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Georgia, ritirata la legge contro l’Unione europea

La presidente della ex repubblica sovietica ha posto il veto alla promulgazione di un provvedimento osteggiato dall’opposizione e da gran parte della popolazione. Ma i cittadini continuano le proteste contro un governo considerato inaffidabile

14 Marzo 2023 Vittorio Bonanni  919

Malgrado abbia dato i natali a Iosif Stalin, la Georgia di tutto ciò che ricorda la Russia non vuole sentire più parlare. Dopo due giorni di scontri – con un bilancio di cinquanta agenti feriti e sessantasei manifestanti arrestati, con l’accusaditeppismo, resistenza alle forze dell’ordine e lanci di bottiglie molotov e pietre – è stata ritirata la contestata legge che costringeva le organizzazioni non governative e i media indipendenti, che ricevono oltre il 20% dei finanziamenti dall’estero, a dichiararsi “agenti stranieri”, in un certo senso nemici dello Stato georgiano e, dunque, con una più contenuta agibilità politica. Un provvedimento che emulava un analogo provvedimento russo e che, secondo l’opposizione, avrebbe reso più complicato il processo di adesione all’Unione europea.

La situazione politica nella repubblica, già parte dell’Urss, è complessa. La presidente di origine francese Salomé Zourabichvili, pur essendo stata eletta con il sostegno del partito di governo – Sogno georgiano del premier Irakli Garibashvili –, si è dichiarata immediatamente contraria alla proposta di legge, inviando un videomessaggio dagli Stati Uniti dove si trovava in visita. La scrittrice ed ex diplomatica aveva minacciato di porre il suo veto alla promulgazione della legge, come le consente di fare la Costituzione. Se si esclude quel 20% della popolazione russofona, tutto il resto dei georgiani e delle georgiane vuole l’Unione europea, che si sta trasformando in un luogo di asilo, se così possiamo definirlo, per quei Paesi possibili target della Russia di Putin.

Simbolo della protesta (sostenuta dal partito di opposizione, United National Movement, capeggiato da Levan Khabeishvili) è diventata la donna avvolta nella bandiera del vecchio continente la quale, durante una manifestazione nella capitale Tbilisi, ha perseverato nel suo gesto malgrado gli idranti, ed è stata circondata e protetta dagli altri manifestanti. Il ritiro del provvedimento, da parte del governo, per “evitare divisioni nella società” è stato dunque un importante successo, che però non ha sopito la mobilitazione di una popolazione che non si fida del potere.

“Il partito di opposizione in Georgia, Girchi-More Freedom, e diversi rappresentanti di varie Ong – ha comunicato “Rainews” –, hanno comunque confermato che proseguiranno con le contestazioni, nonostante il ritiro del controverso disegno di legge”. Per Tsotne Koberidze, esponente di Girchi-More Freedom, citato dalla “Ria Novosti”, “i giovani non hanno fiducia nel ‘Sogno georgiano’; chiediamo due cose: chiarezza su come intendono ritirare il progetto e, in secondo luogo, la liberazione delle persone che hanno combattuto con noi”.

Amnesty International ha più volte denunciato la politica autoritaria del governo georgiano, che già in passato ha cercato di reprimere il dissenso e limitare la libertà di stampa. Emblematica la condanna a tre anni e mezzo di carcere a Nika Gvaramia, direttore del canale di notizie pro-opposizione “Mtavari Tv”, perché, forte della sua posizione, avrebbe danneggiato gli interessi finanziari di un’altra televisione, questa filo-governativa, che aveva diretto in passato.

La Georgia aveva chiesto di ottenere formalmente lo status di Paese richiedente l’ingresso nell’Unione europea, ma sono state ritenute necessarie alcune riforme per poter accogliere questa richiesta. Al pari dell’Ucraina, il Paese caucasico sarebbe ben lungi dall’avere i requisiti per entrare in Europa. E uno dei problemi principali riguarda lo strapotere degli oligarchi. Uno di questi è l’ex primo ministro Bidzina Ivanishvili, considerato il leader di Sogno georgiano, da lui fondato. L’uomo controlla il 20% dell’economia della Georgia e si è arricchito in Russia. Il conflitto tra georgiani filo-russi e filo-europei si è riacutizzato con l’aggressione russa all’Ucraina e la conseguente guerra che ne è scaturita. Dall’inizio dei combattimenti, sarebbero almeno 220mila i russi arrivati a Tbilisi. Apparentemente per fuggire dalla guerra, ma questa versione dei fatti non convince, visto che il conflitto ha colpito solo in misura ridotta la popolazione russa. La verità sarebbe un’altra: contemporaneamente all’arrivo dei russi, hanno avviato la loro attività ben tredicimila imprese, di cui almeno la metà dopo l’inizio della guerra. Una politica sostenuta dall’attuale primo ministro Garibashvili.

