Erano le otto del mattino, a Santiago del Cile, e tutti sapevano che non sarebbe stata una domenica qualsiasi: le città erano in fermento, aprivano le urne e quindici milioni di persone sarebbero state chiamate a votare la bozza della nuova Costituzione in una giornata elettorale storica, che avrebbe sancito le sorti del Paese per i prossimi decenni. Ma le parole incoraggianti di Gabriel Boric, la grande campagna referendaria dell’apruebo e gli sforzi collettivi non sono stati sufficienti: il 62% dei cileni ha votato per il rechazo (“rifiuto”), aprendo così uno scenario forse prevedibile e sicuramente complesso.

Nel 2020, i cittadini si erano pronunciati a favore della necessità di una nuova Costituzione, redatta da un’assemblea eletta ad hoc, che sostituisse quella in vigore dal 1980, per rompere con il passato politico della dittatura di Pinochet che, avendo affondato le radici in una legittimazione costituzionale, ancora persiste nel Paese. Il testo oggetto di voto proponeva un profondo cambiamento delle istituzioni cilene – tra cui la dichiarazione di uno Stato plurinazionale, basato sulla protezione dei diritti civili e sociali –, mirando a trasformare uno dei Paesi storicamente conservatori dell’America latina in uno dei più progressisti al mondo. Molti elettori erano però contrari alla definizione del Cile come Stato “plurinazionale” – ossia al riconoscimento dell’autonomia di undici popolazioni indigene –, proposta che è diventata un tassello fondamentale della campagna per respingere la Carta.

Ciò risulta chiaro dalla distribuzione dei voti: infatti, nonostante il rechazo abbia vinto in tutte le sedici regioni del Paese, le cinque regioni in cui la proposta costituzionale è stata respinta con maggior forza si trovano nel Sud, dove da anni infuria il violento conflitto tra l’industria del legname e gli attivisti indigeni. “Sono molto triste” – ha detto Elizabeth Painemal Rain, leader della comunità del gruppo indigeno Mapuche a Nueva Imperial, una piccola città nel Sud del Paese – “ci dev’essere un cambiamento, ma non sarà come volevamo, come inizialmente stabilito”.

Nella notte di giovedì, tre giorni prima del referendum, con le serate conclusive delle campagne di apruebo e rechazo, si era profilata una speranza: secondo gli organizzatori, infatti, lo spettacolo nell’Alameda, che aveva chiuso i mesi di lavoro dei collettivi per l’approvazione del testo, aveva riunito circa mezzo milione di persone, mentre la chiusura della campagna per la bocciatura, aveva visto invece partecipare circa 600-700 persone.

Le ultime parole della campagna sono state quelle del presidente Boric che, tornato a Punta Arenas per votare, ha lanciato un messaggio forte ai suoi concittadini dal suo account Twitter, nella notte tra sabato e domenica: “Caro Paese, domani sarà un grande giorno. In Cile risolviamo le nostre divergenze con più democrazia, mai con meno. Sono profondamente orgoglioso di essere arrivati ​​così lontano. Domani, continuiamo insieme”.Il presidente ha preso di nuovo la parola domenica mattina, fuori dal seggio a Magallanes, invocando l’unione: messaggio fondamentale nel Cile polarizzato che si trova a governare. Questo messaggio è stato poi ripreso da Boric, in tutte le dichiarazioni pre- e post-referendum, perché con i risultati che si sono determinati c’è il rischio di una divisione definitiva del Paese. Del resto, già dopo i primi risultati, sono iniziati i raduni di persone in Plaza Dignidad, ed è bastato poco perché iniziassero gli scontri. Alle manifestazioni di dissenso, è seguita una dura repressione da parte dei carabineros con lacrimogeni e idranti.

La questione che rimane aperta è: cosa succede adesso? Innanzitutto rimarrà in vigore la Costituzione redatta dal dittatore nel 1980, e questo è già molto problematico, dal momento che circa l’80% dei cileni si era pronunciato per una nuova Magna Carta. “Non c’è dubbio che la Costituzione del 1980 sia morta”, ha dichiarato la senatrice Isabel Allende, figlia dell’ex presidente socialista Salvador Allende, morto suicida nel 1973, nel momento del colpo di Stato. Ma il presidente Boric ha convocato, già questo lunedì, i leader del Congresso per discutere del nuovo processo costituente, spiegando che è necessario “ascoltare la voce del popolo”. È chiaro, infatti, che il Paese ha bisogno di una Costituzione diversa da quella pinochetista, ma è stato fatto forse un salto azzardato: il Cile non era pronto per un testo così radicalmente di sinistra, e ha avuto modo di dirlo nelle urne. Anche la stampa internazionale, commentando la notizia, sottolinea come la sinistra cilena abbia “dimenticato” che il Cile è un Paese moderato, che richiede dei cambiamenti ma non così radicali.

Nel messaggio trasmesso sulle reti nazionali, il presidente ha annunciato – come previsto in caso di sconfitta – che farà dei cambiamenti nel suo gabinetto. “Affrontare queste sfide richiederà rapidi adeguamenti nelle nostre squadre di governo per affrontare questo nuovo periodo con rinnovato vigore”. Un altro processo costituente inizia in Cile, con l’elezione di una nuova Assemblea e l’utilizzo dei risultati del referendum per redigere un testo più adatto alle necessità del Paese. Boric dovrà essere abile nel gestire la fase che si apre: il risultato rappresenta una battuta d’arresto per il presidente, che aveva puntato molto sulla nuova proposta costituzionale; la vittoria schiacciante del rechazo lo costringe a rivedere la sua agenda e a dare maggiore ascolto alla destra.

Insieme alle prime analisi a caldo e alle dichiarazioni presidenziali, arrivano anche le prime reazioni dall’estero: Gustavo Petro, eletto da poco presidente in Colombia, ha dichiarato: “È rinato Pinochet. Solo se le forze democratiche e sociali si uniranno sarà possibile lasciarsi alle spalle un passato che macchia tutta l’America Latina, e aprire nuove strade democratiche”. L’ex presidente argentino Macri festeggia, invece, i risultati del referendum, sostenendo che in Cile ha finalmente prevalso la ragionevolezza di bocciare un progetto costituzionale imposto dagli uni sugli altri.

Domenica 4 settembre ha rappresentato un’opportunità: se, da un lato, i risultati sono deludenti, dall’altro, offrono una perfetta fotografia di quali siano le reali richieste del Paese: una riforma graduale e moderata, che non dimentichi dove il Cile affonda politicamente le proprie radici. C’è inoltre da celebrare la democrazia, che domenica scorsa ha trionfato. Il Paese ha deciso di scrivere la propria storia, lo ha fatto in modo autonomo, e ora procederà verso un testo costituzionale che possa incontrare il favore della maggioranza del popolo.