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El Salvador ed Ecuador, prove di governo autoritario

Nel Paese centroamericano Bukele ottiene un secondo mandato in contrasto con il dettato costituzionale, andando così verso una dittatura vera e propria; in quello sudamericano si assiste all’imitazione del presidente salvadoregno nella guerra alle bande criminali, fuori dalle garanzie dello Stato di diritto

21 Giugno 2024 Claudio Madricardo  800

Nayib Bukele ha prestato giuramento il 1° giugno per il secondo mandato come presidente. Sarà in carica fino al 2029, mettendo fine così alla presidenza costituzionale, dato che la sua permanenza al potere va contro le disposizioni di sei articoli della Costituzione salvadoregna. Nel primo discorso del suo bis presidenziale, ha chiesto ai cittadini di difendere incondizionatamente il suo progetto, ha vantato lo smantellamento delle pandillas criminali come il principale risultato del suo governo, e ha annunciato misure economiche che potrebbero essere una “medicina amara” nel prossimo quinquennio.

Durante i primi tre anni del suo governo, Bukele era riuscito a ridurre il numero di omicidi grazie a un negoziato segreto con le bande, a partire dal giugno 2019. Un accordo interrotto nel marzo 2022, e che ha condotto all’omicidio di 87 persone da parte della mara Salvatrucha-13, una delle più importanti pandillas che operano in El Salvador. In seguito, il governo ha introdotto un regime di eccezione, che, fino al 9 maggio 2024, ha avuto come risultato 79.947 detenuti, 261 persone uccise nelle carceri, e un centinaio di denunce per violazione dei diritti umani. Bukele ha promesso che, dopo il “miracolo della sicurezza”, verrà un “miracolo in economia”. Ma non si è ben capito come, dato che si è limitato a un vago annuncio sulle misure economiche che intende adottare. Durante il primo mandato, Bukele non ha mai presentato un piano per l’economia, e non ha reso pubblici nessuno dei piani settoriali su cui ha lavorato un ufficio a ciò destinato. Il governo non ha mantenuto la maggioranza delle promesse del Piano Cuscatlán, presentato da Bukele durante la campagna elettorale del 2019, che riguardavano progetti da adottare in economia, lavori pubblici, trasparenza e istruzione. Per il suo secondo mandato, ha dichiarato di concentrarsi sull’economia, dato che il Paese sta affrontando un problema di indebitamento crescente, unito a una bassa crescita.

Negli ultimi tre anni, i rapporti con il governo degli Stati Uniti sono andati modificandosi. Dalle critiche, che paragonavano Bukele all’ex presidente venezuelano Hugo Chávez per la sua possibile rielezione in contrasto con l’ordinamento costituzionale, e dalle sanzioni contro i funzionari del suo governo per corruzione, o per aver minato la democrazia, si è giunti alle congratulazioni per il suo secondo mandato. Il segretario di Stato, Antony Blinken, ha fatto diramare un comunicato dall’ambasciata americana in cui si congratula, assicurando il fermo impegno a lavorare insieme per promuovere la buona governance e la prosperità economica. Un dietrofront totale, dato che, nel maggio 2021, Blinken, la vicepresidente Kamala Harris, deputati democratici e repubblicani al Congresso, avevano tutti condannato la destituzione del procuratore generale e dei magistrati della Camera costituzionale; e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid) aveva persino congelato i finanziamenti alle agenzie statali coinvolte nel colpo di Stato, promettendo di far giungere aiuti alle organizzazioni della società civile che lavorano per la democrazia e la trasparenza. Ma il rispetto dei principi democratici, della separazione dei poteri, della trasparenza sono scomparsi dal discorso dei funzionari statunitensi che hanno espresso il loro plauso all’investitura incostituzionale di Bukele.

Con il secondo mandato, Bukele ha trasformato un regime autoritario in una dittatura, dato che lo Stato controlla tutto in barba alla divisione dei poteri, mentre nel Paese è negato il diritto a un’informazione libera, e le forze di sicurezza e l’apparato giudiziario vengono usati a fini politici, con la persecuzione dell’opposizione e delle voci critiche, in una realtà contrassegnata da prigionieri politici, torture sistematiche nelle prigioni, assenza dello Stato di diritto. Mentre cresce la persuasione, nella popolazione, che sia necessario supplicare attraverso i social media Bukele per ottenere un favore, come il rilascio di un parente arrestato ingiustamente o qualche risarcimento di fronte all’oltraggio di un funzionario pubblico.   