Come a Kiev, le piazze georgiane sono in fermento da tempo. Il 2019 era stato l’anno della “notte di Gavrilov”. Ovvero manifestazioni e scontri in risposta all’intervento del membro del Partito comunista della Duma russa, Sergei Gavrilov, che si trovava a Tbilisi per l’Assemblea interparlamentare sull’ortodossia. Gavrilov aveva tenuto il suo intervento dallo scranno riservato al presidente del parlamento, che allora era l’attuale segretario di Sogno georgiano, Kobakhidze. Il dirigente comunista aveva tenuto il suo intervento in russo, esaltando la fraternità tra i due Paesi; ma la popolazione, appunto in stragrande maggioranza ostile a Mosca, aveva reagito con manifestazioni e scontri con le forze dell’ordine. Kobakhidze si dimise, continuando però a essere un protagonista della politica georgiana.

Da allora il presidente russo Vladimir Putin ha interrotto i collegamenti aerei con la Georgia, considerata non più luogo sicuro per i russi. Ma nel gennaio scorso il capo della diplomazia russa, Sergej Lavrov, rispondendo a una domanda di un giornalista georgiano del canale di ultradestra “Alt-Info”, si è complimentato con il governo georgiano per non essersi allineato con l’Occidente nella politica di sanzioni contro la Russia, auspicando una riapertura dei voli diretti fra i due Paesi. Ipotesi che non è piaciuta affatto alla presidente. “In un momento in cui tutti i nostri partner, con parole o fatti, esprimono la massima solidarietà alla lotta dell’Ucraina – ha detto Zourabichvili in una intervista riportata dalla testata “Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa” (“Obct”) – per me e, ne sono certa, per la maggior parte della società, la posizione del governo e del partito al governo è incomprensibile. Il governo dovrebbe invece esaminare seriamente l’afflusso di cittadini russi in Georgia, e tutte le implicazioni sociali e politiche che ne derivano. Invece di riprendere i voli – conclude la presidente – il governo dovrebbe prendersi cura della reputazione del Paese, rispondere in modo categorico e con prove alle accuse secondo cui la Russia sta aggirando le sanzioni attraverso la Georgia”.

La ripresa dei voli rischia di esporre il Paese a sanzioni. Il 24 febbraio scorso, quando si è ricordato l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, a Tbilisi e nelle altre città del Paese le piazze si sono riempite di manifestanti antigovernativi. Un ruolo importante nell’opposizione è giocato dalle organizzazioni non governative. “Le Ong georgiane – riporta “Obct” – sono sotto attacco da tempo, ma l’attacco verbale si è trasformato in attacco legale”. Una decina di giorni prima della ricorrenza, Potere al popolo – frazione parlamentare composta da fuoriusciti dal Sogno georgiano ma ancora parte della maggioranza – era stata tra le promotrici della famigerata legge.

Il tentativo di Mosca di controllare la Georgia è il seguito della “guerra d’agosto” del 2008, quando i russi occuparono le autoproclamaterepubbliche dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, staccandole dalla Georgia. Come in Ucraina, dove purtroppo da dodici mesi è in corso una guerra sanguinosa, e in Moldavia, con la piazza filorussa che contesta il governo filoeuropeo, il conflitto tra Bruxelles e Washington, da un lato, e Mosca dall’altro, si estende.

Cambiando area geografica, non aiuta la sciagurata intenzione della Casa Bianca di trasformare Taiwan in un deposito di armi militari statunitense, innalzando così alle stelle la tensione con Pechino su un tema delicato e complicatissimo da risolvere. È del tutto evidente che i minimi spiragli di dialogo, che anche la Cina aveva cercato di aprire, rischiano di chiudersi irrimediabilmente.

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