Eravamo ragazzi e aspettavamo il generale Carlos Prats, mentre le immagini televisive mostravano le rovine fumanti del palazzo della Moneda e l’ombra funebre dei caccia a volo radente sulla città assediata. L’ultimo dei militari fedeli alla democrazia – e nostra vana ultima speranza – non tornò dall’esilio a liberare il Cile: un anno dopo a Buenos Aires fu dilaniato da una bomba piazzata sull’auto. Il suo assassinio fu salutato da un torvo brindisi nelle sale del palazzo conquistato a cannonate.

Augusto Pinochet Ugarte non dimenticava e non perdonava. Vivo, trasformò il Cile in un campo di concentramento dei corpi e delle coscienze. Morto, la sua ombra ha continuato per anni a ricattare il Paese: così la Costituzione della dittatura, scritta al riparo dei fucili nel lontano 1980, è sopravvissuta al secolo ed è arrivata fino a oggi. In parte modificata, ma intatta nella sua ispirazione illiberale.   

Vergogna per le élite economiche e politiche e per generazioni di governanti che, in tanti anni di debole compromesso e tremebonda democrazia, non hanno avuto il coraggio di abolire quel testo decrepito.  Coraggio che hanno invece dimostrato i giovani e le donne, che a milioni hanno votato per eleggere l’Assemblea costituente incaricata di scrivere, in sei mesi, il nuovo testo costituzionale. Una vera, pacifica, rivoluzione: il Cile – commenta The Guardian – ha “scelto una coraggiosa nuova generazione progressista per scrivere il prossimo capitolo della sua storia”.

Le urne hanno punito i partiti protagonisti della scena politica fin dalla restaurazione della democrazia. Il blocco di centrodestra attualmente al governo ha conquistato solo trentasette rappresentanti, e peggio ha fatto la coalizione di centrosinistra, con appena ventisei delegati. Avanza invece la sinistra radicale ed ecologista, che ha ispirato e capeggiato la durissima contestazione al potere e le proteste di piazza degli ultimi mesi. Trionfano infine le candidature indipendenti, e per la prima volta nella storia parteciperanno ai lavori dell’assemblea i rappresentanti delle popolazioni indigene. “L’elezione di un numero così elevato di indipendenti e delegati indigeni è un nuovo straordinario inizio per il nostro Paese. Finalmente la lunga transizione alla democrazia può dirsi compiuta”, commenta l’accademica Verónica Figueroa Huencho.   

Festa nella festa: Santiago – dove le proteste del 2019 hanno ribattezzato “Plaza dignidad” la vecchia Plaza Italia – ha eletto sindaca una donna, giovane e comunista. Irací Hassler, appena trent’anni, ha conquistato l’alcaldía della capitale, battendo a sorpresa il candidato della destra e sindaco uscente Felipe Alessandri. Un mare di voti ha premiato la nuovissima coalizione che raccoglie, sotto un’unica bandiera, forze comuniste, ecologiste e socialiste. Ora Irací dovrà governare questa metropoli contesa, contraddittoria, spesso tragica nelle sue sanguinose ingiustizie.  E non sarà un compito facile.

È una vittoria giovane: una nuova generazione si candida a governare il Cile. Come scrive lo storico Iván Jaksic: “Ha vinto l’impazienza, soprattutto nelle generazioni più giovani, quelle che vivono in un mondo tecnologico quasi impensabile trent’anni fa. Fenomeni nuovi e gravissimi, come il narcotraffico, hanno aperto ferite profonde nelle comunità più deboli ed esposte. Inoltre, e molto importante, è la percezione della disuguaglianza anche in quei ceti sociali che pure sono usciti dalla povertà grazie alla democratizzazione e alla crescita economica”. 

Sarà questo il primo passo per una via di riscatto dell’intero Paese? Possiamo usare oggi il vecchio slogan della gioventù socialista di Allende: Chile se pone pantalones largos che, tradotto, vuol dire: “il Cile è cresciuto, è diventato adulto e indossa ormai pantaloni lunghi”?

Troppe volte nel passato la sinistra latino-americana è riuscita a dissipare grandi speranze e grandi illusioni.  Oggi può essere un nuovo inizio, se il vizio della divisione e del settarismo non prevarrà, come spesso è successo nella storia. Scrive ancora Iván Jaksic: “Vedo un Cile che tenta di liberarsi con grande fatica da una camicia di forza. Bisognerà ora respirare a fondo, riflettere, cercare una via maestra senza strappi e senza forzature”.  

Questo domani, ma oggi è il momento della festa. Il Cile che esulta nelle piazze e lungo le vie di Santiago offre questa vittoria a Salvador Allende. “Presidente – scrive su Le Monde diplomatique Miguel Lawner – sei stato insieme a noi dal momento della rivolta nell’ottobre del 2019, come sei stato con noi sempre: nelle battaglie contro il tiranno, nella ricerca dei nostri compagni detenuti, massacrati e scomparsi.

Forse queste giornate bisognerà dedicarle però a Luis Sepúlveda: lo straordinario, mite, festoso, brontolone compagno di viaggio che non è più tra noi, e tuttavia è sempre con noi. Con queste parole, nel lontano 2005, lo scrittore salutava i semplici riti della democrazia ritrovata dopo i duri anni della dittatura: “La prima volta che abbiamo votato in vita nostra è stato nel 1970, e fu emozionante tracciare la croce accanto al nome di Salvador Allende. Così, dalla Spagna, vivo le elezioni in Cile. Andare alle urne, votare, eleggere. Queste bellissime parole così lontane per le cilene e i cileni che come me vivono di là dal mare (…). Noi cileni parliamo in modo un po’ particolare, la nostra pronuncia è timida e abbiamo la tendenza a ridurre la dimensione delle cose a forza di diminutivi. Come vorremmo essere laggiù a preparare un asadito, una grigliatina di carne, innaffiandola con un viñito, un buon vinello, per festeggiare la vittoria…”.

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