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L’Ecuador verso le elezioni

Si apre, con il piccolo Paese andino, un processo elettorale che vedrà alle urne nel 2025 anche la Bolivia, l’Argentina, il Cile e l’Honduras

10 Gennaio 2025 Claudio Madricardo  1595

Nel corso dell’anno che è appena cominciato, sono cinque i Paesi latinoamericani che saranno chiamati alle urne per eleggere presidenti e/o rinnovare i rispettivi parlamenti. Primo sarà l’Ecuador, le cui elezioni generali si svolgeranno il 9 febbraio, con un eventuale ballottaggio per la carica di presidente il 13 aprile. Seguirà la Bolivia, il 17 agosto, con ballottaggio per la massima carica dello Stato, se ciò si rendesse necessario, il 19 ottobre. Con qualche chance da parte della destra, viste le divisioni in seno al Movimiento al socialismo, di ritornare al governo. Quindi l’Argentina, che rinnoverà parte del parlamento il 26 ottobre, in una tornata elettorale particolarmente importante per La libertad avanza del presidente Javier Milei, per il quale l’appuntamento costituisce una sorta di referendum popolare sul suo operato.

E ancora: il 16 novembre i cileni dovranno scegliere il successore di Gabriel Boric, con ballottaggio il 14 dicembre, in un contesto che vede in vantaggio Evelyn Matthei, ex sindaca di Providencia, uno dei comuni che costituiscono l’area metropolitana della capitale Santiago. Candidata della destra di Chile vamos, che già aveva portato alla Moneda Sebastián Piñera, in una recente visita ad Arica, città del nord e crocevia dell’immigrazione irregolare alla quale i cileni imputano il dilagare di una criminalità e di una violenza mai vissute in precedenza, Matthei si è detta favorevole a mettere in funzione al confine tutti i tipi di ostacoli utili a contrastare il fenomeno, come “parapetti, fossati, muri, filo spinato, luoghi che siano minati”. Infine, chiude l’anno elettorale sudamericano il piccolo Honduras che andrà ad elezioni generali il 30 novembre.

L’attuale presidente ecuadoriano, Daniel Noboa, figlio del magnate delle banane Álvaro, era arrivato alla presidenza nel novembre 2023 (vedi qui), dopo l’uscita anticipata dal potere del banchiere Guillermo Lasso, minacciato di impeachment. Con la sua candidatura, si propone di estendere di quattro anni il breve mandato corrispondente al tempo residuo che spettava al dimissionario Lasso, sostituito nel mezzo di una crisi che aveva fatto schizzare il numero di omicidi, a causa dell’azione delle bande criminali e della frequente complicità della polizia.

Il punto di svolta risale all’8 e 9 gennaio 2024 (vedi qui), quando la violenza criminale aveva organizzato la simultanea occupazione di sei carceri, aveva fatto esplodere una dozzina di autobombe in otto province, rapito membri della polizia e sequestrato un canale televisivo pubblico. Tutto ciò allo scopo di facilitare la fuga di Fabián Colón Pico, leader dei Lobos, e Adolfo Macías, il leader della banda di Los Choneros, legata al cartello di Sinaloa. Per far fronte all’emergenza, Noboa aveva dichiarato un “conflitto armato interno” per poter combattere ventidue gruppi della criminalità organizzata, scegliendo di usare la mano forte e affidando ai militari compiti di sicurezza nello stile del collega salvadoregno Nayib Bukele (vedi qui).

