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Sotto il Vesuvio, l’intreccio tra politica e camorra

18 Febbraio 2022 Guido Ruotolo  2165

Perquisizioni a tappeto, incriminazioni per mafia, per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. E poi le commissioni d’accesso prefettizie che lasciano intuire un destino segnato: lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni di mafia. Solo oggi è tornata l’antimafia investigativa e amministrativa nei comuni sotto il Vesuvio: Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano. Si tratta di centinaia di migliaia di cittadini sotto scacco. Ma questa volta non c’è più quella ribellione della società civile che ha accompagnato, sostenuto, applaudito l’attività della magistratura e delle forze di polizia negli anni Novanta e nei primi del nuovo millennio.

Oggi colpiscono il silenzio della gente e la permeabilità del nuovo ceto politico locale. Debole, non in grado di reagire, connivente più per paura, e forse incapacità di comprendere quello che accade, che per consapevole partecipazione alle attività dei vecchi clan che sono tornati. La camorra ha rialzato la testa perché lo Stato non è stato in grado di prevenire e colpire, di creare anticorpi, di avere sentinelle sui territori. Fa impressione la capacità di penetrazione nelle amministrazioni pubbliche della camorra. Nei giorni scorsi, buona parte dell’amministrazione comunale di Torre Annunziata, funzionari comunali e imprenditori sono finiti indagati (e perquisiti) per i loro rapporti con gli eredi del clan di Valentino Gionta.

Qui, sotto il Vesuvio, in questi Comuni che avevano i più alti indici di popolazione in rapporto ai metri cubi di abitazioni, la camorra era “punciuta”, aveva giurato fedeltà ai corleonesi e insieme ai casalesi, e aveva sferrato la guerra contro Raffaele Cutolo, negli anni Ottanta. Ci sono anche Ercolano e Torre del Greco, in questa via crucis della mafia che si fa Stato. Ma anche nel Nord della provincia napoletana, gli eredi dei casalesi sono tornati. A Sant’Antimo, Villaricca e Marano, le amministrazioni comunali sono già sotto gestione commissariale e aspettano di andare al voto. E c’è un’effervescenza criminale anche a Scampia, Frattaminore, Melito. I vecchi clan sono tornati a fare affari con le imprese di riferimento da sempre.

È vero, l’evoluzione della serie televisiva “Gomorra” e la sua conclusione, con la morte di Ciro l’Immortale e di Genny Savastano, ci avevano fuorviato. Pensavamo che la fiction fosse realtà, e invece si è rivelata solo un prodotto di consumo televisivo. Napoli, per anni, è stata la “Medellín” del Mediterraneo, un grande supermarket di droga. Poi, forse, gli antichi investimenti immobiliari anche all’estero e nel Centro-nord del Paese hanno solleticato nuove iniziative imprenditoriali. E infine il grande business del gioco online. 

Pensavamo a questa evoluzione imprenditoriale della camorra che spara poco, rispetto a quei terribili anni Settanta e Ottanta. Torre Annunziata è, nel nostro immaginario, la roccaforte del male, con i suoi 346 soldati inquisiti per associazione mafiosa. Qui maturò, fu deciso e poi divenne esecutivo, l’omicidio di un giovane cronista, Giancarlo Siani, ucciso nel settembre 1985 sotto casa, a piazza Leonardo a Napoli, perché aveva raccontato sul giornale con cui collaborava da precario – “Il Mattino” – gli affari del clan Gionta.

Quasi quarant’anni dopo, Torre Annunziata torna a dover fare i conti con la camorra, questa volta orfana dei corleonesi. Anche oggi abbiamo avuto bisogno di una voce fuori dal coro, uno “straniero” catapultato nell’amministrazione comunale dal Pd, per cercare di raddrizzare il timone, dopo l’arresto per corruzione del vicesindaco.

Questa è la storia di un vecchio comunista, oggi vicino al Pd, Lorenzo Diana, di San Cipriano d’Aversa, Comune di “Gomorra” e dei casalesi, finito nel tritacarne di una inchiesta che lo ha indagato per mafia, per le false dichiarazioni di pentiti, e che solo dopo cinque anni è uscito dal calvario giudiziario con un’archiviazione. Lorenzo Diana ha fatto il vicesindaco di Torre Annunziata solo per quattro mesi. Ha capito, ha denunciato, ha implorato di cambiare rotta; ma ha dovuto rinunciare per quel muro di connivenze e incapacità mischiate alla paura. Diana aveva denunciato otto appalti opachi (a partire dall’adeguamento delle scuole alle norme anti-Covid), anzi di più. Aveva proposto di alzare barriere anticorruzione, con nuove regole sugli affidamenti diretti di forniture e di lavori.

“Salvatore Onda, nipote di Umberto, in carcere al 41bis, esponente del clan Gionta, è l’elemento di raccordo e collegamento tra amministratori pubblici locali, di consiglieri regionali e imprenditori”. Nel decreto di perquisizione di inizio settimana, si accenna agli appalti opachi denunciati da Lorenzo Diana. “Il sindaco Ascione, e i presidenti del Consiglio comunale Raiola e quello che si era dimesso prima, Manzo, legittimavano Onda ad avere un ruolo determinante in tutte le scelte di gestione”.

È impressionante questo trasferimento di delega. Dall’amministratore pubblico al boss, all’erede del clan Gionta. Quando la politica è opaca e debole, questo è il risultato. 

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Tagscamorra clan Gionta criminalità organizzata Giuseppe Raiola Guido Ruotolo Lorenzo Diana mafia Rocco Manzo Salvatore Onda Torre Annunziata Vincenzo Ascione

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