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Funerali di Shireen: sempre più urgente “due popoli, due Stati”

Non conosce la parola fine la sanguinosa violazione dei diritti umani, da parte di Israele, contro il popolo palestinese. Le immagini della uccisione di Shireen Abu Akleh – la giornalista di Al Jazeera colpita a morte dai militari israeliani mercoledì 11 maggio a Jenin, mentre seguiva un’incursione dell’esercito – e quelle della successiva profanazione dei funerali della reporter, che ha addirittura messo a rischio la stabilità della bara, hanno fatto il giro del mondo e suscitato un’indignazione generale, come pure una scontata, quanto ipocrita, condanna da parte della “comunità internazionale”. Una cerimonia cattolica, per dare un ultimo saluto a una donna coraggiosa, violentata dalle cariche della polizia israeliana.

Questo crimine si inserisce in un contesto più ampio, che genera grande preoccupazione, anche e soprattutto perché non sembra interessare nessuno dei “grandi della terra”. L’uccisione di Shireen Abu Akleh – denuncia con forza Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nordè un sanguinoso monito del sistema mortale con cui Israele circonda i palestinesi, che vengono impunemente uccisi ovunque. Quanti altri di loro – accusa Higazi – dovranno essere uccisi prima che la comunità internazionale chiami Israele a rispondere di questi continui crimini contro l’umanità?”

Il sordo e incessante conflitto in Medio Oriente

15 febbraio 2022: Nihad al Barghouthi, giovane palestinese di 26 anni, viene ucciso da soldati israeliani nel villaggio di Nabi Saleh, a Ramallah. 14...

Finale di partita per Abu Mazen?

Da un lato l’eterno conflitto con Israele e la cancellazione di ogni speranza legata agli accordi di pace del 1993. Dall’altro, lo scontro con...

Italia e Spagna, tentativo di pace in Medio Oriente

A trent’anni esatti dalla conferenza di pace di Madrid, volete che non si tenti di riproporre quelle stesse (fallite) ricette? Lì al tavolo sedevano Stati Uniti e Urss, erano loro a farla da padrone, ma il mondo del “socialismo reale” era in via di disfacimento, il vento era cambiato, gli equilibri della guerra fredda erano morti. Il risultato fu una conferenza di pace ridicola, anticamera degli accordi di Oslo che contenevano in sé il fallimento di ogni possibilità di pace. Arafat seguiva da Tunisi le riunioni mediante la cornetta di un telefono alzato da un suo collaboratore ammesso a Madrid. 

Era il 30 ottobre del 1991. Ora Italia e Spagna provano a percorrere di nuovo le stanche orme della pace. È un tentativo di resuscitare l’Unione europea nel quadro del Mediterraneo, dove fino a ora abbiamo assistito alle scorribande del Pentagono che vince in Iraq, perde in Siria, vorrebbe riscrivere i confini in Libia, dove vince e poi perde; e poi all’arrivo dei turchi e dei russi, e così via, con sempre dietro l’angolo il nemico numero uno, l’Iran: qualche giorno fa gli Stati Uniti hanno ucciso almeno quattro persone lungo il confine iracheno, colpendo postazioni iraniane, inviando un messaggio molto chiaro, “vi colpiremo ovunque siate”.

Le radici della violenza del conflitto israeliano-palestinese

Difficile dire per quale motivo Letta abbia voluto schierarsi in modo unilaterale a favore del governo di Netanyahu: a voler essere ottimisti si potrebbe...

Il Pd e il conflitto israelo-palestinese: l’errore di Letta

Gli atti simbolici sono rilevanti pure in politica. È destinata a lasciare il segno la foto di Enrico Letta raffigurato con tutti i rappresentanti del governo Draghi (meno ciò che resta di Liberi e uguali) su un palco nel quartiere ebraico di Roma. Non è in discussione il diritto di Israele né a esistere né a difendersi. Quanto piuttosto la collocazione e l’autonomia politica del Pd. Troppa fretta di schierarsi.

Se c’era infatti una positiva tradizione della sinistra italiana (fin dai tempi di Pci e Psi), era quella di far sentire la propria voce a Nord e a Sud del mondo, a Est e a Ovest. Ogni conflitto aveva (e ha) una sua specificità da approfondire. È inoltre finita da tempo la fase del mondo diviso in blocchi, o in “buoni” e “cattivi” per partito preso. I morti sono uguali da una parte e dall’altra, solo la quantità può fare la differenza. Il conflitto israelo-palestinese ha in più radici e attualità complesse nel puzzle già di per sé labirintico del Medio Oriente. Perché, allora, annullare da parte del Pd valutazioni e orientamenti in un calderone governativo? Quella immagine del palco di governo ha poi un senso, o brucia ancora di più, ora di fronte all’evolversi degli avvenimenti a Gaza dopo la decisione di Israele di intervento armato e di terra in quel territorio? Non serve certo a riflettere la foto di tutti abbracciati appassionatamente – da Matteo Salvini a Enrico Letta, da Antonio Tajani a Maria Elena Boschi, da Giovanni Toti a Virginia Raggi – con sottofondo di Hatikva, l’inno nazionale israeliano, di fronte a una grande bandiera israeliana.

Israele e Gaza, una narrazione coloniale

Si susseguono drammatiche le notizie, in queste ore, dalla Palestina occupata, dopo lo sgombero di alcune famiglie ad opera dei coloni a Sheikh Jarrah e l’irruzione manu militari nella moschea di al-Aqsa. Si possono seguire attraverso le corrispondenze che Michele Giorgio, storico inviato del manifesto, continua a mandare. Oppure sfogliando l’Avvenire. Ma in generale l’informazione ha dato il peggio di sé in questo frangente. Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, lo ha denunciato con forza; così Vincenzo Vita, ancora sul manifesto, che nota come non solo i media classici ma anche l’universo deisocial si stia adeguando. Numerosi utenti di Facebook o di Instagram, infatti, hanno denunciato la cancellazione di contenuti e account riferiti alle violenze dei coloni e dell’esercito a Sheikh Jarrah, o alla pubblicazione di foto sull’uccisione del giovane Said.

In Italia il panorama è quello di una grigia subordinazione culturale e politica all’influenza dell’ambasciata israeliana, mentre finanche il Washington Post, avamposto del sionismo Usa, si interroga sull’eccessiva mano libera lasciata agli israeliani, in questi anni, da parte delle amministrazioni statunitensi, chiedendo se non sia giunto il tempo di un cambio di passo – lo ha segnalato, a Radio Rai3, lo storico inviato del Messaggero Eric Salerno. Siamo abbastanza abituati a questo andazzo, in effetti. Al racconto dei fatti si sostituisce in modo prepotente – con una evidente manipolazione della realtà – la narrazione coloniale.