati sugli utenti.

L’economia digitale porta allo scoperto anche un tema più generale. Allo scopo di evitare traiettorie tecnologiche e pratiche commerciali che sopprimono la concorrenza o proteggono da essa, si dovrà arrivare all’obbligo di cedere le licenze delle invenzioni (dietro royalties) in modo che possano essere utilizzate da altri, e si dovrà impedire che pochi attori monopolizzino e privatizzino le traiettorie della tecnologia, o impongano gli standard, a maggior ragione quando usufruiscono della ricerca e dell’istruzione pubblica. La nostra economia è fondata sull’intelligenza generale a disposizione di tutti, prodotta nelle università, da studiosi e tecnici che le università formano, da laboratori pubblici, dalle conoscenze ereditate dal passato, per cui la sua traduzione in codici proprietari dovrebbe essere alquanto limitata. Una presa di posizione di questo tipo ha valenza culturale e trova una confluenza spontanea con il movimento dell’open source che prefigura forme di dominio comune di proprietà e di scambio non proprietarie. Di conseguenza, anche la durata dei brevetti e le pratiche artificiali per allungarla sono capitoli da affrontare. È un terreno in cui il decisore pubblico (europeo) deve potenziare la concorrenza, all’occorrenza mettendo in campo imprese pubbliche.

Ci sono, però, anche temi che vanno affrontati a livello dello Stato nazionale. Per esempio, nei big data è importante la presenza di operatori pubblici che curino un’efficace organizzazione della raccolta e dell’analisi delle informazioni necessarie, in forma standardizzata, in modo che le decisioni politiche siano prese su basi solide. La sanità è l’esempio di un campo dove tutto ciò è importantissimo.

L’impegno pubblico è anche richiesto per favorire la costruzione di piattaforme quando esse hanno un valore sociale, come quelle che mettono in relazione le persone di un dato territorio, o sono utilizzate per la formazione a distanza o la diffusione della conoscenza e in particolare della produzione culturale e documentaria italiana.

Anche nei settori regolati dei servizi di pubblica utilità le piattaforme abilitanti per la fornitura devono essere aperte e fruibili, quand’anche a pagamento, con tariffe remunerative degli investimenti solo per gli incrementi di produttività apportati.

Non va dimenticato, inoltre, il riordino del sistema degli appalti allo scopo di far crescere medie imprese e sollecitare un livello superiore di competenza nel settore dei servizi digitali, che si è espanso disordinatamente in mille direzioni.

Va poi regolato e disciplinato il potere strutturante degli algoritmi quando modellano il processo lavorativo e informano la vita e i meccanismi sociali. Soprattutto va riconosciuto e tutelato il diritto dei singoli ad essere pienamente informati sulle ricadute personali dell’impiego di algoritmi quando sono alla base di selezioni e graduatorie, oltre che dei ritmi di lavoro, unitamente al diritto alla class action quando la selezione diventa sistematicamente discriminante per particolari cluster sociali.

PARTE V

MOBILITAZIONE SOCIALE

Partito e sindacato

Il campo di interventi chiama in causa lo Stato per affermare una società diversa e una economia dinamica e guidata. Tuttavia, quando si parla di Stato non si parla solo di organismi pubblici decisionali o esecutivi; si parla anche della politica che vi agisce dentro e della cultura che la orienta. Si parla, ancora, di partiti, sindacati, società civile, organizzata e non, che agiscono nella sfera pubblica e sono suoi istituti portanti.

Se è vero che servirà restituire allo Stato l’autorità di cui è stato espropriato e la capacità di intervenire nelle politiche fondamentali, è altrettanto vero che servirà anche una cultura politica e una capacità di azione collettiva in grado di mettere in discussione gli attuali equilibri tra Stato, politica elettiva e potere economico. Questo dipende dalla consistenza delle istituzioni sociali (partiti, sindacati, cittadinanza attiva) e dalla loro capacità di coinvolgere effettivamente i cittadini nella vita pubblica. La forza di ciascuna di tali istituzioni dipende, tuttavia, da quella delle altre e tutte hanno oggi bisogno di uno spazio nella sfera pubblica per affermarsi.