Più di trenta politici sono stati uccisi in Ecuador dal 2023, tra cui il candidato presidenziale Fernando Villavicencio, assassinato mentre usciva da una manifestazione a Quito, alla vigilia del primo turno di quell’anno. E, lo scorso 3 gennaio, Noboa ha decretato un nuovo stato di emergenza per sette province e tre comuni, misure già adottate l’anno scorso, per far fronte all’insicurezza nel Paese andino. Dal suo arrivo al potere, ha fatto della sicurezza carceraria uno dei punti fondamentali del discorso contro le bande criminali. Ma con l’andare del tempo, la sua linea ha subito mutamenti non trascurabili. Mentre, all’inizio, aveva proposto di costruire le prigioni su chiatte ancorate nel Pacifico, lontano dalla costa, successivamente si è rivolto alla creazione di mega-carceri, secondo il modello adottato da Bukele in El Salvador, con il Centro de confinamiento de terrorismo (Cecot), un centro penitenziario di massima sicurezza con una capacità di quarantamila detenuti. Nel far ciò, Noboa non sempre ha ricevuto approvazione, e il recente annuncio di costruire una mega-prigione ad Archidona, una piccola città situata nell’Amazzonia ecuadoriana, ha scatenato un’ondata di proteste, con centinaia di manifestanti contrari, per lo più indigeni Kichwas.

Grazie alla popolarità comunque derivatagli dall’uso delle maniere forti nella lotta alla criminalità, il giovane presidente ecuadoriano è venuto insistendo sul suo approccio decisionista. Quando Jorge Glas ­– l’ex vicepresidente di Rafael Correa e di Lenin Moreno –, condannato per aver ricevuto tangenti dall’azienda brasiliana Odebrecht, si è rifugiato nell’ambasciata messicana per sfuggire all’arresto, ha pensato bene di mandare la polizia per catturarlo, violando così l’extraterritorialità della sede della legazione. Un atto illegale, criticato dalla diplomazia mondiale, che tuttavia gli ha valso l’approvazione da parte della maggioranza dei concittadini.

Conseguenza di tale scelta è stata il sacrificio dell’alleanza con Revolución ciudadana, la formazione dell’ex presidente Correa, esiliato in Belgio, grazie alla quale Noboa era riuscito talvolta a fare approvare alcune leggi – e quindi una svolta a destra da parte del presidente ecuadoriano, più confacente del resto al profilo di uomo forte da lui adottato. Così, in occasione del recente razionamento dell’energia elettrica, a cui il Paese è stato sottoposto, è arrivato ad accusare il suo ministro dell’Energia, Andrea Arrobo, di boicottaggio e sabotaggio in complicità con il crimine organizzato. Idem anche nella lotta per il potere che l’ha opposto alla vicepresidente, Verónica Abad, fin dall’inizio del governo, nel novembre del 2023. Noboa, per togliersela dai piedi, l’aveva nominata ambasciatrice in Israele; recentemente, di fronte alle crescenti tensioni in Medio Oriente, ne ha disposto il trasferimento ad Ankara, dove Abad però non è giunta nei tempi stabiliti. Abad ha denunciato una presunta molestia per costringerla a dimettersi, in questo modo non delegandole la presidenza durante la campagna elettorale, come la legge ecuadoriana prevede. Ma Noboa – dopo avere nominato una nuova vicepresidente temporanea dimessasi per problemi di salute – ha conferito la carica a Cynthia Gellibert, dato che la campagna elettorale è iniziata il 5 gennaio, e l’articolo 93 del Codice della democrazia stabilisce che i dignitari in carica debbano prendere un congedo non retribuito durante il periodo della campagna elettorale, se candidati.

Ora il presidente dovrà convincere gli elettori che le sue misure anticrimine sono state efficaci, e che il ricorso alla mano forte gli ha consentito di tenere fede alle promesse. Dovrà dimostrare che il suo progetto economico e di sicurezza sta dando risultati. E dovrà farlo in una situazione che risulta vieppiù complicata dalla sparizione di quattro bambini, lo scorso 8 dicembre, a Guayaquil, e dal successivo ritrovamento dei loro corpi calcinati: fatto per cui sono indagati sedici militari che li avevano arrestati. L’accaduto ha prodotto uno shock nel Paese, e una conseguente forte discussione sul potere affidato dal governo ai militari.

