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Il sordo e incessante conflitto in Medio Oriente

Esistono due “norme morali e di polizia”, quelle d’Israele che si presenta come uno Stato democratico, e quelle in vigore nei confronti della popolazione palestinese

18 Febbraio 2022 Vittorio Bonanni  1124

15 febbraio 2022: Nihad al Barghouthi, giovane palestinese di 26 anni, viene ucciso da soldati israeliani nel villaggio di Nabi Saleh, a Ramallah. 14 febbraio: secondo l’agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa, Mohammed Abu Salah, ragazzo palestinese di 17 anni, è stato freddato dai militari israeliani, nel corso di scontri con l’esercito dello Stato ebraico a Jenin. 13 febbraio: almeno due palestinesi sono rimasti feriti, e altri sei sono stati arrestati, a Sheikh Jarrah, quartiere residenziale situato nei pressi della Città vecchia di Gerusalemme, nella quale vivono numerose famiglie palestinesi minacciate di sfratto, perché quelle case apparterebbero da sempre, ben prima del 1948, agli ebrei, sebbene da decenni siano abitate dagli arabi. Una vicenda che aveva già provocato degli scontri lo scorso dicembre. 6 gennaio: secondo Al-Arabiya, emittente televisiva degli Emirati arabi uniti, con sede a Dubai, Bakir Hashash, un altro palestinese, è stato ucciso a Nablus, in Cisgiordania, dall’esercito israeliano.

È questa solo una parte del quadro allarmante – denunciato con forza da Amnesty International – che si presenta agli occhi degli osservatori in Cisgiordania e nella Città santa. Un triste bilancio, relativo agli ultimi due o tre mesi, che conferma, se ce ne fosse bisogno, quanto da decenni accade in quell’area geografica, fin dalla nascita dello Stato d’Israele, avvenuta il 14 maggio 1948, data festeggiata dagli ebrei di tutto il mondo, considerata invece dagli arabi di Palestina una Nakba, ovvero una catastrofe che provocò l’esodo di oltre settecentomila palestinesi.

Da allora, è un susseguirsi di guerre e fallimenti di ogni tentativo di intesa tra le parti in causa. Dall’occupazione, in seguito alla “guerra dei sei giorni”, della Cisgiordania compresa Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza, abbandonata da Israele nel 2005, e delle alture del Golan siriane, tutte azioni condannate dalle Nazioni Unite, fino al fallito accordo di pace di Oslo del 1993, la cui attuazione è stata stroncata dall’uccisione del primo ministro israeliano, Yitzhak Rabin, da parte di un estremista ebreo, e dalla guerra mossa poi da Israele contro il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Yasser Arafat, morto in Francia nel 2004 in circostanze poco chiare.

Il conflitto israelo-palestinese è andato avanti con alti e bassi, caratterizzato appunto dalle proteste dei palestinesi, stroncate nel sangue dalle forze armate di Tel Aviv e dalla guerra tra l’organizzazione palestinese fondamentalista Hamas, che controlla Gaza, e l’esercito israeliano, conflitto che provoca morti e feriti soprattutto tra i palestinesi e la distruzione delle infrastrutture nella Striscia. Un bagno di sangue senza fine, dimenticato dalla carta stampata e dai media televisivi, che di queste uccisioni non fanno praticamente cenno. Dopo il fallimento di Oslo e la scomparsa degli attori di quell’intesa, in primo luogo i laburisti israeliani ridotti ai minimi termini, non esiste neanche un minimo di road map per riprendere la trattativa. Nulla di nulla. Anzi, il governo israeliano non perde occasione per far capire che l’interesse finalizzato alla ripresa dei colloqui è pari a zero.

L’ostacolo principale riguarda proprio il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, se possibile peggiore del suo predecessore Benjamin Netanyahu. Lo scorso settembre, poche ore dopo l’incontro tra il re Abdallah II di Giordania e il presidente egiziano Abdul Fattah al Sisi, entrambi stretti alleati di Tel Aviv, e il leader dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, durante il quale era stato ribadito il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato indipendente, il premier israeliano, durante un incontro a distanza con i leader della Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, ha riaffermato la sua netta opposizione alla soluzione di “due popoli, due Stati”. L’uomo è un esponente del Partito nazionale religioso, che considera, per motivi biblici, tutto il territorio storico della Palestina parte sella “Terra di Israele”, in cui nessun altro popolo può trovare spazio. Insomma, per Bennett, favorevole alla totale colonizzazione della Cisgiordania, i palestinesi non esistono, e viene da sé che non ci sarà nessun incontro con Abu Mazen, anche perché quest’ultimo ha portato Israele davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità.

Poco o niente contano le posizioni più aperturiste dei laburisti e, ovviamente, della Lista araba unita, entrambi facenti parte dell’esecutivo. E dello stesso ministro della Difesa,  Benny Gantz, il quale, in un incontro con Abu Mazen dello scorso 28 dicembre, ha annunciato alcune misure che dovrebbero alleggerire l’inferno in cui da decenni sono costretti a vivere i palestinesi, facilitando l’ingresso di un centinaio di persone in Israele – con la registrazione di 6000 palestinesi, privi di uno status, come residenti in Cisgiordania –, oltre ai 3.500 di Gaza che riceveranno la documentazione di residenza. Si tratta di misure che renderanno più agevole, se è lecito usare questo termine, la vita di migliaia e migliaia di palestinesi, ma che non spostano di un millimetro la disponibilità dell’esecutivo con la stella di Davide a riaprire la prospettiva di “due popoli, due Stati”, che ipocritamente i Paesi occidentali ritirano fuori, come un mantra, ogniqualvolta riesplode il conflitto tra Israele e Gaza, salvo poi dimenticarsene il giorno seguente.

Per il futuro, è lecita la certezza che non avverrà nulla di rilevante. O proprio nulla in assoluto. Come dimostra quanto successo il 26 gennaio scorso, quando l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Gilat Erdan, si è presentato di fronte al Consiglio di sicurezza del Palazzo di vetro, mostrando una pietra lanciata dai palestinesi come simbolo della violenza di quel popolo contro il suo. Ugo Tramballi, giornalista e ricercatore dell’Ispi (Istituto studi politiche internazionali) ha preso spunto da questo gesto per ricordare il noto episodio dell’Antico Testamento, quando il giovane Davide, rappresentante del popolo ebraico, armato solo di una pietra, sconfisse il fortissimo e armatissimo filisteo Golia. Una metafora, quella evocata dal diplomatico israeliano senza esserne consapevole, che manterrebbe intatto lo schema, invertendo però le parti: Davide, da ebreo che era, rappresenterebbe ora la resistenza dei palestinesi contro l’occupazione da parte del Golia israeliano, dotato invece di droni, aerei da caccia e carri armati, senza contare l’arma nucleare.

Il considerarsi vittime, sempre e comunque, ha stancato molti cittadini dello stesso Stato ebraico, che pure amano il loro Paese. E non se ne può più della retorica che fa di Israele l’unica democrazia del Medio Oriente. Già quindici anni fa, il grande scrittore Abraham Yehoshua, in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano “Yedioth Ahronoth”, sosteneva che, fin dal 1967, dopo la “guerra dei sei giorni” e l’inizio dell’occupazione, “esistono due sistemi paralleli: da un lato, quello normativo, costituzionale, democratico dello Stato d’Israele e, dall’altro, quello dei Territori, dove le norme morali e di polizia sono completamente differenti”. Se solo nel mondo si prendesse atto di quanto detto e scritto dall’intellettuale israeliano, si sarebbe fatto un passo avanti per raggiungere una pace al momento ancora invisibile all’orizzonte.

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