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Tag: giustizia

Leggi melonissime?

Primo decreto legge, ieri 31 ottobre, e prima conferma del giro di vite che un governo in camicia un po’ bianca e un po’ nera intende dare al Paese (alla “nazione”, come usa dire il presidente del Consiglio, senza rendersi conto della ridicolaggine dell’articolo maschile). Si tratta di un decreto cosiddetto “omnibus”, che contiene cioè un po’ di tutto – secondo una ormai consolidata, per quanto deprecabile, tradizione –, ma il punto ovviamente non è questo, quanto piuttosto il suo contenuto. Viene introdotta una nuova fattispecie di reato: quella del delitto di rave party, si potrebbe dire. Pene severissime per chi organizza feste o raduni con più di cinquanta persone in aree di ogni tipo, anche dismesse: il che potrebbe includere, a discrezione di prefetti o organi di polizia, qualsiasi occupazione di suolo pubblico o privato – anche quelle, eventualmente, a fini di recupero sociale. Nello specifico, si tratterà di vedere come sarà tradotto in legge il decreto, ma le premesse appaiono pessime.

Altro punto controverso, quello che riguarda l’“ergastolo ostativo”, difeso a spada tratta dalla premier e oggetto, invece, di critica da parte del suo ministro della Giustizia, il più liberale Nordio. A monte, c’è un pronunciamento da parte della Corte costituzionale. Non è ammissibile che un ergastolano – sia pure un incallito criminale – non possa accedere ai benefici di legge (come, per esempio, uscire dal carcere e poi rientrarvi nel corso della giornata) se non sia divenuto, nel frattempo, un collaboratore di giustizia. Ciò significa venire meno al principio di una pena non spietatamente punitiva ma rieducativa – e si potrebbe dire che configuri una sorta di ricatto di Stato nei confronti del detenuto: o ti penti o butto via la chiave della tua cella.

Sul risultato elettorale

L’analisi strutturale del risultato elettorale, che Michele Mezza ha pubblicato su “terzogiornale” (vedi qui), è ineccepibile e non richiede alcuna aggiunta. Lascerei tuttavia qualche...

Giustizia e populismo in Argentina

Nei tribunali argentini, la straordinaria vicenda giudiziaria di Cristina Fernández de Kirchner, già capo di Stato e attualmente vicepresidente, è quella d’una decennale imputata...

Il “no” francese all’estradizione degli ex brigatisti italiani

Si sta concludendo come non poteva che concludersi l’assurda vicenda della richiesta di estradizione alla Francia – a distanza di quaranta o cinquant’anni dai fatti – di un certo numero di ex brigatisti (o appartenenti ad altri gruppi della cosiddetta lotta armata) condannati per gravi reati. In punta di diritto, e l’avevamo in un certo senso preconizzato (vedi qui e qui), era pressoché impossibile che la cosa andasse diversamente. La giustizia francese non si sarebbe piegata al tardivo ghiribizzo del governo italiano in carica, in particolare ai desiderata della zelante ministra della Giustizia. Non è stato neppure considerato il “caso per caso” – né la circostanza che uno dei riparati a Parigi, Giorgio Pietrostefani, condannato per l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972, sia in precarie condizioni di salute. No. Il verdetto della Corte francese è stato netto: tutti non estradabili. Leggeremo le motivazioni; intanto è già emerso, però, un riferimento alla contumacia. La Francia ha un ordinamento diverso da quello italiano al riguardo: quando ci sia la comparizione di un imputato precedentemente giudicato in contumacia, il processo va rifatto, mentre nel nostro Paese non è affatto così. E bisogna aggiungere – fu, in definitiva, la ragione della “dottrina Mitterrand” a suo tempo – che i processi per terrorismo sono avvenuti sulla base di una legislazione speciale che dà grandi vantaggi ai pentiti.

Prendiamo Pietrostefani. Il suo accusatore, Leonardo Marino, autoproclamatosi esecutore materiale dell’omicidio Calabresi, insieme con Ovidio Bompressi (che ha poi beneficiato della grazia), non è stato condannato a un bel nulla per via delle dichiarazioni rese; Pietrostefani e Sofri, invece, a pesanti pene come mandanti. Non è in discussione qua la loro colpevolezza o innocenza. La questione concerne la possibile distorsione indotta dalla legislazione sui “collaboratori di giustizia”. Lo sappiamo, essa è anche servita per perseguire i delitti di mafia. Ma nel caso di Pietrostefani (tra parentesi, militante di Lotta continua, cioè non esattamente di un’organizzazione terroristica) è lecito il dubbio che la versione del suo unico accusatore, pur magari veritiera nell’essenziale, abbia coperto le responsabilità di altri per addossare tutte le colpe sui dirigenti del suo gruppo politico. In altre parole, a distanza di cinquant’anni, esiste una verità storica su quell’omicidio; ma, dal punto di vista processuale, si può pensare che si tratti al più di una mezza verità. Sarebbe tuttavia privo di senso anche solo ipotizzare che quel processo possa essere rifatto. Appare quindi giusto il verdetto della Corte francese per il “no” all’estradizione.

