• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » Scontri in Kosovo, le responsabilità del premier Kurti

Scontri in Kosovo, le responsabilità del premier Kurti

Nella zona nord del Paese le elezioni amministrative sono state boicottate dalla maggioranza serba, che non accetta sindaci di origine albanese. Una situazione molto tesa che coinvolge tutto l’Occidente

7 Giugno 2023 Vittorio Bonanni  997

Il Kosovo non parteciperà alle manovre militari della Nato denominate “Defender 23” che coinvolgono ventisei Paesi dell’Alleanza atlantica. Lo hanno deciso lo scorso primo giugno gli Stati Uniti: una ritorsione contro l’ostinazione del premier Albin Kurti, che ha rifiutato di ritirare i sindaci kosovaro-albanesi dal nord del Paese, zona a maggioranza serba. I candidati dei comuni di Zvečan, Zubin Potok, Leposavić e Mitrovica Nord sono stati eletti con la partecipazione al voto del 3% degli aventi diritto, a causa del boicottaggio della maggioranza serba presente nella parte nord, che non riconosce, al pari di Belgrado, il Kosovo come Stato indipendente.

Insomma, anche chi ha posto le fondamenta per creare questo “piccolo mostro balcanico”, governato dall’aprile 2016 al novembre 2020 da Hashim Thaçi – arrestato e processato per crimini di guerra e contro l’umanità – ha le tasche piene di una situazione che solo con un ridimensionamento delle pretese del governo di Pristina può tornare alla calma, sia pure momentanea. Per la prima volta, le sanzioni a stelle e a strisce vengono comminate a un Paese amico, all’indomani degli scontri scatenati il 29 maggio scorso dai kosovari serbi, che hanno circondato la sede del Municipio di Zvečan per impedire al nuovo sindaco di insediarsi. Nel contempo, sono stati coinvolti i soldati della missione della Nato Kfor (Kosovo force), che ha il compito di gestire la delicata situazione, con un bilancio di 52 dimostranti e 34 soldati feriti, tra i quali due italiani.

Tensione alle stelle, dunque, che ha comportato l’allerta della Orf (Forze di riserva operativa), i cui tempi di intervento sono stati dimezzati da quindici a sette giorni. “Per il Kosovo questa esercitazione è finita” – aveva annunciato l’ambasciatore statunitense a Pristina, Jeffrey Hovenier, suscitando la reazione sorpresa di Kurti, il quale ha messo in guardia l’Occidente, e in particolare gli Usa, su una possibile escalation del conflitto che dipenderebbe solo da Belgrado. Una lettura degli eventi quanto meno singolare, visto che ad accendere la miccia è stato il governo di Pristina sulla gestione delle elezioni. Da qui il richiamo della Casa Bianca, che tutto vuole fuorché l’apertura di un nuovo fronte, che vedrebbe coinvolta anche la Serbia di Vučić.

Per calmare le acque la soluzione consiste in nuove elezioni nel nord del Paese. Ipotesi che Kurti non ha escluso, a patto che finiscano gli atti di violenza. “Se fosse stata una protesta pacifica, avrebbe avuto la mia comprensione – ha detto il premier kosovaro –, ma non una manifestazione folle con la lettera Z (simbolo filorusso, ndr), dove sparano a soldati e poliziotti, lanciano granate, gridando ‘uccidi, uccidi’” – dimenticando che a inasprire la situazione sono state le elezioni da lui stesso indette. Ricordiamo che la minoranza serba ha mantenuto targhe automobilistiche e documenti serbi (vedi qui). La posta in gioca è alta. La Serbia è sempre stata filorussa, ma prima della guerra in Ucraina Vučić non ha nascosto i propri interessi nei riguardi dell’Europa, ipotesi ora lontanissima.

