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Tag: proteste

Cile, la rivolta mapuche

Le comunità indigene in Cile sono più di dieci, riconosciute dalla Ley de desarrollo indígena. Tra queste, quella mapuche rappresenta la più numerosa: sono...

Genova tra chimica e cabinovia

In una città da tempo piuttosto addormentata, e troppo anziana per agitarsi più di tanto, fanno notizia le ormai rare mobilitazioni popolari. Complice probabilmente...

Corsica, una sommossa che dura da più di quindici giorni

Una sommossa, non si può definire diversamente ciò che sta accadendo nella île de beauté (“l’isola della bellezza”) da quando, il 2 marzo scorso,...

Tunisia e Libia, rebus geopolitico alle porte dell’Europa

Tra consenso e rivolta. In Tunisia il colpo di Stato dello scorso 25 luglio messo in atto dal presidente Kaïs Saïed comincia a suscitare...

Le elezioni francesi specchio della crisi europea

A differenza dell’Italia, la vita politica francese è stata scossa negli ultimi anni da agitazioni sociali di notevole portata, delle quali l’aspetto senza dubbio più rilevante, anche per la sua capacità di durata, è stato il movimento dei “gilet gialli”. Non c’è stata però alcuna osmosi tra l’intensità delle proteste – che a tratti hanno assunto la virulenza della sommossa – e i partiti di sinistra. Non parliamo del Partito socialista che, dopo il disastro della presidenza Hollande, è ancora lì a leccarsi le ferite, e guarda soprattutto ai ceti medi urbani (i cosiddetti bobos), mentre lì si trattava di un composito mondo a prevalenza “bianca” (questo va sottolineato) e rurale, essendo i “gilet gialli” anzitutto figli del rancore della provincia contro la capitale Parigi; ma neppure il residuale Partito comunista e i più pimpanti “populisti di sinistra” della France Insoumise si sono giovati dell’onda “gialla”, tant’è che entrambi sono oggi al palo nei sondaggi. È la destra – se non l’estrema destra, con le sue due candidature – che al momento è favorita per il passaggio al secondo turno nelle elezioni presidenziali dell’aprile prossimo, per tacere del forte astensionismo che tutti gli osservatori si aspettano.

In questa situazione, senza nulla di più che un patto elettorale minimalista, la sinistra avrebbe dovuto unirsi per poter portare una propria candidatura al ballottaggio. Non perché vincente, ma proprio perché perdente – e se non altro al fine di evitare la bruttura “repubblicana” di un possibile arrivo in finale di un Nosferatu di estrema destra come Zemmour. Ciò tuttavia non è possibile anzitutto per la posizione settaria dell’ex trotzkista ed ex socialista Mélenchon – riciclatosi come leader di una specie di Podemos francese che non esiste granché nella realtà –, ma, incredibilmente, neppure per i verdi e il Partito socialista, pur vicinissimi tra loro su molti temi, che si preparano a correre separati, mentre la “radicale di sinistra”, Christiane Taubira, ancora esita a lanciare una propria candidatura unitaria, che appare ormai fuori tempo massimo.

Cuba, quiete apparente dopo la tempesta

Lunedi 26 luglio poche manifestazioni a Cuba. L’anniversario dell’avvio della rivoluzione nel lontano 1953 è stato ricordato soprattutto a Santiago – dove si diede l’assalto alla caserma Moncada – e in tv. Non c’è stato il tradizionale raduno in una città per premiarne la particolare laboriosità negli ultimi dodici mesi. A sconsigliare particolari festeggiamenti sono i dati di diffusione del Covid, attestati su una curva non in discesa, nonostante l’avvio della campagna di vaccinazione con dosi di siero made in Cuba.

