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La riforma Cartabia è legge, ed è già vecchia

I problemi della giustizia restano, l’indipendenza della magistratura si riduce. Arretrano i diritti dei cittadini, avanzano metodi burocratici superati

21 Giugno 2022 Luca Baiada  3926

L’era del Pnrr vuole ubbidienza. L’afflusso di denaro è notevole e – sia esso un toccasana per l’economia, o forse poco più che un nutrimento per il parassitismo e le imprese a basso valore aggiunto – i controlli di legalità potrebbero disturbare la spartizione. Persino la parola d’ordine, resilienza, sa d’inchino e non invita davvero alla critica, o anche solo a controlli imbarazzanti. Una categoria come la magistratura, insomma un ceto professionale indipendente – s’intende, per chi vuole esserlo e non ci sta a vendersi –, può mettersi di traverso. È indimenticabile il modo in cui l’ambasciatore statunitense a Roma – lo sappiamo grazie a un documento svelato da Wikileaks – scrisse al suo governo, durante le indagini su un crimine della Cia in Italia: sui magistrati italiani non si può intervenire (il salvagente arrivò dopo, con la grazia per i condannati). E allora niente da stupirsi se, adesso che c’è di mezzo il denaro, un grimaldello più insidioso di qualsiasi spionaggio, si indebolisce lo spiacevole ingombro: l’indipendenza della magistratura.

Volendo proporre un discorso semplificato, verrebbe da notare l’incongruità di questo col modello dello sviluppo contemporaneo: la produzione ad alta tecnologia e la necessità di attrarre investimenti esteri vogliono garanzie stabili, rule of law, certezza del diritto. Non si dice che la malagiustizia scoraggia le aziende e penalizza l’occupazione? La realtà è più prosaica e domestica. Le liberalizzazioni possono aprire a grandi gruppi organizzati, che di una giustizia indipendente non sanno che farsene. Lo Stato entra nell’attività economica e non ambisce a farsi richiamare al rispetto delle sue regole. Le imprese forti risolvono le controversie in transazioni lontane da occhi indiscreti, o all’ombra della politica. Le cause di lavoro seguono una farragine di contratti e la tutela dei lavoratori è fragile. Quanto all’iniezione di denaro nel circuito di appalti e subappalti, le possibilità di fermare accaparramento e riciclaggio sono limitate. Il resto è industria dello spettacolo, monetizzazione della cronaca nera.

Siamo arrivati al punto che il fallimento di un gruppo di referendum per mancanza del quorum, invece di essere inteso nel suo significato politico, è diventato un fatto qualsiasi. Con l’assenza in massa dalle urne i cittadini hanno mostrato di non essere interessati alle modifiche proposte, ma la maggioranza governativa tira dritto e fa persino di peggio.

Per effetto della riforma il Csm si dilata. Meno male che, per Costituzione, la componente togata elettiva è il doppio di quella laica; ma l’ennesima manovra sul sistema elettorale non combatte le abitudini spartitorie. Fa piacere, che la ministra Cartabia l’abbia ammesso: sull’abuso del correntismo e sul malcostume, nessuna legge può cambiare le cose. Ma allora perché questa legge? Sembra che non si riesca a smettere di convivere col problema, come certe lavanderie di una volta, che dimenticavano una coppia di pulci nella lana del materasso; così non si rovinava il commercio.

La nuova stretta sul passaggio di funzioni, già molto limitato, è un altro passo che realizza pian piano la separazione totale delle carriere, cioè che porta a mettere il pubblico ministero alle dipendenze dell’esecutivo. Una prospettiva inquietante: qualsiasi cosa si pensi delle liste di filorussi confezionate nel circuito giornalismo-servizi segreti, di certo ci sarebbe un bel salto di qualità fra una caccia alle streghe nelle edicole e una nelle aule penali. È già stato possibile sbattere in prima pagina, come un mostro, l’autogoverno dei magistrati; con un pubblico ministero governabile e con la compiacenza di quotidiani, ci vorrebbe poco a fabbricare un Valpreda.