Venendo all’Ecuador, qui il governo di Daniel Noboa ha annunciato l’eliminazione del sussidio per uno dei carburanti più utilizzati nel Paese, una misura che entrerà in vigore alla fine di giugno. La soppressione dei sussidi è sempre stata una decisione impopolare, che i governi precedenti, come quelli di Lenin Moreno e Guillermo Lasso, hanno cercato di applicare senza successo. I loro tentativi hanno scatenato dure mobilitazioni sociali degenerate in un clima di violenza nelle strade, con morti e feriti. Il risultato è stato che hanno dovuto ritrattare le misure prese ai tavoli dei negoziati, per evitare una paralisi dell’economia. Noboa ha convocato riunioni preliminari con alcuni gruppi di trasportatori, i più colpiti dalla misura, e ha negoziato una compensazione per evitare manifestazioni o l’aumento dei biglietti del trasporto.

Sono tre i tipi di carburanti in uso nel Paese, con prezzi diversi a seconda della loro qualità: diesel, super ed extra o ecopaís. Moreno era riuscito a sbloccare il prezzo della benzina super, che è quella con il più alto numero di ottani sul mercato, consumata dalla popolazione con il maggiore potere di acquisto. Gli era sembrato impossibile toccare gli altri due. Nell’accordo con il Fondo monetario internazionale, il governo ha offerto di eliminare il sussidio per il carburante extra. Una misura che consentirebbe un risparmio di circa seicento milioni di dollari all’anno, e permetterebbe al governo di bilanciare le finanze, per quanto l’esecutivo abbia affermato che può essere destinato o al miglioramento delle infrastrutture energetiche o alla spesa sociale. Una settimana fa, le organizzazioni sociali e sindacali hanno protestato a Quito, anche se per il momento con pochissimo seguito. La proposta del governo è di eliminare il sussidio in più fasi. La prima consisterebbe nell’aumentare il prezzo del carburante extra di 26 centesimi per gallone, portandolo a 2,72 dollari a partire dall’ultima settimana di giugno. Nella seconda fase, sarà istituito un sistema in base al quale il carburante potrà salire al massimo del 5%, a seconda della variazione del prezzo internazionale del petrolio e dei combustibili. E la ministra Ana Cristina Avilés ha assicurato che il prezzo rimarrà al di sotto della media della regione. Dei seicento milioni di dollari che il Paese smetterà di spendere per il sussidio, circa cento saranno utilizzati per compensare l’aumento dei conducenti di taxi, moto a tre ruote e furgoni, che lavorano nelle aree urbane e rurali. Si è calcolato che saranno circa 84.000 i beneficiari di questa compensazione. I tassisti riceveranno un risarcimento per 156 galloni, i mototaxi per 90 galloni, e per 145 galloni con altre motivazioni. Rimarranno attivi solo i sussidi al diesel, il carburante utilizzato dal trasporto di massa, dai trasporti di merci e dall’industria, che influisce indirettamente sui prezzi dei prodotti. Non si toccherà il sussidio alla bombola di gas, utilizzata dalla maggior parte della popolazione. L’anno scorso lo Stato aveva stanziato 644 milioni di dollari per questo sussidio; negli ultimi tredici anni, il costo è stato di 13.480 milioni di dollari.

Il taglio dei sussidi è una delle misure di aggiustamento economico che Noboa ha applicato nei suoi sette mesi di governo. Il primo, in aprile, è stato l’aumento di due punti percentuali dell’Iva su diversi prodotti del paniere di base. In questo modo, intende rispettare gli accordi raggiunti con il Fondo monetario internazionale, che ha concesso all’Ecuador un credito di quattromila milioni di dollari. L’organizzazione internazionale ha già trasferito i primi mille milioni, che saranno in gran parte utilizzati per pagare il debito interno ed esterno.

La potente Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, attraverso il suo account X (ex Twitter) ha detto che rifiuta “il nuovo pacchetto di Daniel Noboa”. Nell’ottobre 2019, i gruppi indigeni avevano promosso una mobilitazione che comportò, durante quasi due settimane, un’ondata di violente proteste, la presa di molte città, costringendo Lenín Moreno a lasciare Quito per la più tranquilla Guayaquil, fino a quando non ritirò parzialmente le sue decisioni. Lo stesso è successo circa tre anni dopo, nel giugno 2022 (vedi qui), con il presidente Guillermo Lasso, che dovette fare marcia indietro.  

Sarà da vedere come la decisione peserà ora sul gradimento di Daniel Noboa, eletto, lo scorso novembre, in sostituzione di Guillermo Lasso, battendo al secondo turno la candidata della sinistra. Rimarrà in carica fino al prossimo anno e ha già annunciato che vuole ricandidarsi. Da quando ha assunto il potere, Noboa ha affrontato l’emergenza criminalità adottando misure nello stile di Bukele. Inoltre, nell’aprile scorso, ha ordinato alla polizia di fare irruzione nell’ambasciata messicana a Quito per arrestare l’ex vicepresidente di Rafael Correa, Jorge Glas, condannato a una pena detentiva per corruzione. Una gravissima violazione del territorio di uno Stato sovrano, condannata dalla comunità internazionale, che ha provocato una profonda crisi nelle relazioni tra il Messico e l’Ecuador.

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