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Home » Articoli » Droni: perché la Turchia non è un buon partner commerciale

Droni: perché la Turchia non è un buon partner commerciale

Il caso della Piaggio Aerospace ceduta alla Baykar

10 Gennaio 2025 Marianna Gatta  1599

“Bayraktar”, dal suono onomatopeico di uno scoppio, è il nome di un drone utilizzato in diverse situazioni belliche: in Etiopia, nel Nagorno-Karabakh, nella guerra russo-ucraina, e a più riprese dall’esercito turco contro le forze curde. Questo piccolo velivolo, dal costo di circa cinque milioni di dollari, comandato da remoto e capace dei peggiori stermini, porta il nome di Ozdemir Bayraktar, fondatore della Baykar, la compagnia turca che ha recentemente acquisito la Piaggio Aerospace. L’azienda, con sede a Başakşehir in provincia di Istanbul, è stata fondata nel 1984 – data di orwelliana memoria – e si occupa di produzione di armi che permettono di uccidere senza sporcarsi le mani. Fabbrica, infatti, la sistemistica per la difesa di ultima generazione, che sfrutta l’intelligenza artificiale e i droni a pilotaggio remoto da guerra. Il direttore tecnico di Baykar è Selcuk Bayraktar, figlio del fondatore e genero del presidente turco Erdogan. Avendo studiato al prestigioso Mit (l’Istituto di tecnologia del Massachusetts), Selcuk Bayraktar è arrivato a progettare uno dei prodotti di punta dell’azienda, il drone Tb2: il primo hunter-killer (“cacciatore-assassino”) di costruzione interamente turca, adatto per la sorveglianza a medie altitudini.

L’Italia ha messo la Piaggio Aerospace e i suoi stabilimenti a Villanova d’Albenga, vicino a Savona, sotto il controllo del governo turco. Non è la prima volta che l’azienda, produttrice di aerei per soggetti privati, governativi e militari, viene ceduta. Nel 2014, sotto pressione dell’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi (e dei suoi malcelati interessi con il principato del Golfo persico), era stata ceduta al Mubadala Investment Company, un fondo degli Emirati arabi uniti. La compagnia italiana ha da subito iniziato ad accumulare problemi dovuti alla mala gestione: alla fine del 2018, il suo debito sfiorava i 620 milioni di euro. Rilevando gli impianti, la Baykar ha quindi salvato la sezione aerospaziale della Piaggio da un probabile fallimento.

Ma dare alla Turchia un apparato produttivo di possibile uso militare solleva diverse problematiche. La prima è la triangolazione commerciale. In Italia, la legge 185/90 limita la vendita di armi verso Paesi in conflitto, se non aggrediti, e verso quelli i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dall’Onu o dall’Unione europea. La norma italiana prescrive, inoltre, la pubblicazione annuale al Senato delle compravendite, e le autorizzazioni per l’esportazione di armamenti sono gestite dall’Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) presso il ministero degli Esteri. Ogni transazione dovrebbe essere monitorata e tracciata; la legge stabilisce che il destinatario finale non possa rivendere il materiale senza un’autorizzazione specifica. La conformità viene garantita tramite un documento, che il destinatario deve firmare e inviare al ministero entro sei mesi dalla consegna. Tuttavia, se rivendere mezzi complessi come elicotteri o navi è difficile, lo stesso non vale per quelli più leggeri, e la Turchia lo sa.

Non è la prima volta che il Paese a cavallo tra Medio Oriente e Occidente, sfrutta la sua posizione strategica per creare triangolazioni commerciali difficilmente digeribili da chi, come l’Italia, si colloca all’interno di leggi sul controllo bellico. Già nel 2022, durante le proteste popolari in Iran, erano stati individuati dei bossoli italiani usati contro la popolazione civile. In quel caso i componenti, arrivati dall’azienda livornese-francese Cheddite Srl, erano stati probabilmente comprati passando per Istanbul. Non solo, ma in Myanmar, nel 2021, alcune munizioni italiane sono state usate dalle forze militari governative, nonostante il divieto di vendita al Paese asiatico.Anche in questa circostanza le indagini di Rete pace e disarmo, e di altre organizzazioni, hanno ricostruito la triangolazione da parte della Turchia, tramite la società Yavaşçalar Yaf, un marchio della più ampia Zsr Patlayici Sanayi A.S.

Se poi, come nel caso della Piaggio Aerospace, le armi verranno prodotte in Italia per la Turchia stessa, si rischia ancora di più di ritrovarle in zone vietate, per esempio nello Yemen. Gli interrogativi che sorgono su come queste armi vengano utilizzate non riguardano unicamente i casi in cui siano rivendute a soggetti terzi. La stessa Turchia, infatti, ha interessi bellici controversi, dato il suo ruolo nella questione siriana, per esempio.Dal 2013 al 2019, anni della guerra in Siria, le forniture di armi dall’Italia sono sempre cresciute: da 128,8 milioni nel 2015 ai 362,3 nel 2018, tra elicotteri, sistemi di precisione, bombe, razzi, missili e fucili. Possiamo essere certi che una parte dei morti siriani siano stati made in Italy.

Nella tarda mattinata di giovedì 9 gennaio 2025, un gruppo di attivisti ha bloccato il check in per i voli della Turkish Airlines, nel Terminal 1 di Malpensa, protestando a favore del Rojava (vedi qui). In questi giorni, infatti, è aumentata la pressione militare da parte dei ribelli filoturchi contro le aree di autogoverno curdo nel nord della Siria. Alcuni attivisti di Extinction Rebellion hanno scritto sui social: “Ci sono stati pesanti attacchi alla diga di Tishrin, in Siria, che nelle ultime settimane hanno causato la mancanza di acqua ed elettricità per circa un milione di persone. Proprio ieri, la società civile del Rojava si è unita in corteo per proteggere la diga dove le milizie jihadiste, finanziate dalla Turchia, stanno concentrando i loro attacchi, e il regime ha bombardato facendo cinque morti”.

Questo tipo di notizie raramente trapela sui media italiani, e la Turchia viene presentata come un buon partner commerciale. L’acquisizione di Piaggio Aerospace, da parte della Baykar, è stata facilitata dal ministero delle Imprese, con l’obiettivo di potenziare ulteriormente le tecnologie di difesa italiane, ma anche per un vantaggio economico. Infatti, l’industria bellica ha un peso significativo nell’economia del nostro Paese:impiega, secondo l’Aiad (Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza), circa 52.000 persone, e aziende come la Leonardo, leader nel settore della difesa e aerospazio, svolgono un ruolo cruciale. Tuttavia, non si può parlare di droni da guerra come di parmigiano Dop.Leggendo gli articoli sulla vendita della Piaggio Aerospace, si nota una notevole leggerezza rispetto al tema delle armi, come se fossero prodotti qualsiasi, e ciò è grave. In una visione miope, ristretta e puramente nazionalista, si potrebbe dire che, se non lo fa l’Italia, lo farebbe qualcun altro, e che il nostro Paese si sta ritagliando a buon diritto il suo spazio commerciale. Ma le cose non stanno così. Secondo il Sipri, l’Italia, tra il 2019 e il 2023, è stata al sesto posto tra i principali esportatori di sistemi d’arma a livello mondiale: non si tratta di un introito di entità trascurabile. Si tolga allora l’art.11 dalla Costituzione: l’Italia non ripudia la guerra, la esporta fuori dai propri confini, e, pur di fare profitti, vende a chiunque, da chi commette genocidi al Paese vicino, quello con il pelo sullo stomaco.

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