Il referendum è stato piegato a usi ignobili, ponendo quesiti in parte inutili, in parte assurdi e tutti volti a costruire un successo di plastica per la destra. Colmo di beffa: tecnicamente l’operazione è fallita, ma l’esito in favore del governismo è stato realizzato lo stesso, semplicemente rinviando il confezionamento finale della riforma della giustizia a subito dopo le urne referendarie. Il senso dell’accaduto è che il perimetro della destra politica è più vasto di quello della destra organizzata e dichiarata. Il “campo largo”, caro al Pd, c’è già – ma è a destra. È un campo di gioco falloso e funziona sia dettando l’agenda dei lavori (governo, Camera, poi pausa, referendum e infine Senato) sia colpendo la giustizia. Lunghi posizionamenti, schermaglie e rovesci – compresa la più bassa partecipazione a un referendum mai vista nella storia della Repubblica – hanno prodotto una riforma che vuole sullo scranno un magistrato solo, ricattabile e funzionariale; e quindi, in aula, un cittadino mortificato, debole e a mani vuote.    

L’“assetto precostituzionale”, già denunciato dal comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati, è semplicemente anticostituzionale. Il giudice sotto fascicolo, attento alla carriera, non ha certo per stella polare il proposito alto della Carta: rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della persona umana e alla partecipazione dei lavoratori alla vita del Paese. Il vantaggio di questa burocratizzazione sarebbe l’efficienza della giustizia, ma la promessa illude. I mali saranno quelli di sempre, ovvio: se il magistrato si preoccupa del suo fascicolo, dei fascicoli processuali si occupa meno e peggio.

È mancato un intervento a fondo su tutti gli incarichi retribuiti, cioè sulle attività redditizie diverse dal lavoro nel proprio ufficio giudiziario. Una normativa organica sui magistrati, ordinari e speciali, che li tenga lontani da lavori redditizi estranei, può contribuire a ottenere un salto di qualità. Neppure il governo apolitico dei migliori, il governo che “è il governo”, come disse Draghi all’inizio negando ogni colore, il gabinetto che ha per presidente un banchiere e per guardasigilli una ex presidente della Consulta, mette mano a questi arrotondamenti dello stipendio. Sono bocconi appetibili, come le ripetizioni private per i professori di liceo, con la piccola differenza che i magistrati ci pagano le tasse (e ci mancherebbe), ma con la grande differenza che i professori non fanno processi.

Insomma, i problemi restano e la giustizia peggiora. Prende corpo il degrado che il presidente dell’Anm ha denunciato nell’assemblea di aprile. Il rischio di una repressione di tipo turco non c’è davvero; ma il pericolo di irrigidimenti alla polacca è meno lontano di quanto sembri, tanto più che questo governo potrebbe consegnare le chiavi alla destra. A quel punto l’Europa aiuterebbe poco: la Polonia, appunto, lo dimostra.

La passata “stagione tristissima” denunciata dall’Anm, cioè la giustizia fascista, non tornerà in quelle forme; ma il magistrato imbrigliato nel conformismo e incatenato alla carriera è un vecchio arnese del potere. Non è dittatura; è stata chiamata “decostruzione del disegno costituzionale della magistratura”. Si tratta di un fenomeno complesso senza un’unica regia ma con operatori riconoscibili; comunque, impossibile senza connivenze togate. Adesso, alla decostruzione contribuisce questa riforma: è una brutta coincidenza coi trent’anni da Capaci e via D’Amelio.

Molti anni fa, qualche magistrato altolocato chiese a Rocco Chinnici di sommergere Giovanni Falcone con mille processi da niente, perché non facesse antimafia. Chinnici non ubbidì, Falcone andò avanti e tutti e due furono assassinati. Il nuovo disegno di “fascicolo personale del magistrato”, senza chiasso, avrebbe costretto quei due uomini coraggiosi a fare i burocrati, a preoccuparsi del lavoro come resa numerica.

La riforma sembra un passato con la realtà aumentata, che combina elementi ante-Sessanta (valutazioni per l’ubbidienza) con derive modello-Ottanta (separazione fra giudici e pubblici ministeri, manovre sul Csm), come se i buoni decenni delle conquiste sociali e giuridiche fossero assediati da una tenaglia ideologica.  

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Tagsgiustizia Luca Baiada magistratura Marta Cartabia riforma cartabia

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