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Buenos Aires, la condanna di Cristina Kirchner

Non capita tutti i giorni che una carica politica ai vertici di un Paese venga raggiunta da una condanna penale; e ancora meno spesso succede quando si trova nel pieno delle sue funzioni. Caso più unico che raro, ma è proprio quello che è accaduto, martedì 6 dicembre, a Buenos Aires, a Cristina Fernández de Kirchner, ovvero CFK, per i molti che la amano fino all’idolatria, vedendo in lei una rediviva Evita Perón per il suo rapporto intenso con le masse popolari. E anche per i molti che la odiano con tutte le loro forze, e ora gioiscono nella speranza, probabilmente vana, di vederla in carcere. Personaggio quanto mai controverso e divisivo, Cristina è la vedova di Néstor Kirchner, presidente dal 2003 al 2007, al quale è poi succeduta esercitando la massima carica fino al 2015. Alle ultime presidenziali, con una certa sorpresa, si era accontentata di fare da vice di Alberto Fernández, figura sbiadita, politicamente più moderata di lei, che è capofila riconosciuta della sinistra e alimenta il grande fiume del kirchnerismo.

Ieri è stata condannata a sei anni di prigione per la causa “Vialidad”, una sentenza più mite di quella che la procura aveva chiesto, accusandola di avere guidato un’associazione illecita che ha promosso, insieme con altri funzionari, contratti milionari per opere stradali troppo care e persino inutili. Fernández de Kirchner è stata dichiarata colpevole di amministrazione fraudolenta e di danno alla pubblica amministrazione, reati commessi durante la sua presidenza mediante la distrazione di fondi dallo Stato per suo beneficio personale o per quello di una terza persona.

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L’Argentina sfiora la tragedia

Tutto diventa possibile quando il parossismo s’impadronisce della politica, facendole perdere il senso del limite. Non c’è più necessariamente bisogno di una volontà preordinata per scivolare in un attimo dall’insulto al sangue, dal dramma alla tragedia. L’impulso collettivo può armare la singola follia omicida in un continuum di cui nessuno avverte il precipitare nell’irrimediabile, l’incendio impossibile da domare. Da Sarajevo a Dallas e alla santa romana piazza San Pietro (per restare all’epoca nostra, ma tralasciando il terrorismo come strategia e, visto che siamo in Argentina, come guerra a bassa intensità di gruppi armati e dello Stato), l’attentato personale è l’arma occulta della congiura che si fonde con la fede palingenetica trasformata in nichilismo: da qualsiasi parte provenga riassume l’imperativo aristocratico e nullista del “deve essere come deve essere o cesserà di essere”.

Nelle ore immediatamente seguenti all’attentato contro la vicepresidente argentina Cristina Kirchner, il buio metaforico che avvolge la vicenda è ancora più denso di quello della notte d’inverno australe che avvolge Buenos Aires e il Paese. Né stupirebbe che neppure il tempo riesca comunque a dissiparlo. Non sarebbe la prima volta. Si stenta a credere che la Bersa 380 semiautomatica, giunta a pochi centimetri dalla tempia della controversa leader peronista, non abbia sparato solo per una dimenticanza dell’attentatore, che non aveva messo il proiettile in canna. E il cui identikit, per molti aspetti (l’incerta stabilità psichica, i precedenti specifici),richiama quelli di altri protagonisti di attentati politici tristemente famosi. Il brasiliano Fernando André Sabag Montiel, 35 anni, non risulta essere un militante politico, nessuno lo riconosce. Non appare una famiglia alle spalle. Un mancato assassino arrivato, non si sa da dove, a minacciare una guerra civile.

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