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Referendum, tra sciacalli e vuoti normativi

Le ragioni che hanno spinto la Corte costituzionale a respingere tre quesiti su otto. Una consultazione depotenziata

17 Febbraio 2022 Stefania Limiti  1571

A giugno, o giù di lì, si voteranno i quesiti referendari ammessi dalla Consulta guidata da Giuliano Amato. In sintesi: respinti quelli su eutanasia e cannabis, per responsabilità dei promotori che non hanno saputo formulare domande appropriate, ammessi cinque sulla giustizia, ma respinto quello più insidioso e manipolativo sulla responsabilità civile dei magistrati. Gli argomenti sono diversi, diversissime le motivazioni e le ragioni dei quesiti: impossibile un giudizio univoco.

Intanto: respinto quello sull’eutanasia promosso dall’Associazione Coscioni e + Europa di Emma Bonino. Tema controverso affidato a una formula scritta con totale estremismo e mano maldestra, che ha attirato la scure dei supremi giudici, i quali hanno rilevato l’inesistenza di “una tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana”. Comunque la si pensi, è una motivazione forte: il quesito non riguardava l’eutanasia ma l’omicidio del consenziente e “avrebbe finito per legittimarlo ben al di là dei casi in cui l’eutanasia possa aver luogo, casi che stanno del tutto al di fuori della relazione medica e del mondo eutanasico”, ha spiegato il presidente Amato in una conferenza stampa al termine della seduta della Consulta. Facciano autocritica i promotori per aver avanzato una formula dall’evidente rischio di incostituzionalità, anche se è condivisibile la motivazione etica della battaglia affrontata con una chiave molto liberal rispetto alle scelte individuali: la Corte ha dovuto invece giudicare a prescindere dalle motivazioni e dalla giusta irritazione con cui il Paese da troppo tempo aspetta una legge decente. In generale, la questione dell’interruzione volontaria della vita è deregolamentata, troppo spesso demandata alle decisioni prese nelle corsie degli ospedali o dai tribunali: c’è bisogno di una legge che vada incontro alle esigenze dei malati e il parlamento ha già varato un testo sul “fine vita”, che interviene ma con criteri diversi e lontani da chi chiede l’accesso alle pratiche eutanasiche. Tuttavia, ora il rischio è che la decadenza del referendum possa irrigidire la truppa oscurantista in parlamento – tutta la destra – che non vuole neanche le norme sul fine vita. La battaglia va dunque avanti.

Cannabis: stessa storia. Il quesito era stato formulato in modo tale da riguardare tutte le sostanze stupefacenti, e non poteva che finire così. “Il referendum non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali”, ha detto Amato. I promotori, tuttavia, contestano duramente questa visione: “È un elemento falso”, ha detto Riccardo Magi, “perché non c’è nessuna legalizzazione della eroina o cocaina. Riguarda la coltivazione, ma mantiene intatte al cento per cento le punizioni di tutte le operazioni successive, che fanno passare da una pianta a una droga, tranne che per la Cannabis, che può avere questo tipo di consumo diretto. Io mi sono limitato a esprimere in termini non tecnici e non giuridici degli strafalcioni presentati come verità”.

Altro discorso sulla giustizia: i quesiti erano sei, presentati non sulla base di una raccolta di firme popolari, ma per l’intervento di cinque Consigli regionali a guida di centrodestra, ammessi sono cinque (in seguito verranno depositate le sentenze): abrogazione delle disposizioni in materia di anticorruzione e incandidabilità – si ammette, cioè, la cancellazione dell’intera legge Severino; limitazione delle misure cautelari; separazione delle funzioni dei magistrati; eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati del Csm; ruolo degli avvocati nei consigli giudiziari. La materia degli ultimi due quesiti è affrontata anche dal disegno di legge che riforma il Csm all’esame della Camera e che, ormai, dovrà essere approvato in via definitiva, dunque anche con la lettura del Senato, in grande fretta, per consentire che il prossimo rinnovo del Consiglio superiore della magistratura sia affrontato sulla base delle nuove norme.

Sarebbe un paradosso, una responsabilità politica del governo e in particolare della ministra della Giustizia, se il prossimo Csm fosse eletto senza barriere anti-correntizie – che si presume saranno invece previste dalla nuova legge, ammesso che esistano tali regole. Il quesito più importante, per i possibili effetti e per la strumentalità mediatica alla quale si presta, è quello sulla responsabilità delle toghe: bocciato sonoramente perché ritenuto non abrogativo ma “innovativo”.

In realtà, si tratta della vecchia battaglia iniziata molto tempo fa per cercare di condizionare l’attività dei magistrati: chi sbaglia paga, si dice con fin troppa superficialità. Primo, perché chi assolve una funzione dello Stato deve farlo e basta: se sbaglia per dolo esistono già le sanzioni. Secondo, esiste la legge che consente risarcimenti a chi è vittima di un errore dello Stato: sarebbero molto felici le compagnie assicurative se dovesse pagare il singolo magistrato, chissà che non ci sia il loro zampino nella promozione del referendum. In definitiva, la decisione della Consulta depotenzia molto la carica referendaria. Vedremo come la Lega, il principale soggetto politico dietro l’operazione di sciacallaggio anti-toghe – con Forza Italia e Italia viva al traino – affronterà la tornata referendaria, e come spiegherà ai propri elettori che chiede un voto, tra gli altri, a favore dei “colletti bianchi”, per abbattere le norme anti-corruzione e sull’incandidabilità (la legge Severino osteggiata anche da molti amministratori locali), la cancellazione dell’arresto come misura cautelare, tanto cara quando bisogna aprire la caccia all’immigrato. Gli ex fascisti meloniani sono già lì pronti come falchi.   

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