Inutile dire che la sinistra non dispone oggi di un partito che assuma su di sé la nuova questione sociale e la dispersione della forza dei lavoratori e che sia capace di tessere i fili di una narrazione che investa i temi dell’interesse pubblico, dell’innovazione, della sostenibilità ambientale, della rappresentanza dei più deboli, e del perseguimento di un ordine sociale più giusto. Manca un partito che non si limiti (ammesso che ci riesca) a coordinare le iniziative sul territorio e a proporre buona amministrazione, mimetizzandosi dietro le pur importanti forze civiche, le liste coraggiose, o i localismi, ma che faccia da riferimento nazionale per prospettive di grande politica e assuma un ruolo di indirizzo, che è cosa diversa dall’organizzazione del consenso. Si avverte l’assenza di un partito, o di partiti, dalla cultura politica solida, in grado di suscitare speranze e indicare traguardi, con un pensiero all’altezza di una crisi che ha accantonato il mondo di ieri.

Eppure, non si può dire che oggi a sinistra non si manifestino fermenti culturali importanti – seppure dispersi – che condensano un pensiero critico alternativo al mainstream. Essi, tuttavia, non incontrano una soggettività politica che permetta di trasformare tali fermenti in cultura politica diffusa e senso comune; che sia capace, cioè, di costruire un’egemonia. Se le idee non vivono in una dimensione politica organizzata e nella testa della gente, è difficile che diventino energia tale da muovere i rapporti di forza nella società.

Come arrivare a quest’esito è un punto di domanda. Non si può accettare la visione deterministica e rassegnata secondo cui le trasformazioni sociali e la frammentazione della società offuscherebbero la soggettività politica e giustificherebbero una visione fatalistica della crisi dei partiti. Perché quella crisi sta anche e soprattutto nel fatto che gli stessi partiti di sinistra hanno rinunciato al compito, che è loro proprio, di organizzare le domande sociali, e si sono riconvertiti da istituzioni della rappresentanza in organi dello Stato.

Come arrivarci è certo una domanda difficile, ma qualcosa sappiamo, benché sia lecito chiedersi se siano immaginabili altri vettori in grado di supplire alla debolezza dei partiti. Sappiamo che un partito si riconosce in una cultura politica condivisa circa l’ordine possibile della società e si organizza per promuovere le sue idee. Servono, certamente, programmi e proposte di policy, ma, se la cultura è debole, ai programmi e alle politiche mancano le gambe e la forza per camminare. Difettano di coordinate adeguate ad affrontare le trasformazioni in corso e quelle avvenire, o per esprimere qualsiasi ambizione sociale.

Più che mai oggi alla sinistra serve un partito capace di indicare una direzione di marcia per uscire dal declino e di dare impulso a un grande sforzo collettivo, di ricomporre la società e di contrastare i conflitti corporativi. E di farlo attorno a una concezione rinnovata e solidale dell’Europa, specie perché l’impostazione del Next Generation Eu potrebbe non essere adottata una volta per tutte e svanire con la fine della pandemia per ritornare a qualche versione dell’Europa dell’austerità e del liberismo. È tuttavia pur vero che proprio l’Europa indica, al momento, una qualche idea di dove una sinistra decente potrebbe andare e invita a una responsabilità nelle scelte. Pur tra molte incertezze, in Europa si sta aprendo un campo di azione per le politiche pubbliche e per il perseguimento di interessi pubblici non serviti dal mercato, che invita i governi a programmare e a intervenire direttamente nella allocazione e nella destinazione delle risorse. Sono tutti temi per una ricomposizione del partito o dei partiti politici della sinistra.

Cultura politica

La battaglia culturale è dirimente per l’indirizzo da imprimere alle politiche pubbliche. E lo è anche per la conquista dell’immaginario collettivo e per ridefinire i connotati antropologici della società. Le energie sociali disponibili al cambiamento rendono oggi legittimo parlare di regolazione del capitalismo contendendogli il dominio sulla vita collettiva. Compito non facile, data la cristallizzazione di cui quel capitalismo gode grazie alle regole dettate dal neoliberismo e incorporate in una miriade di norme. Il compito non è facile, anche perché convive con sentimenti conservatori e perfino reazionari di parte dell’opinione pubblica, legati a una percezione di insicurezza.

Si potrebbe pensare che alla sinistra si offrano importanti opportunità in un contesto segnato da diseguaglianze estreme, alienazione e disorientamento dinanzi al futuro. Eppure, sembra non percepirli, né sembra attrezzata a mantenere viva l’idea che un ribaltamento di logiche è possibile e fondamentale. Servirebbe a questo fine una capacità di critica dell’esistente e un impianto intellettuale predisposto a mantenere in campo un punto di vista alternativo. Il cambiamento delle cose si fa nelle cose, ma senza idee non si va da nessuna parte.