A due settimane dalle proteste dello scorso 12 luglio, la situazione è tornata sotto controllo; sottotraccia resta lo scontento che attende risposte positive. Gli specialisti sanitari cubani sostengono che sulla diffusione del virus si pagano proprio quegli “assembramenti” di quindici giorni fa, com’è avvenuto da noi – facendo un irriverente parallelo – per i festeggiamenti delle vittorie nei recenti campionati europei di calcio. La priorità, anche per recuperare consenso, resta in questi giorni la campagna contro la pandemia, che procede a rilento per mancanza di materie prime utili alla fabbricazione di vaccini (3.117 nuovi contagi, lunedì 26 luglio, e 22 morti).

La trappola cubana

Fa più notizia un morto a Cuba che cento in Colombia, commentava all’indomani delle grandi proteste di domenica 11 luglio il generale Álvarez Casas, ministro degli Interni cubano, con l’intenzione di denunciare il pregiudizio che animerebbe l’informazione internazionale o gran parte di essa contro il regime dell’isola caraibica. L’altro giorno, a poche ore dalla riunione straordinaria di governo a cui ha partecipato anche il novantenne e ufficialmente a riposo Raúl Castro, sarebbe stato sul punto di dimettersi. Poi quest’intenzione è stata attribuita a un suo vice. Il presidente Díaz-Canel ha smentito tutto. Il ministro degli Esteri, Rodríguez Parrilla, nega perfino che le migliaia di persone in piazza, l’intervento della polizia e gli arresti, costituiscano un’esplosione sociale. È stata – dice – una congiura mediatica orchestrata da Miami, dove ancora comandano i repubblicani di Trump.

Però dalla Cia, che a Cuba forse è inoperosa ma non disinformata, lasciano intendere (“New York Times”, 13.07.21) che non è necessario vedere Díaz-Canel come un satrapo. Più probabilmente –spiegano dal Dipartimento di Stato – all’Avana prevale un problema d’inerzia comunista. Non ignorando che, per quanto ogni medico cubano sparso per il mondo venga sospettato di essere un agente castrista (ma perfino Bolsonaro in Brasile non ha potuto farne a meno), in realtà sono ex paramilitari ed ex guerriglieri colombiani ad affollare il mercato mercenario dei military contractors da Panama a Haiti. E lo stesso Joe Biden, preso com’è dalla recovery interna e atlantica per meglio fronteggiare la sfida cinese, spera che alla ribollente pentola latino-americana non salti proprio ora il coperchio (Washington ha osservato prudente distanza anche dal tormentoso processo elettorale peruviano, finalmente giunto al riconoscimento della vittoria di Pedro Castillo da parte del tribunale elettorale).

Emergenza Cuba: proteste, Covid e crisi

L’11 luglio è stata una domenica di forti tensioni in varie località di Cuba (le agenzie di stampa parlano di venticinque città dove si sono tenute manifestazioni di piazza con decine di arresti). Epicentro di proteste e scontri con la polizia è stata la località di San Antonio de los Baños, cittadina distante cinquanta chilometri da L’Avana, famosa perché sede della scuola di cinema fondata da Gabriel García Márquez e Fernando Birri.

A unificare la protesta è l’emergenza alimentare e sanitaria, oltre alla richiesta di democrazia. Il paragone di molti commentatori è andato al 1994, quando si ebbe “la crisi dei balseros”, con migliaia di persone che abbandonarono l’isola con mezzi di fortuna. In quel caso, si era nel periodo especial, fatto di privazioni e razionamenti all’osso, che sarebbe durato ancora un decennio, come effetto del crollo del Muro di Berlino e del “socialismo reale”. In quella fase, tuttavia, l’isola si aprì al turismo internazionale e si avviarono le prime riforme economiche verso un’economia mista e non più tutta statale (los cuentas propistas, i lavoratori privati nei settori artigianali).

Il “Bogotazo” 2021

Ci vorrebbe Gabriel García Márquez per raccontare la tragedia di Bogotà. In questi giorni, in queste ore: il sangue per le strade, la polizia...