La storia del Kosovo è complessa ed è stata foriera dei peggiori mali della terra: repressione, guerra, bombardamenti, vittime civili e quant’altro. Con la morte di Tito, nel 1981, e il successivo sfaldamento della Repubblica federale jugoslava, le cose cambiarono anche per Pristina: “Dal 1974 il Kosovo era una provincia autonoma all’interno della Repubblica federale di Jugoslavia – dice Blerina Rogova Gaxha, poetessa e scrittrice nel sito di informazione “Vox Europ” pubblicato da “Internazionale” –, ma nella primavera del 1989 il Kosovo perse questo status e finì sotto il controllo diretto dello Stato di polizia serbo. Le vite dei miei genitori e la mia infanzia furono stravolte. Sotto lo stato d’emergenza non si poteva più pensare di vivere una vita normale. La ‘vita migliore’, concetto di titina memoria, era ormai superato”.

Da allora la politica serba nei confronti della piccola regione (è grande come l’Abruzzo) fu portata avanti all’insegna della repressione da parte di Belgrado. Dopo un anno di scontri tra le truppe federali jugoslave e l’Esercito di liberazione del Kosovo (l’Uçk), una vera e propria organizzazione criminale che soppiantò il movimento pacifista kosovaro di Ibrahim Rugova, la Nato scatenò il 24 marzo 1999 una feroce guerra, mai autorizzata dall’Onu, contro Belgrado – alla quale partecipò anche il governo D’Alema – che causò centinaia di morti in un Paese già piegato dall’embargo. Il conflitto terminò con l’accordo di Kumanovo, siglato il 9 giugno 1999, che istituì la missione Kfor della Nato, il cui contingente con il passare degli anni è passato da quattromila a ottocento unità, per poi essere di nuovo rinforzato in questi giorni con l’arrivo di settecento militari turchi.

Come abbiamo detto, quello che, almeno nel periodo della presidenza Thaçi, non esitiamo a definire un narco-Stato, proclamò l’indipendenza nel 2008, immediatamente riconosciuta solo da 101 Stati su 193. A dire no a una decisione unilaterale anche membri dell’Unione europea, come Grecia, Spagna, Cipro, Romania e Slovacchia. Per conseguire il pieno riconoscimento servirebbe il parere favorevole dei due terzi dell’Assemblea generale dell’Onu: obiettivo sempre più lontano da raggiungere, vista anche la guerra tra Russia e Ucraina che non può non ripercuotersi fatalmente nel Kosovo. Così rischia il fallimento il tentativo dell’Europa e degli Stati Uniti di normalizzare i rapporti tra Belgrado e Pristina, grazie all’impegno della Francia e della Germania. Il tema era stato posto all’ordine del giorno – lo scorso 18 marzo a Ohrid, in Macedonia del Nord – al termine di un vertice tra Kurti e Vučić, mediato dall’alto rappresentante Ue Josep Borrell. Pur non avendo sottoscritto nulla, l’aria che si respirava era una volta tanto positiva. Il fine era quello di creare un’associazione delle municipalità a maggioranza serba nel nord del Kosovo. Ipotesi non proprio ben vista da Kurti, ma che comunque avrebbe disinnescato la mina kosovara, favorendo il ricollocamento della Serbia nell’area europea. Uno sforzo, almeno per il momento, vanificato con il compiacimento di Mosca.

Come la storia insegna, pochi chilometri quadrati di territorio e un numero limitato di persone diventano fonte di conflitti lunghi e sanguinosi. A maggior ragione se dietro quel fazzoletto di terra si nasconde un mito nazionale testimoniato dalle tante chiese ortodosse presenti in quel territorio. Al riguardo, il 1389 è un anno cruciale per il nazionalismo serbo, con l’epica battaglia della Piana dei Merli contro le truppe dell’Impero ottomano, durante la quale per la prima volta perse la vita un sultano. Un ricordo che è stato tramandato nei secoli, fino ad arrivare ai campi da tennis del Roland Garros, dove nei giorni scorsi il campione serbo Novak Djokovic è stato inondato di critiche per avere scritto su una telecamera: “Il Kosovo è il cuore della Serbia. Stop alla violenza”.

