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Un Conte di lotta e di governo, a caccia di elettori

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? Il titolo di questo classico della commedia all'italiana, firmato da Ettore Scola nel 1968, riaffiora alla memoria assistendo alle mosse, apparentemente un po’ casuali e scomposte, di Giuseppe Conte nel tentativo di restituire una visibilità mediatica e un profilo politico riconoscibile al Movimento 5 Stelle. Per il quale l’amico da ritrovare è l’elettorato. Schiantato ­­­– ma non cancellato – nei sondaggi, che lo accreditano di un comunque rispettabile, e stabile, 13% medio di intenzioni di voto, il Movimento è alla ricerca di un riposizionamento che giustifichi i consensi residui e, se possibile, fermi il massiccio riflusso dei voti del 2018 in direzione dell’astensionismo.

Di fatto, il Movimento 5 Stelle si trova oggi nella sempre ambigua collocazione “di lotta e di governo”, che altri hanno sperimentato in passato, non sempre con successo. Si espone al rischio di essere percepito come velleitario o, peggio, doppio: quando alza il tono della polemica e azzarda qualche azione di disturbo in parlamento e nel governo, ma nella sostanza rimanendo schiacciato sulle scelte politiche concrete di Mario Draghi. La capacità di Conte e dei suoi di deviare la barra del timone, saldamente in pugno al dominus di palazzo Chigi, appare molto modesta.

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Aspettando i risultati elettorali

Sono tanti gli indecisi in questa tornata amministrativa. E chissà se gli scandali che hanno travolto, nell’ultima settimana di campagna elettorale, la Lega e Fratelli d’Italia, avranno ripercussioni negli orientamenti di voto. Sono ore vissute al cardiopalma dai candidati, in attesa dei risultati ufficiali delle elezioni che coinvolgono dodici milioni di italiani. In gioco sono i sindaci delle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Trieste, Torino e Bologna) e il presidente e il Consiglio regionale della Calabria.

Il web, e i sondaggi, ci hanno abituato a diffidare del mondo che pretendono di rappresentare. Molti elettori non sanno chi votare o addirittura se andare a votare. A Roma, per esempio, se scegliere l’ex ministro del Pd Roberto Gualtieri o Carlo Calenda con la sua “lista civica”, sostenuto anche da Italia viva e dai radicali. Anche gli elettori del centrodestra potrebbero essere attratti da Calenda, il che ha convinto i sondaggisti a essere cauti su chi sfiderà al ballottaggio il candidato della destra Michetti, se Gualtieri o Calenda, appunto. Mentre la sindaca uscente, Virginia Raggi, 5 Stelle, pare raccogliere più voti di quanti sembravano decretarne una sicura sconfitta.

La crisi della politica al centro delle prossime elezioni

Sono mesi che i sondaggi e i giornali raccontano che la destra gonfia le vele. Che Giorgia Meloni e Matteo Salvini si contendono il primo posto alle prossime elezioni politiche. E che il Pd e i 5 Stelle, ove mai si presentassero uniti, comunque non ce la farebbero a raggiungere la destra. Mesi di chiacchiericcio e null’altro. Nessun fine analista o giornalista di lungo corso ha ancora detto che la “prima repubblica” è solo un ricordo del passato, che i partiti si sono sciolti, che la rappresentanza politica degli elettori stenta a prendere corpo, che il centro è evaporato, che cresce pericolosamente l’area dell’antipolitica che ripara nell’astensionismo.

La politica si è cacciata in un cul de sac. La campagna elettorale in corso per il voto amministrativo in grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna) e per la Regione Calabria mostra i segnali di un cambiamento. La macelleria del web – gli odiatori e gli urlatori che hanno preso il sopravvento, come nel caso dei “no vax” e “no pass” – ha alterato la percezione della realtà. E dunque anche i sondaggi di questi ultimi giorni di campagna elettorale vanno presi con le pinze.

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