Nel discorso di apertura della campagna, Noboa ha sottolineato che la sua candidatura rappresenta una “lotta storica contro la disuguaglianza, il traffico di droga e la criminalità”. Ma la sua politica economica di austerità, che include un accordo con il Fondo monetario internazionale, non sembra avere conquistato l’elettorato ecuadoriano, lontano dall’aderire a una politica sostenuta dalle élite imprenditoriali: più di un anno fa, infatti, è stato respinto il referendum sul progetto estrattivista nel Parco nazionale di Yasuní. In questa occasione, l’Ecuador aveva votato per decidere se proseguire o meno le estrazioni petrolifere a Yasuní, nella foresta amazzonica, uno degli ecosistemi più ricchi e incontaminati della terra. Aveva vinto il “no”, con quasi il 60% dei voti, e il tribunale costituzionale del Paese aveva concesso un anno di tempo al governo e alla compagnia petrolifera nazionale Petroecuador per smantellare le strutture e lasciare il sito. Da allora, nulla è cambiato: il processo di chiusura dei pozzi non è ancora cominciato, e il governo ha chiesto una proroga di cinque anni per la chiusura.

L’economia ecuadoriana, alla fine del 2024, mostrava i sintomi di come non sia ancora uscita dalla recessione, iniziata a gennaio. Infatti, il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo (Pil) del Paese diminuirà dello 0,4%. Nel 2024 i prezzi sono aumentati a causa di eventi meteorologici come la siccità, ma anche per via delle misure economiche adottate dal governo, come la graduale eliminazione del sussidio alla benzina a basso numero di ottani e l’aumento dell’Iva. L’inflazione cumulativa media, tra gennaio e novembre 2024, è stata dell’1,26%: il che rappresenta un aumento rispetto all’inflazione cumulativa media dello stesso periodo del 2023, che era stata dell’1%.

Quanto all’occupazione, non è migliorata, nonostante il governo abbia approvato incentivi fiscali per le aziende che assumono più personale, con la legge sull’efficienza economica e la generazione di posti di lavoro, in vigore dal dicembre 2023. In tal modo, nel novembre 2024, il tasso di occupazione si è fermato al 33,7%, una cifra inferiore rispetto allo stesso mese del 2023, quando era del 35,8%. Mentre, secondo l’Istituto nazionale di statistica e censimento (Inec), le persone con un’occupazione adeguata sono quelle che percepiscono almeno uno stipendio base – 460 dollari nel 2024 – e lavorano quaranta ore alla settimana. Inoltre, il tasso di disoccupazione è passato dal 3,5%, nel novembre 2023, al 3,7% nel novembre 2024, anche se lo stesso Inec non considera questa variazione “statisticamente significativa”.

In totale, sono sedici i candidati presidenziali, tra cui Luisa González, vicina a Rafael Correa, che aveva conteso a Noboa il ballottaggio nelle elezioni anticipate del 2023, e il leader indigeno Leonidas Iza, molto distaccato dai due maggiori candidati. Per la campagna c’è tempo un mese, fino alla mezzanotte del 6 febbraio, tre giorni prima delle elezioni. Nonostante la violenza dei cartelli del narcotraffico, e la grave siccità che ha causato blackout dell’energia elettrica fino a quattordici ore al giorno, Noboa continua a essere in testa nelle intenzioni di voto con il 33%, mentre Luisa González, avvocata di 47 anni, lo segue con il 29%, stando a un sondaggio di fine dicembre della società Comunicaliza. Nel lanciare la sua candidatura, González ha detto: “Faremo rivivere l’Ecuador con salute, dignità, educazione, pace, giustizia”, criticando la gestione di Noboa, che ha definito più volte “bugiardo”. Lo ha accusato di non avere rispettato le promesse fatte in campagna elettorale, come quella che avrebbe evitato la crisi energetica, e quella riguardante l’Iva, aumentata dal 12 al 15%, nonostante avesse promesso che non avrebbe aumentato le tasse. Non ha risparmiato, inoltre, le critiche alla gestione della sicurezza da parte del governo.

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Archiviato inAmerica latina Articoli Dossier
TagsAmerica latina Argentina Bolivia Cile Claudio Madricardo Daniel Noboa Ecuador elezioni America latina Honduras

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