Quali possano essere le prospettive ce lo spiega Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Ispi (Istituto studi politiche internazionali) per i Balcani. Il tema è il boicottaggio “delle istituzioni kosovare e delle conseguenti elezioni. In particolare, gli eventi nel nord del Kosovo sono uno scambio di ricatti politici: Belgrado – sottolinea Fruscione – chiede maggiore rappresentanza minacciando boicottaggi, Pristina vuole esercitare la propria sovranità. Non è solo una questione identitaria, ma anche di legittimazione politica e istituzionale. La crisi in corso – sottolinea il ricercatore – danneggia innanzitutto la popolazione locale e va a vantaggio della Russia che, sebbene non abbia alcun ruolo diretto in queste tensioni né sostenga una qualche iniziativa diplomatica, sfrutta l’instabilità della regione su cui esercita una decennale influenza”.

Detto questo, siamo di fronte a un altro frutto avvelenato della politica dell’Alleanza atlantica che – dall’attacco del 1999, evidente avvertimento alla Russia ma anche alla Cina, la cui ambasciata venne bombardata, provocando la morte di tre giornalisti – è riuscita solo a porre le basi di una pericolosa quanto perenne instabilità. Ancora una volta nel cuore di un’Europa incapace di tutelare i propri interessi.

1.013
Archiviato inArticoli
TagsAlbin Kurti elezioni amministrative Giorgio Fruscione Kosovo maggioranza serba Nato Serbia sindaci albanesi Stati Uniti Vittorio Bonanni

Articolo precedente

La crisi culturale della scuola italiana

Articolo successivo

Affitti brevi: Nardella controcorrente

Vittorio Bonanni

Articoli correlati

L’Estonia, i russi e l’apartheid 

Trump: “Un’intera civiltà scomparirà questa notte…”. Poi una tregua

Iran, secondo mese di guerra

Incubo primarie

Dello stesso autore

L’Estonia, i russi e l’apartheid 

Incubo primarie

Israele perde a Lubiana

Sánchez, il calvario di un socialista

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Mala Pasqua (sotto il segno di Piantedosi)
Rino Genovese    7 Aprile 2026
Sigonella uno e due
Rino Genovese    2 Aprile 2026
Segnali incoraggianti, ma…
Rino Genovese    30 Marzo 2026
Ultimi articoli
L’Estonia, i russi e l’apartheid 
Vittorio Bonanni    10 Aprile 2026
In Libano nessuna tregua
Eliana Riva    9 Aprile 2026
La tratta degli schiavi crimine contro l’umanità
Luciano Ardesi    8 Aprile 2026
Adolfo Urso, una poltrona che traballa
Guido Ruotolo    3 Aprile 2026
La guerra al tempo dell’intelligenza artificiale
Marianna Gatta    3 Aprile 2026
Ultime opinioni
Una critica delle primarie
Claudio Bazzocchi    10 Aprile 2026
I giovani e la loro prudenza attiva
Stefania Tirini    26 Marzo 2026
Referendum, grande vittoria del “no”
Stefania Limiti    23 Marzo 2026
Dubai, un mare di guai…
Agostino Petrillo    5 Marzo 2026
Regressione
Agostino Petrillo    27 Febbraio 2026
Ultime analisi
Pnrr a fine corsa. Dopo l’estate il vuoto?
Paolo Andruccioli e Paolo Barbieri    7 Aprile 2026
La lezione di Hormuz
Paolo Andruccioli    17 Marzo 2026
Ultime recensioni
Vocazione e povertà
Katia Ippaso    31 Marzo 2026
Vittorio Occorsio, ovvero della giustizia
Stefania Limiti    16 Marzo 2026
Ultime interviste
“No alla guerra, sì a una difesa comune europea”
Paolo Andruccioli    11 Marzo 2026
“Gli imprenditori hanno smesso di fare industria. Conta solo la rendita finanziaria”
Paolo Andruccioli    27 Febbraio 2026
Ultimi ritratti
Nellie Bly: i pazzi visti da vicino
Laura Guglielmi    3 Aprile 2026
Marielle Franco e la “resistenza intersezionale”
Marianna Gatta    19 Marzo 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA