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La prescrizione al tempo del processo resiliente

“Terzogiornale” ha già segnalato buone idee e false piste nel lavoro della commissione Lattanzi istituita dalla ministra Cartabia. Adesso arrivano proposte non risolutive sulla prescrizione. Si è scelto di non ripensare completamente né la legge Cirielli né il sistema Bonafede: una manovra di epoca berlusconiana e uno strumento di altro segno reggono al cambio di stagione, con toppe e rammendi.

Curiosa trovata, l’improcedibilità. In materia penale è un istituto noto, ma di solito consiste nella mancanza di una cosa, nel sopravvenire di un’altra. Qui, per dichiararla, basta il calendario: così si introduce quasi una forma di “prescrizione del processo” in appello e in cassazione. Il sistema sembra ispirato al principio della ragionevole durata, in realtà ne è ben distante. La ragionevole durata impone di farlo, il processo, non di farne una parte e poi basta: vuole che il lavoro giudiziario sia spinto avanti, non di lato.

La magistratura tra scandali, riforme e referendum

(Presidente dell’Associazione nazionale magistrati) Se autonomia e indipendenza fossero privilegi dei magistrati, oggi potremmo a buon diritto chiederci se questo ceto di funzionari meriti ancora un trattamento di così grande favore. Troppi scandali, troppe vicende dai contorni poco chiari, troppi conflitti tra uffici giudiziari stanno costellando questo periodo di confusione e disorientamento per la pubblica opinione. La fiducia collettiva verso la magistratura registra più che una battuta d’arresto; i sondaggi la danno in calo e l’orizzonte non sembra annunciare il sereno.

La situazione è di crisi e impone anzitutto una presa di coscienza dei problemi da parte della stessa magistratura, per evitarne sottovalutazioni che abbiano anche solo il sapore di volere nasconderli sotto una coltre di burocratica indifferenza, in attesa che l’attenzione collettiva sia prima o poi distratta da altro e che possano essere dimenticati; perché tutto possa continuare come prima. La reazione deve essere decisa e per nulla autoindulgente. La magistratura ha bisogno di recuperare il terreno perduto: deve dimostrare di aver ben chiaro che il fine ultimo a cui ogni sforzo e ogni energia vanno indirizzati è la tutela dei diritti e il rendere giustizia, compito tanto difficile quanto essenziale.

Brutta aria sulla magistratura

Finanche la procura di Milano è stata raggiunta da schizzi di fango. Prima, con la vicenda del pm Storari che aveva consegnato a Piercamillo Davigo (storica toga del pool Mani pulite, componente del Csm, oggi pensionato) verbali coperti dal segreto investigativo dell’avvocato faccendiere Amara, i quali raccontavano l’esistenza di una tela massonica che avvolgeva centri di potere non risparmiando magistrati, uomini delle istituzioni, politici. Adesso un procuratore aggiunto, Fabio De Pasquale, e il pm Spadaro, risultano indagati dalla procura di Brescia, perché nel processo sulle tangenti Eni-Nigeria nascosero delle prove utili alla difesa degli imputati.

Fango che si aggiunge ad altro fango. Che anno, il 2021! È da tanto, è vero, che la fiducia dei cittadini verso la magistratura si sta inesorabilmente riducendo. È un processo lento. Ma oggi c’è un ulteriore smottamento e si sta aprendo una voragine. Siamo al Termidoro. Dopo la rivoluzione di Mani pulite, dopo la magica stagione di ragazzi e ragazze motivati a intraprendere la carriera di magistrati dopo le stragi Falcone e Borsellino, siamo di nuovo a una magistratura opaca, con l’aggravante che assistiamo anche a una faida tra gruppi di potere interni alle toghe.

Contro i referendum sulla giustizia

Beato il popolo che non ha bisogno di referendum, verrebbe da dire di fronte all’offensiva salviniano-radicale. I sei quesiti referendari in materia di giustizia presentati dalla strana (ma non troppo) coppia Partito radicale-Lega sono, infatti, un concentrato di populismo giudiziario e un tentativo di assaltare l’autonomia della magistratura. Dalla responsabilità civile dei giudici alla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, si può ritrovare il grande repertorio delle battaglie berlusconiano-piduiste. I quesiti sono stati depositati ieri presso la Corte di cassazione, si apre dunque il lungo iter che potrebbe portare gli italiani al voto in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2022.

La strada però è ancora lunga: dal 2 luglio i promotori avranno novanta giorni di tempo per raccogliere almeno cinquecentomila firme sotto ogni quesito. Noi ci auguriamo che falliscano – contrariamente a Goffredo Bettini che, clamorosamente, ha invitato il suo partito a “non chiudersi” perché questo referendum, a suo dire, merita attenzione. Sostiene Bettini che “la giustizia è in una situazione di evidente crisi e che occorrerebbe una riforma forte e giusta, in grado di superare le difficoltà che la rendono inefficace”. È stupefacente che si invochi una riforma per mezzo del voto popolare, una totale distorsione di questo strumento chiamato ad abrogare una norma e non a definire un insieme organico di interventi come vuole, appunto, una riforma, in questo caso anche estremamente tecnica.