Dopo più di tre mesi dall’inizio dei negoziati, i partiti politici cileni sono riusciti a raggiungere un accordo per avviare un nuovo processo costituente. È previsto che l’organo che redigerà la proposta di Costituzione sia composto da cinquanta persone elette a suffragio universale, sulla base di parità di genere, affiancato da ventiquattro esperti nominati dal Congresso, nel numero di dodici per ciascuna delle due Camere. Agli esperti tocca un compito importante, che sarà quello di elaborare un progetto preliminare con le idee guida su cui lavorerà il “Consiglio costituzionale”, il nome che è stato dato al nuovo organo. Il progetto stilato dagli esperti sarebbe vincolante, ma potrebbe essere modificato nella futura gestione dell’organo di redazione. Il comitato di ventiquattro esperti avrà la missione di elaborare il progetto preliminare, che passerà alla discussione dell’istituendo Consiglio. Se il documento che verrà redatto dal Consiglio non sarà in linea con il progetto preliminare, gli esperti avranno il potere di porre il veto, ma il Consiglio potrà insistere sulla sua proposta se i 3/5 dei membri saranno d’accordo. Qualora quest’ultimo non arriverà a un testo condiviso, la parola passerà a una commissione mista composta sia da membri del Consiglio sia da esperti, che avrà il compito di definire una proposta finale che sarà sottoposta all’approvazione dei cittadini.

Il nuovo Consiglio costituzionale, che dovrebbe essere eletto prima del 18 aprile 2023 con voto obbligatorio, avrà un lasso di sei mesi per portare a termine il compito. Mentre la commissione di esperti sarà installata a gennaio. Infine, il 21 ottobre dell’anno venturo il progetto di nuova Costituzione sarà consegnato e sottoposto a referendum. Le minoranze indigene saranno presenti in modo proporzionale al loro peso elettorale, per cui dovrebbero ottenere due o tre seggi, ma anche aumentare di qualcosa se il voto li premiasse. Nella Convenzione costituzionale precedente ai popoli originari erano stati riservati diciassette seggi, e il Cile diventava uno Stato plurinazionale.

Questa è la soluzione a cui tutte le forze politiche del Cile – dai conservatori dell’Unione democratica indipendente al Partito comunista, tranne l’estrema destra del Partito repubblicano di Katz, che vorrebbe conservare la Costituzione di Pinochet – sono arrivate dopo quasi cento giorni di negoziati. La classica montagna che ha partorito il topolino, e che segna una piccola vittoria per il presidente Gabriel Boric, che ottiene l’elezione a suffragio universale del Consiglio costituzionale, mentre la destra sbanca il casinò per quanto riguarda la nomina dei ventiquattro esperti da parte di Camera e Senato, assemblee in cui la maggioranza è appannaggio delle forze che si oppongono al presidente progressista in carica.

Se nella precedente Convenzione – che aveva redatto il testo poi bocciato dal referendum popolare – i partiti tradizionali erano stati penalizzati a favore degli indipendenti, e la destra non aveva nemmeno raggiunto un numero sufficiente di rappresentanti per poter essere incisiva nel processo di redazione costituzionale, ora questa potrà far pesare un ruolo che, fino a pochi mesi fa, sarebbe stato impensabile.

Questa la soluzione trovata dalla politica cilena per rispondere alla richiesta del 67% degli intervistati dal settimanale sondaggio di Cadem, che ha dichiarato di volere una nuova Costituzione, mentre solo il 30% si accontenterebbe del vecchio testo. Una soluzione che seppellisce i motivi della rivolta popolare dell’ottobre 2019 – contro le disuguaglianze causate dal neoliberismo –, disattende l’aspirazione a una nuova Costituzione la cui bozza, respinta nel settembre scorso, aveva fatto del Cile uno dei Paesi più avanzati al mondo, e realizza il sogno termidoriano di un establishment che mai aveva accettato l’irrompere dei movimenti, che sulla spinta delle manifestazioni di piazza erano stati premiati con la loro preponderante partecipazione alla Convenzione costituente. I molti errori allora commessi, durante la redazione del nuovo testo, le spinte estremistiche, e soprattutto la presunzione, o l’ingenuità politica, di poter fare a meno di trovare – in quel momento da un punto di forza – un accordo con la politica tradizionale cilena hanno portato al disastro del referendum (vedi qui). E alla via di uscita costituzionale di questi giorni, con un governo accerchiato, gli indipendenti fuori gioco e una destra che ha rialzato la testa.

“Il vero organo costituente dell’accordo è il consiglio tecnico di ammissibilità. Sono quattordici persone designate dal Senato, che diranno se le regole approvate dal Consiglio costituzionale rientrano nelle basi negoziate dai partiti. È una frode per la sovranità popolare” – ha tuonato Jorge Sharp, sindaco di Valparaíso, e sostenitore di Boric. Mentre Javi Toledo, sindaca di Vila Alemana, ha twittato: “Dichiaro la mia delusione per l’accordo concordato, che consegna un controllo esagerato al Congresso e ai suoi esperti designati. Non può essere che un processo ammirato in tutto il mondo, dalle idee trasformative, finisca in modo così conservativo. Un giorno triste per la democrazia cilena”.

Anche Transformar Chile – il movimento politico composto da sindaci, consiglieri, costituenti, collettivi e attori locali che si identificano con le lotte storiche dei popoli del Cile, e si riconoscono nel campo della sinistra, facendo parte della nuova corrente municipalista, territorialista e popolare emersa con forza negli ultimi anni, dando importanti contributi alla democratizzazione dei territori – dichiara il totale disaccordo con la formula proposta dai partiti, come percorso istituzionale per redigere una nuova Costituzione. “Il nuovo accordo – si legge in un suo comunicato – dimentica che il processo costituente è stato aperto dalle mobilitazioni del 2019 e dal plebiscito d’ingresso nel 2020, il cui risultato ha sollevato con forza una ‘nuova Costituzione attraverso un organo eletto al 100%’. Tuttavia, il Consiglio costituzionale concordato dai partiti, propone in pratica un organo misto. Questo non porterà a nulla di più che a una riforma costituzionale, ma non a una nuova Costituzione. Siamo in presenza, cioè, di un’evidente capriola a favore di coloro che non vogliono perdere i loro privilegi”.

La tesi è che, con questo accordo, l’élite negoziale intende limitare e decidere il contenuto del nuovo testo costituzionale, il che è contrario al principio stesso di sovranità popolare. “Poiché – continua la presa di posizione di Transformar Chile – con l’elaborazione di un progetto preliminare da parte degli esperti, saranno questi a diventare i redattori, mentre i membri eletti diventeranno semplici revisori. Questa è un’élite che cerca di avere il pieno controllo del nuovo testo, attraverso la tutela dei partiti politici, escludendo ancora una volta i popoli e le persone comuni, che hanno tutto il diritto di poter rappresentare la volontà popolare. Con la formula di un organo misto, con una componente designata, un numero limitato di consiglieri e la supervisione vincolante degli esperti, la Costituzione dell’80 rimarrà protetta. Gli stessi di sempre tornano alle formule vecchie per tutelare il loro potere e i loro privilegi, il che è un passo indietro storico e una proposta chiaramente illegittima”.