Le comunità indigene in Cile sono più di dieci, riconosciute dalla Ley de desarrollo indígena. Tra queste, quella mapuche rappresenta la più numerosa: sono un popolo originario che occupa il territorio a cavallo tra il Cile e l’Argentina, e che da sempre resiste alla colonizzazione dello Stato. Oltre al popolo mapuche, nel Paese ci sono gli aymara, che vivono tra Cile, Bolivia e Perù; con loro, le comunità quechua, quelle dei changos, che hanno ereditato una grande tradizione marinara, e dei rapa nui, che vivono nell’Isola di Pasqua (regione di Valparaiso), e altre. Secondo il Censo de población y vivienda del 2017, in Cile, un totale di 2.185.792 persone ha dichiarato di appartenere a uno dei popoli originari, ossia il 12,8% della popolazione. Di queste, la maggioranza ha risposto di far parte del popolo mapuche (1.745.147 persone, 79,8%) e aymara (156.754 persone).

Al livello di riconoscimento istituzionale sono presenti in Cile delle norme, come la sopracitata Ley de desarrollo che è stata approvata durante il governo Aylwin, e, dal ritorno alla democrazia nel 1990, il processo è andato avanti. Rimane però vivo il conflitto tra lo Stato e le “prime nazioni”: i popoli indigeni devono lottare quotidianamente per il mantenimento dei loro territori, delle loro tradizioni, dei loro costumi e della loro storia. Oltre a essere colpiti da una sorta di razzismo interno, gli appartenenti alle comunità indigene devono anche soffrire la violenza di Stato. Basti pensare al popolo mapuche, a oggi quello politicamente più attivo: a maggio di due anni fa, degli attivisti sono stati arrestati in seguito ad azioni compiute per la rivendicazione del diritto alla terra che negli anni è stata loro sottratta, e in carcere hanno iniziato lo sciopero della fame affinché lo Stato li ascoltasse.

La battaglia del Cile contro i mapuche risale alla fine dell’Ottocento, con la cosiddetta Pacificazione dell’Araucanía. Quest’azione militare si basava sull’urgenza di conquistare territori sfruttabili, spinta da un’ideologia che sosteneva l’eliminazione degli indigeni nel nome della “civiltà”. Le conseguenze dirette di questo processo, per la comunità mapuche, furono la drastica riduzione delle loro terre, a causa di ripetute e massicce usurpazioni, la dipendenza da un agente esterno, lo Stato, e la disorganizzazione sociale. Fino all’inizio degli anni Novanta, le leggi indigene miravano alla loro incorporazione e/o assimilazione nella società cilena, situazione parzialmente ribaltata in democrazia, con l’emanazione della Ley, che riconosce, protegge e incoraggia lo sviluppo dei gruppi etnici.

Negli ultimi anni, il conflitto si è riacceso, portando a scontri, attacchi, occupazione di territori da parte dei popoli indigeni. Le risposte statali sono state discutibili: Sebastián Piñera, ex presidente cileno ed esponente della destra, ha disposto il dispiegamento dei militari nelle zone di conflitto, dove le comunità mapuche rivendicano la terra come parte di un percorso di riappropriazione e come legame ancestrale con i territori che abitano.

Un percorso diverso sembrava essere stato intrapreso dal nuovo presidente Boric: durante la campagna elettorale, infatti, aveva assicurato che non avrebbe avuto alcuna intenzione di rinnovare lo stato di emergenza, dichiarando la volontà di aprire una finestra di dialogo con i leader del movimento. A pochi mesi dalla sua elezione, però, il neopresidente ha deciso di militarizzare la zona. Lo ha fatto decretando uno stato di eccezione “limitato”, che in pratica concede ai militari di presidiare strade e autostrade nella regione della Araucanía e nelle province limitrofe di Arauco e Biobío, epicentro di una crisi peggiorata negli ultimi mesi.

I mapuche – supportati da organizzazioni non governative, organizzazioni internazionali e dalla società civile – continuano a chiedere la restituzione delle proprie terre. Ma le rivendicazioni non vengono soltanto dai popoli originari. La “rivolta sociale” dell’ottobre 2019, oltre a mettere in discussione l’assetto istituzionale ereditato dalla dittatura di Pinochet, ha messo in discussione il modello storico di relazione dello Stato con i popoli originari. Il movimento cileno ha posto al centro la richiesta, da parte di questi popoli, di una riconfigurazione del Cile come Stato plurinazionale e interculturale, nonché il riconoscimento dei loro diritti collettivi, in particolare quelli al territorio e all’autodeterminazione.

Queste richieste hanno ricevuto ascolto. Nonostante il Cile sia l’unico Paese sudamericano a non riconoscere i diritti dei popoli indigeni nella sua Costituzione, il cambiamento è iniziato. Il popolo cileno ha chiesto a gran voce una nuova Carta, e il processo di stesura ha visto partecipi anche rappresentanti delle prime nazioni. L’elezione della mapuche Elisa Loncón a presidente della Costituente (sostituita, come da regolamento, da Maria Elisa Quinteros dopo sei mesi) ha delineato il ruolo guida dei popoli indigeni nella stesura della nuova Carta. Insieme con lei, sedici uomini e donne, provenienti da dieci delle prime nazioni del territorio, sono stati eletti tra i 155 membri dell’Assemblea come rappresentanti dei popoli indigeni.

Nella bozza, si può trovare l’articolo 21 sul diritto alla terra, ai territori e alle risorse, in cui si afferma che “lo Stato riconosce e garantisce, a norma della Costituzione, il diritto dei popoli e delle nazioni indigene alle loro terre, territori e risorse”. Inoltre, l’articolo stabilisce che “la proprietà delle terre indigene gode di una protezione speciale” e che “lo Stato stabilirà strumenti giuridici efficaci per la loro registrazione, regolarizzazione, demarcazione, titolazione, riparazione e restituzione”. Elisa Loncón, commossa, ha dichiarato: “Questo è ciò che segnerà lo spazio politico per la soluzione del problema […]. Oggi abbiamo fatto un passo verso la democrazia, un passo verso la pace”.

La bozza presentata sarà votata dai cittadini e dalle cittadine del Cile il 4 settembre di quest’anno. In un’indagine resa nota all’inizio di giugno, è evidente il testa a testa tra il voto a favore e quello contrario. Il sondaggio del Center for Public Studies mostra che il 25% voterebbe per approvare il testo, mentre il 27% lo rifiuterebbe e il 37% è indeciso. Nel frattempo, l’11% ha dichiarato di non sapere o di non rispondere. La decisione degli elettori sarà un test cruciale per il presidente Gabriel Boric, che ha sostenuto una riscrittura costituzionale quando era membro del Congresso, e dovrà supervisionare all’attuazione del nuovo documento oppure guidare il Paese in avanti in caso di “rifiuto”. A prescindere dal risultato del prossimo referendum, è comunque chiaro che per Boric è giunto il momento di aprire la strada al dialogo con le comunità indigene, rompendo con la tradizione di chiusura e arrivando a una vera innovazione politica e sociale.