Il vecchio ordine non funziona più. Il neoliberalismo non è più la ricetta con cui si possa governare la società. Non lo è da un punto di vista politico, anche se sopravvive nelle proposte dei settori sociali interessati a farlo valere. Sopravvive antropologicamente nell’orientamento prevalente alla ricerca di soluzioni individuali e di “felicità privata”. Non è un orientamento incontrastato, non è compatto, come non lo era l’orientamento alla felicità pubblica della stagione precedente. Tuttavia ancora prevale ed è accreditato nell’orientamento delle scienze sociali, dei media, delle imprese, della scuola, della politica. Così, merito, responsabilità, spirito di iniziativa, imprenditività, competitività, egoismo narcisistico sono diventati principi costitutivi della società in cui viviamo: ma stanno divenendo parole vuote in cui le persone si riconoscono sempre meno, perché è venuta meno la fiducia che le leve della mobilità sociale – dall’istruzione, alla costruzione delle competenze, all’impegno personale – adempiano effettivamente il compito. Creare una società diversa ha perciò quale premessa la formazione di un nuovo spirito pubblico: rompere la gabbia dell’individualismo utilitaristico, valorizzare ed estendere le pratiche sociali che già lo superano, far diventare egemone un sentimento di solidarietà reciproca.

Per tale prospettiva oggi sono disponibili quattro risorse preziose:

1) Nel corso della pandemia, per la prima volta dopo tanto tempo, ci è parso di osservare una maggiore consapevolezza civica circa l’esigenza di uscire insieme dalle difficoltà, di prendersi cura dei beni e dei servizi che sostengono la vita in comune, di rimuovere le disuguaglianze sociali ed educative. Se c’è, non durerà per molto tempo. Prima che questa consapevolezza decada, è urgente che trovi alimento in un convincente discorso della sinistra.

2) La società è ricca di fermenti associativi, di esperienze di cittadinanza attiva e di innovazione sociale e culturale. Anche se è poco visibile nella rappresentazione mediatica, l’azione collettiva non è spenta, e anzi costituisce oggi la principale sorgente della vita democratica. 

3) Negli ultimi tempi sono cresciuti i luoghi di formazione e diffusione del pensiero critico e di elaborazione di nuove politiche pubbliche. Tra i ricercatori e gli studiosi, si palesa anche una nuova propensione nel cercare verifiche e scambi con gli attori della trasformazione e la concretezza della vita sociale.

4) Il movimento delle donne, che mette in discussione gli assetti dominanti nei rapporti tra i generi e nelle sfere produttive e riproduttive, sollecita un nuovo modello sociale.

Questo fecondo rapporto tra pensiero critico e azione collettiva oggi produce l’unica energia politica che nei territori e in un’arena nazionale surroga il vuoto lasciato dai partiti. Sono sviluppi favorevoli a un cambio di paradigma, che nasce sempre da opportunità che nascono nelle condizioni storiche, dallo sviluppo di nuove letture del mondo e da avanguardie che già sperimentino quel paradigma alternativo.

Si sta creando quindi un nuovo campo di lavoro per una sinistra capace di mettere assieme le leve fondamentali disponibili: consapevolezza civica, pensiero critico e azione collettiva. Purtroppo, a tutto ciò manca il sostegno di un partito credibile. Tuttavia, l’interazione delle quattro risorse crea l’humus che in seguito potrà generare nuovi partiti, inevitabilmente diversi dai vecchi.  Il campo di rinnovamento della sinistra è questo. 

Alessandro Aresu Salvatore Biasco, Giacomo Bottos, Ferruccio Capelli, Carlo Carboni, Vittorio Cogliati Dezza, Francesco Denozza, Mattia Diletti, Mario Dogliani, Giovanni Dosi, Massimo Egidi, Maria Rosaria Ferrarese, Antonio Floridia, Massimo Florio, Nicolò Fraccaroli, Maurizio Franzini, Carlo Galli, Rino Genovese, Elena Granaglia, Gabriele Guzzi, Piero Ignazi, Alfio Mastropaolo, Enrica Morlicchio, Federico Nastasi, Ugo Pagano, Laura Pennacchi, Andrea Roventini, Gianfranco Pasquino, Lorenzo Sacconi, Valdo Spini, Roberto Tamborini, Valeria Termini, Walter Tocci, Carlo Trigilia, Nadia Urbinati, Gianfranco Viesti, Vincenzo Visco.

La prima e la seconda parte del documento si possono leggere qui

Scarica l’intero documento in formato pdf