Riaperture in vista, insomma, con acquisto di consenso nei settori imprenditoriali coinvolti. Intanto si insiste sui successi delle vaccinazioni, sul traguardo di un’immunità che tarda ad arrivare.

Un governo a base politica generalista dovrebbe essere meno esposto a condizionamenti d’interesse. Invece sembra tener conto di molte voci, non tutte tecniche come la dichiarata logica dei migliori farebbe credere. Turismo, ristorazione, intrattenimento, servizi e commerci vari sono perimetri produttivi a basso valore aggiunto ma con un certo bacino elettorale, e si fanno sentire. Nel frattempo l’attenzione alla grande manifattura resta una prospettiva e quell’area soffre crisi irrisolte.

Al fondo, c’è l’idea della ripartenza come occasione produttiva che permette il recupero dei danni, mentre, fra vantaggi ed esenzioni fiscali, alcuni segmenti imprenditoriali hanno approfittato della situazione, anche per ottenere alleggerimenti altrimenti impraticabili. Tutto da misurare il danno per gli enti locali, costretti a fare assegnamento su prelievi sfumati o differiti, di cui invece hanno bisogno per servizi sociali che l’emergenza conferma necessari.

Le regole sui distanziamenti, che richiedono verifiche e senso di responsabilità individuale, fanno intravedere scarsa efficacia. Qualcosa deve aver lasciato spazio a un brutto sottinteso, il male minore. La questione, però, è più profonda.

La formula governativa, al di là delle professionalità individuali che si presentano tecniche a ogni costo, si lascia condizionare dalla situazione e in realtà fatica a dirigerla come a prevenirla. Il governo incolore, modulo con cui è iniziata l’esperienza di Mario Draghi a Palazzo Chigi, segue le cose ma per ora non mette mano a significativi cambiamenti.

L’ambiguità delle decisioni, sanitarie ed economiche insieme, insegue i fatti stentando a programmarli; in questo, la politica italiana del 2021 non potrebbe essere più novecentesca. Sono le convergenze parallele del tempo del morbo, in cui l’equilibrio fra schieramenti inconciliabili ha queste conseguenze: si prendono provvedimenti sapendo che potrebbe essere necessario revocarli; si programmano perdite calcolate (si parla di “accompagnare” le imprese in chiusura, linguaggio da malattie esiziali); si mette in conto la perdita futura di posti di lavoro, con recuperi incerti.

La presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, prevista entro fine mese, deve chiarire in Consiglio dei ministri e alle Camere il contenuto di scelte determinanti. Ma adesso la linea dei provvedimenti di riapertura senza più precise decisioni, politiche e di ordine generale, rischia di costruire sugli equivoci. La realtà dovrebbe aver chiarito che non c’è modello economico, specialmente se intrecciato alla questione sanitaria, senza scelte di progettazione. Però.

Primo: scelte prese da un governo che è “il governo” e basta – come se la stratificazione sociale in Italia non fosse quella che è, soprattutto dopo l’aggravarsi delle differenze – allontanano il baricentro della progettazione del paese dalla democrazia sostanziale, quella del lavoro e della partecipazione alla cosa pubblica.

Secondo: anticipare le decisioni sulle riaperture mostrando sensibilità a determinati segmenti, quelli con riferimenti di bandiera su un versante dello schieramento di maggioranza, vuol dire accettare uno sbilanciamento mentre si proclama l’equilibrio.

Terzo: la distanza fra dialettica democratica e livelli decisionali sta costruendo un inedito schema, fatto di pseudoliberismo con fragili paracadute e interventismo economico pubblico senza partecipazione popolare (s’intende, diversa da pressioni trasversali, manifestazioni confuse, messaggi sui social, applausi).

Il modello vetrina, il “made in Italy” con bassa tecnologia e pretese modaiole, e l’intrattenimento turistico, con gli inconvenienti di fragilità e volatilità dell’occupazione, coi cascami sulle garanzie previdenziali e sulla futura protezione sociale, quello per il momento sopravvive, anche perché ha i suoi riferimenti politici. Ormai è un modello che pascola in un consenso accomodato, poco attento alle reali condizioni del paese.

La modifica del territorio, di cui si deve tener conto quando si tratta di salute e produzione, mette a nudo i fatti: se si limitano le aperture dei centri commerciali, è difficile spiegare ai negozi attivi all’interno perché sono trattati diversamente da quelli in città. Da anni, una parte della vita urbana è convogliata nei centri commerciali, mentre i centri urbani sono stravolti dal terziario e dal commercio. Adesso l’omologazione reclama uniformità in nome di una falsa uguaglianza: da premesse sbagliate vengono conseguenze pericolose, anche per la salute.

Contrasto alla concorrenza fiscale fra Stati e limiti alle delocalizzazioni sono praticabili per economie tecnologiche, meno esposte ai ricatti; la sensibilità verso produzioni modeste va nella direzione opposta. Se si considera che queste produzioni sono terreno facile per l’evasione fiscale, combattuta ma solo in parte, e comunque che in tempi di emergenza sanitaria queste attività non hanno fatturati brillanti, c’è da ragionarci e preoccuparsi.

La linea di politiche fiscali e spesa pubblica, se ha alle spalle denaro da spendere, ma è nelle mani di gruppi dirigenti non disponibili a venire incontro al lavoro a spese del capitale, promette un nuovo corso né partecipato né redistributivo. Se poi la linea dovesse comprendere uno sviluppismo, magari legato a opere pubbliche disinvolte, con gli attuali rapporti di forza e con l’eventualità dell’emergenza sanitaria a singhiozzo, le ricadute positive sui settori deboli sarebbero scarse. Ecco come, nel frattempo, arrivano decisioni sanitarie che non scontentano gruppi di pressione. La variante italiana del “New Washington Consensus” (vedi l’articolo di Paolo Barbieri uscito su “terzogiornale”) potrebbe risentire di falsi equilibri tutti nostrani, a scapito della giustizia sociale, della salute e dell’ambiente.

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