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Il Kosovo a rischio di un nuovo conflitto

Nel piccolo Stato balcanico la convivenza tra la maggioranza albanese e la minoranza serba è ormai del tutto saltata

14 Dicembre 2022 Vittorio Bonanni  1682

Era il marzo del 1999 quando la Nato scatenò una feroce guerra contro la Repubblica federale di Jugoslavia, o di ciò che ne rimaneva, per sottrarre gli albanesi del Kosovo alla repressione del governo di Slobodan Milošević e garantirne l’indipendenza. Un conflitto che vide partecipe in prima linea il governo italiano, presieduto da Massimo D’Alema, e che provocò almeno dodicimila morti, migliaia di feriti, oltre che la distruzione di un Paese nel cuore dell’Europa. Il piccolo Stato che ne derivò non venne riconosciuto da molti Paesi: tra i quali ovviamente la Serbia, la Federazione Russa, cinque membri dell’Unione europea – Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania –, e la Repubblica popolare cinese, la cui ambasciata venne colpita durante la guerra.

A distanza di quasi ventiquattro anni, la convivenza tra la maggioranza albanese e la minoranza serba, che aveva raggiunto una relativa stabilità solo grazie alla presenza della Kosovo Force (Kfor), una forza militare internazionale guidata dalla Nato, è ormai del tutto saltata. Epicentro del conflitto – che, secondo molti osservatori, non dovrebbe trasformarsi comunque in una guerra convenzionale – è la parte settentrionale del microstato balcanico, dove un poliziotto è stato arrestato dalle autorità di Pristina che lo hanno accusato di “cospirazione e terrorismo”, con conseguente rivolta della popolazione locale mai integrata nell’ex regione jugoslava. I serbi kosovari sono stati sostenuti nelle loro rivolte dal presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha chiesto, come stabilito dagli accordi di allora, l’autorizzazione alla Nato di inviare proprie truppe “a protezione del nostro popolo perseguitato”, senza però avere una risposta positiva. Un diniego che non ha fatto altro che aumentare la tensione, ma che in ogni caso era facilmente prevedibile.

Il primo ministro kosovaro Albin Kurti, esponente del partito nazionalista di sinistra Vetëvendosje (“Autodeterminazione”), ha accusato la Serbia di voler fomentare una nuova guerra civile, finanziando anche gruppi illegali. Il premier kosovaro teme il ripetersi di quanto sta già succedendo da mesi in Bosnia, dove i serbi hanno creato vere e proprie istituzioni parallele (vedi qui). Una preoccupazione avvalorata dalla costruzione, appunto, di strutture serbo-kosovare legate a Belgrado, che prevedono la gratuità di servizi quali l’elettricità e l’uso dei dinari serbi in luogo dell’euro, moneta adottata dalle autorità kosovare, pur non facendo parte il Kosovo dell’Unione europea.

Le autorità serbe si barcamenano. Da un lato, cercano di mitigare il clima; dall’altro, ammoniscono sulle conseguenze di un conflitto. Rispetto all’invio di un contingente, il presidente Vučić ha tenuto a sottolineare che le misure richieste servirebbero “per proteggere la nostra patria: prima che i nostri soldati ricevano un ordine, proveremo un milione di volte a preservare la pace”. Dal canto suo, la premier Ana Brnabić ha ammonito: “Siamo al limite di un nuovo conflitto armato”. Il governo di Belgrado ha fatto appello alla Kfor affinché garantisca la sicurezza con imparzialità, altrimenti tutto il lavoro di questi anni sarà andato perduto. Per la verità, il grave scenario di instabilità non viene certo dal nulla. Se prima del 1999 erano gli albanesi a essere cittadini di serie B, poi sono stati i serbi a diventarlo.

Tornando agli scontri di questi giorni, la miccia è esplosa qualche settimana fa, quando il governo aveva deciso di “kosovizzare” le targhe delle automobili serbo-kosovare imponendo di rinunciare a quelle emesse da Belgrado fin dal ’99, simbolo di una appartenenza alla patria di origine. Sembrava tutto risolto, grazie all’intervento del responsabile Esteri dell’Unione europea, Josep Borrell: “La Serbia smetterà di emettere targhe con le denominazioni delle città del Kosovo, e il Kosovo cesserà ulteriori azioni relative alla reimmatricolazione dei veicoli” – aveva dichiarato il 23 novembre scorso il rappresentante europeo. Ma poi tutto è di nuovo precipitato. Il già citato arresto del poliziotto è avvenuto nel bel mezzo delle dimissioni, appunto, di agenti – ma anche di giudici e impiegati pubblici i quali, malgrado l’accordo raggiunto, sono in rivolta contro il cambiamento delle targhe.

Arrestato anche l’ufficiale Dejan Pantić, con l’accusa di terrorismo per aver attaccato un comitato elettorale organizzato in vista del voto di domenica prossima, rinviato ad aprile, e che sarebbe stato boicottato dalla formazione Lista Serbia. Ad aumentare la rabbia, la nomina di un fedelissimo del premier Kurti come ministro per le comunità e le minoranze. La rivolta non ha risparmiato i 134 funzionari civili della missione europea Eulex, formata da italiani, polacchi e lituani.

Il conflitto in Kosovo ripropone l’interrogativo sul ruolo della Serbia nello scacchiere internazionale. Belgrado continua ad avere un legame forte con la Russia, e tuttavia non vuole perdere di vista l’Unione europea. Quest’ultima ha sempre spinto affinché la Serbia aderisse alle sanzioni contro il gigante euroasiatico, dopo l’invasione dell’Ucraina, senza ottenere però alcun risultato, malgrado Belgrado abbia condannato in sede Onu l’aggressione russa. Per Mosca l’occasione è d’oro. I due Paesi avevano già firmato un accordo sulla politica estera, che prevede consultazioni nel caso si verifichino situazioni problematiche come quella in corso tra Ucraina e Russia. Un legame che non potrà che rinforzarsi se l’Occidente non assumerà un atteggiamento equilibrato in Kosovo. Al riguardo, va ricordato che nel 2013 venne siglato a Bruxelles un accordo con quindici punti finalizzato alla creazione di una “Associazione dei comuni a maggioranza serba” (Zso). “Ma questa norma – dice Giorgio Fruscione, giornalista free lance e ricercatore presso l’Ispi (Istituto studi politiche internazionali) – non ha mai visto la luce per i timori kosovari di un’erosione ulteriore della già fragile sovranità nazionale. L’Unione europea sembra ora assecondare la richiesta serba, chiedendo a Pristina di rispettare gli impegni presi dieci anni fa. La Zso – sottolinea Fruscione – potrebbe quindi essere la garanzia diplomatica affinché Belgrado accetti la proposta di un nuovo accordo quadro”.

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TagsAlbin Kurti Giorgio Fruscione Kfor Kosovo poliziotto arrestato Russia Serbia sovranità nazionale Unione europea Vittorio Bonanni

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