La riforma Cartabia è legge, ed è già vecchia

L’era del Pnrr vuole ubbidienza. L’afflusso di denaro è notevole e – sia esso un toccasana per l’economia, o forse poco più che un...

Referendum, il grande inganno

I cinque quesiti referendari, sui quali gli italiani sono chiamati a esprimersi domenica 12 giugno, mortificano innanzitutto l’istituto referendario. La Costituzione gli affida il...

Referendum sulla giustizia: un’operazione politica anti-giudici

La stagione referendaria proclamata dalla Lega si sta rivelando per quello che è: una operazione politica tesa ad assestare un duro colpo al sistema giudiziario, invero già ampiamente colpito da leggi e leggine, che hanno intaccato il carattere orizzontale dell’organizzazione della magistratura. La natura della chiamata alle urne, il prossimo 12 giugno, era chiara già dalle premesse: non sono state raccolte le firme per la presentazione dei quesiti, ma si è usata la scorciatoia di affidare l’iniziativa ai Consigli regionali dove la Lega è in maggioranza. La Costituzione chiede cinquecentomila firme o la maggioranza di cinque assemblee regionali: la strada scelta è ovviamente legittima – ma non si dica che è il popolo a invocare il voto.

E infatti ora la questione più scottante, per Matteo Salvini e i suoi fiancheggiatori – dai radicali a Italia viva, ai berluscones sempre assetati di sangue “togato” –, è come portare gli elettori alle urne per evitare una figuraccia. Intanto, viene sacrificata la “riforma” del Consiglio superiore della magistratura: la commissione Giustizia del Senato ha fissato al 23 maggio il termine per la presentazione degli emendamenti. Si allungano dunque i tempi, mentre Lega e Italia viva confermano l’intenzione di proporre modifiche al testo approvato dalla Camera, che dovrà affrontare una seconda lettura. Una novità non da poco: se si andrà oltre le elezioni per il rinnovo del Csm – previste in luglio, e che giustificavano l’urgenza di nuove regole –, il pacchetto potrebbe andare all’aria. Pare che lo slittamento sia stato preteso da Salvini come chance per evitare che i pochi elettori che andranno a votare non ci ripensino dopo l’approvazione definitiva della riforma, che potrebbe essere un naturale deterrente, anche se i quesiti non riguardano solo il Csm. Anzi.

Come dare il bonus per le stragi naziste con i soldi...

Dentro l’ultimo decreto legge per l’attuazione del Pnrr, quello del 30 aprile, all’articolo 43, è comparso un fondo che riguarda i crimini commessi dalla...

Referendum, tra sciacalli e vuoti normativi

A giugno, o giù di lì, si voteranno i quesiti referendari ammessi dalla Consulta guidata da Giuliano Amato. In sintesi: respinti quelli su eutanasia...

Le proposte governative sui magistrati: peste suina al palazzo di giustizia

Trent’anni da Mani pulite e dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il clima di resa dei conti prende corpo, ed è facile dire che i magistrati se la sono voluta. Luca Palamara – tanto per prendere il personaggio simbolo di un brutto andazzo – in fondo è stato destituito, anche se continueranno a circolare i suoi indispensabili libri. La destituzione è una cosa invisibile, una mosca bianca, nei ranghi del potere politico, dove tutto s’accomoda. Evidentemente la posta in gioco è un’altra, e forse non bisogna neanche cercarla nei mali del correntismo e del carrierismo.

Viviamo in una strana economia fatta di sovvenzioni, prelievo diseguale, spesa arruffata. Una montagna di denaro fa promesse e compra consenso, mentre, all’ombra del suo sottobosco, l’inflazione, la speculazione e l’accaparramento, insieme con le crisi industriali irrisolte, erodono i benefici prima ancora che arrivino. Sussidi e manovre stanno creando un modello inedito, una buffa sintesi di liberismo protetto, a basso valore aggiunto, polarizzato sul cemento e sul mattone, e di un corporativismo che sembra multipartito.