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Home » Opinioni » Le radici della violenza del conflitto israeliano-palestinese

Le radici della violenza del conflitto israeliano-palestinese

Più si fanno i conti con lo storico antisemitismo europeo, più si ama e si rispetta la cultura ebraica, più bisogna avere la fermezza di dire no al Paese guidato oggi da Netanyahu per riaffermare la prospettiva di “due popoli, due Stati”

17 Maggio 2021 Mario Pezzella  1278

Difficile dire per quale motivo Letta abbia voluto schierarsi in modo unilaterale a favore del governo di Netanyahu: a voler essere ottimisti si potrebbe pensare a un sentimento di vergogna e di colpa per la partecipazione dei fascisti italiani alla Shoah e per le leggi razziali del 1938. Il terrore di essere definiti antisemiti non dovrebbe però impedire di ricordare anche i massacri al limite del genocidio compiuti dai nostri generali in Libia, ai danni di un popolo arabo, quando era una nostra colonia.

L’antisemitismo è l’ombra del male radicale che ci portiamo dentro dal secolo scorso. Va detto che non fu solo un sentimento di masse irrazionali e incolte, ma anche di scrittori come Céline, di poeti come Pound, di filosofi del diritto come Carl Schmitt. È dunque una colpa di cui è responsabile l’intera cultura europea, e dell’Europa ha segnato probabilmente il declino irreversibile. Non è stato solo un delitto materiale, ma una ferita psichica e un trauma storico per certi versi irredimibile. È stato un vero e proprio stravolgimento del reale, un trionfo dell’immaginario ai limiti del delirio paranoide, come ha scritto Adorno: “L’antisemitismo si basa sulla cieca proiezione (…). Impulsi che non sono lasciati passare dal soggetto come suoi, e che tuttavia gli sono propri, vengono attribuiti all’oggetto: alla vittima potenziale (…). Si può acconsentire all’impulso vietato se è fuori dubbio che ciò avviene per distruggerlo”.

Un trauma storico, una violenza subita in questo modo, può suscitare nei discendenti delle vittime una ripetizione della passività subita e dunque una ricaduta nella condizione di vittima; ma anche una reazione opposta di identificazione con l’aggressore, per cui la vittima non cercherà di separarsi dal trauma, ma di occupare in una sua ripetizione il ruolo inverso del carnefice. L’inconscio del collettivo ha una memoria persistente dei traumi subiti o agiti: una memoria che si trasmette in differenti modulazioni da una generazione all’altra, una costellazione familiare che pesa come un incubo sulla vita dei sopravvissuti. Tutto ciò è stato studiato in rapporto alla Shoah, ma vale in pari misura per i delitti coloniali. Quanto è dimenticato o rimosso perde ogni legame con un ordine simbolico riconoscibile e tende a ripetersi come reale catastrofico: sia che l’erede delle vittime venga sospinto a ritrovarsi nel medesimo ruolo degli antenati, sia che avvenga un rovesciamento dei ruoli e il discendente della vittima si faccia carnefice (conservando e ripetendo però la struttura archetipica della violenza).

Tutto ciò per dire che si può comprendere la reazione di un ebreo israeliano che dica: “ad ogni costo, mai più vittima”, ma che allo stesso tempo bisognerebbe dissentire dalla sua trasformazione in aggressore: perché, se avviene questo, il ciclo mimetico della violenza proseguirà all’infinito, con un incremento crescente di risposta in risposta. E anche l’eventuale vincitore finirebbe per fondare la sua vittoria, e il suo Stato, su una lacerazione iniziale, su un debito simbolico, che ne incrinerebbe per sempre le istituzioni e il diritto. I popoli europei hanno vinto, e hanno dominato il mondo col colonialismo, ma in una durata lunga della storia si sono autodistrutti. La loro vittoria è stata così eccessiva da suscitare un risentimento universale e rovesciarsi nel contrario.

Perciò, invece di andare in piazza ad appoggiare Netanyahu, bisognerebbe piuttosto operare per una coesistenza dei diritti contrapposti in Palestina, che non si riduca a un incremento mimetico della violenza. Coesistenza, non conciliazione, perché questa è forse impossibile. Il diritto simbolico degli ebrei – la Palestina è simbolicamente la terra ideale della loro cultura e della loro stessa esistenza – deve poter coesistere col diritto storico dei palestinesi, che hanno in quei luoghi la loro casa reale.

Occorre riconoscere l’esistenza di questi diritti contrapposti, come nell’Antigone di Sofocle si fronteggiano la legge originaria degli avi e quella più recente della Città. Nessuno può pensare di sopravvivere distruggendo l’altra, e proseguendo con ciò la catena debitoria e destinale della vendetta. Perché questa conduce a un punto, come diceva Simone Weil, in cui “i vincitori non considerano la propria forza come una quantità limitata, né i loro rapporti con altri come un equilibrio tra forze ineguali (…); essi finiscono per credere che il destino ha concesso loro ogni licenza, e nessuna a chi è ad essi inferiore. Da questo momento, essi vanno al di là della forza di cui dispongono”.

Dunque i politici dovrebbero operare esattamente nel senso opposto a quello scelto da Letta, dovrebbero comprendere la complessità della situazione e favorire il riconoscimento dei diritti contrapposti, che politicamente significa due popoli con due Stati, senza che i territori palestinesi siano continuamente assottigliati da una colonizzazione illegale.

Resta il fatto che rispettare e comprendere la cultura ebraica non può significare rispettare e comprendere il governo di Netanyahu, che solo il timore di essere accusati di antisemitismo può impedire di mettere sullo stesso piano di Erdogan e di al-Sisi, perché simili sono la sua corruzione e le sue violazioni dei diritti umani. E anzi più si ama e si rispetta la cultura ebraica, più si dovrebbe esprimere il proprio rifiuto per un governo che la corrompe e la spinge verso una degenerazione violenta.

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Tagsantisemitismo Benjamin Netanyahu Israele Mario Pezzella Palestina

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