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Il Cile a un mese dal referendum 

Una sconfitta inaspettata, dettata da questo errore di comunicazione o dal quell’intento troppo radicale. Il 4 settembre scorso, il Cile ha bocciato la proposta...

Vince il “rechazo”, il Cile non è pronto

Erano le otto del mattino, a Santiago del Cile, e tutti sapevano che non sarebbe stata una domenica qualsiasi: le città erano in fermento,...

Cile, il referendum chiude la luna di miele del nuovo presidente

Se non si rischiasse il linciaggio a sinistra, si potrebbe dire che la solenne bocciatura della riforma della Costituzione, proposta in Cile dalla maggioranza che aveva eletto il nuovo presidente Boric, ricorda in non pochi passaggi quella, altrettanto squillante e attesa, che ha seppellito l’allora presidente del Consiglio Renzi, nel 2016. Certo, l’ispirazione e il retroterra culturale sono molto diversi. Marcatamente plurinazionale quella cilena, tutta protesa al riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e per la difesa dell’ambiente; intrisa di una complicata e contraddittoria alchimia istituzionale, quella voluta dal leader del Pd a suo tempo. Ma una certa cecità nel leggere i processi sociali, un illuminismo ingiustificato, e soprattutto la mancanza di una solida base di consenso che desse forma e senso allo scrollone che si pensava di dare al proprio Paese, sembrano tratti comuni.

Soprattutto congiunge le due esperienze la cruda disillusione che la sconfitta elettorale impone, mettendo un tetto basso alle ambizioni che si coltivavano. Bassissimo per Renzi, che ora trotterella nella scia di Calenda per uscire dal buio del 2% in cui era ridotto dopo la scissione dal Pd. Molto ridimensionato quello di Boric che, avendo ancora nelle orecchie l’oceanica manifestazione che aveva invaso Santiago al momento della sua elezione, pensava, forse, di poter passare all’incasso.

Cile e Brasile alle urne

Sono date significative, ormai vicinissime, segnate da precedenti storici clamorosi, e giunte adesso alla prova del fuoco. Il prossimo 4 settembre (lo stesso giorno...

Cile, a giorni il referendum sulla nuova Costituzione

Ci sono voluti mesi di manifestazioni, repressioni, tavole di confronto e un nuovo governo per far arrivare il Cile a concludere un percorso lungo...

Tunisia: Saïed può rallegrarsi, ma di cosa?

Falsa vittoria quella del presidente tunisino Kaïs Saïed. Perché se il referendum, organizzato in occasione del sessantacinquesimo anniversario della proclamazione della Repubblica, con il...

Elezioni in Francia e dintorni

Dunque i risultati del primo turno di ieri 12 maggio, per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, confermano ciò che si sapeva da tempo: la gauche ha dimostrato di essere competitiva, risultando in sostanziale parità nei confronti dello schieramento centrista presidenziale. Macron potrebbe finire in minoranza nel prossimo parlamento. Ma tutto sarà deciso dai ballottaggi nei collegi, e bisognerà vedere cosa faranno gli elettori di destra: se si asterranno, se voteranno per il “meno peggio” centrista, o andranno addirittura sui candidati della Nuova unione popolare ecologica e sociale (questa la denominazione della sinistra unita). Certo è che il deus ex machina Mélenchon, cantando già quasi vittoria, ha esortato gli elettori a recarsi alle urne al secondo turno, per realizzare un’“armonia tra esseri umani” all’interno della “patria comune”. Più che a questa “armonia”, avrebbe fatto meglio a puntare su un programma unitario della sinistra fin dalle presidenziali, a cui ha preferito invece la corsa “in solitaria”, indebolendo così di fatto uno schieramento che, con un progetto credibile, avrebbe potuto arrivare alla presidenza.

E nella vicina Italia cos’è accaduto? Qua, come sappiamo, uno schieramento di sinistra non c’è più almeno dai tempi delle alleanze “uliviste”, con una Rifondazione comunista – oggi in briciole – che un po’ si alleava e un po’ si staccava. Di un partito ecologista nemmeno a parlarne (se si esclude la marginale pattuglia dei verdi). Domina in Italia una bonaccia centrista tecnocratica dai molti volti: quello di Draghi, in primo luogo, e poi via via tutti gli altri: Letta, Conte, i vari Renzi e Calenda, che non si sa bene da quale parte vogliano stare. C’è poi una destra variegata e maggioritariamente piuttosto estrema, in qualche caso minacciosa. Ora, il cosiddetto centrosinistra ha retto bene l’impatto in questa tornata elettorale per alcuni Comuni. Per dirne una, a Verona, città di destra, ha portato il proprio candidato sindaco al ballottaggio. Ma è sufficiente questo? Va comunque considerato il basso tasso di elettori che si sono recati alle urne, in un’assolata domenica di giugno. L’offerta politica, del resto, è quella che è. Non ci sono ormai neppure più i 5 Stelle a motivare gli elettori con il loro qualunquismo anti-casta. È probabile che – soprattutto in elezioni locali, e soprattutto al Sud – si vada al seggio solo per eleggere l’amico, quando non il maggiorente che può “tornare utile”.

Referendum, il grande inganno

I cinque quesiti referendari, sui quali gli italiani sono chiamati a esprimersi domenica 12 giugno, mortificano innanzitutto l’istituto referendario. La Costituzione gli affida il...

Referendum sulla giustizia: un’operazione politica anti-giudici

La stagione referendaria proclamata dalla Lega si sta rivelando per quello che è: una operazione politica tesa ad assestare un duro colpo al sistema giudiziario, invero già ampiamente colpito da leggi e leggine, che hanno intaccato il carattere orizzontale dell’organizzazione della magistratura. La natura della chiamata alle urne, il prossimo 12 giugno, era chiara già dalle premesse: non sono state raccolte le firme per la presentazione dei quesiti, ma si è usata la scorciatoia di affidare l’iniziativa ai Consigli regionali dove la Lega è in maggioranza. La Costituzione chiede cinquecentomila firme o la maggioranza di cinque assemblee regionali: la strada scelta è ovviamente legittima – ma non si dica che è il popolo a invocare il voto.

E infatti ora la questione più scottante, per Matteo Salvini e i suoi fiancheggiatori – dai radicali a Italia viva, ai berluscones sempre assetati di sangue “togato” –, è come portare gli elettori alle urne per evitare una figuraccia. Intanto, viene sacrificata la “riforma” del Consiglio superiore della magistratura: la commissione Giustizia del Senato ha fissato al 23 maggio il termine per la presentazione degli emendamenti. Si allungano dunque i tempi, mentre Lega e Italia viva confermano l’intenzione di proporre modifiche al testo approvato dalla Camera, che dovrà affrontare una seconda lettura. Una novità non da poco: se si andrà oltre le elezioni per il rinnovo del Csm – previste in luglio, e che giustificavano l’urgenza di nuove regole –, il pacchetto potrebbe andare all’aria. Pare che lo slittamento sia stato preteso da Salvini come chance per evitare che i pochi elettori che andranno a votare non ci ripensino dopo l’approvazione definitiva della riforma, che potrebbe essere un naturale deterrente, anche se i quesiti non riguardano solo il Csm. Anzi.

Messico, López Obrador si inventa un referendum e lo vince

Alla fine, Andrés Manuel López Obrador (detto Amlo) rimarrà al potere fino alla scadenza naturale del suo mandato nel 2024. Nessuno, del resto, aveva...