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Sul discorso di Vance a Monaco

La “libertà darwiniana” del vicepresidente degli Stati Uniti: un populismo disorganico e reattivo

2 Maggio 2025 Mario Pezzella  1188

“Credere nella democrazia significa capire che ognuno dei nostri cittadini ha saggezza e ha una voce”. Non è un vecchio teorico liberale a pronunciare queste parole, ma il vicepresidente degli Stati Uniti Vance, nel discorso di Monaco del febbraio scorso, e i cittadini a cui si riferisce sono i neonazisti tedeschi dell’AfD, “ingiustamente” – secondo lui – esclusi dalle trattative in corso. I despoti attuali (o aspiranti tali) si presentano volentieri come difensori della libertà, contro uno Stato oppressivo e burocratico.

Nel suo discorso, Vance ha dato una vernice ideologica a questo atteggiamento, in forma quasi ossimorica: gli europei offendono la libertà di pregare contro la legge che consente l’aborto, vietano i roghi del Corano, aprono le loro frontiere ai migranti, e tutto questo contro la volontà dei loro popoli. Sono gli Stati europei a essere autoritari e repressivi, a distruggere la libertà di opinione e di espressione. Si tratta di una paradossale inversione di prospettiva, di un gioco di specchi da parte di chi vorrebbe vietare per legge ogni forma di aborto, mettere in galera gli studenti che manifestano a favore della Palestina, incatenare i migranti e recluderli in campi di prigionia. Scavando in questo pronunciamento ideologico, scopriamo che la libertà di cui parla Vance è una libertà darwiniana, la “naturale” libertà del più forte di imporre la propria volontà ai più deboli e alle minoranze, mentre il democraticismo “politicamente corretto” è una violazione della legge della vita, che non ascolta le viscere del proprio “popolo” (tacendo ovviamente la costante manipolazione informatica e informativa a cui questo è sottoposto).

Fino a che punto questo neoautoritarismo è interpretabile con le categorie elaborate per analizzare la “personalità autoritaria” dal pensiero critico della Scuola di Francoforte (soprattutto da Adorno, Horkheimer, Fromm)? Quali sono invece le differenze dalle forme tradizionali del fascismo? In che modo le istituzioni mediatiche e culturali, e in particolare la scuola, divengono il crogiolo di formazione della personalità autoritaria attuale?

Ci si può chiedere se il connubio a cui assistiamo tra anarcoliberismo e autoritarismo sia una novità assoluta rispetto al culto dello Stato centrale attribuito ai regimi totalitari: è bene infatti ricordare che anche il fascismo, ai suoi inizi, si presentò con venature di ribellismo sovversivo non dissimili da quelle di un Milei o di un Bolsonaro. È presto per dire se anche il sovversivismo attuale possa evolvere in modo affine. Così come è incerto se il rapporto tra il “capo carismatico” e la massa possa portare agli stessi processi di identificazione studiati da Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “Siamo già in grado di intuire che il legame reciproco tra gli individui componenti la massa ha la natura di quest’ultima identificazione dovuta a un’importante comunanza affettiva; e possiamo supporre che questa comunanza sia data dal tipo di legame che si stabilisce con il capo (…). L’oggetto viene amato a causa delle perfezioni cui abbiamo mirato per il nostro Io e che ora, per questa via indiretta, desideriamo procurarci per soddisfare il nostro narcisismo (…), l’oggetto si è messo al posto dell’ideale dell’Io”.

Negli anni passati, capi fluidi, fragili e futili sono stati sostituiti a ritmo rapido, e la loro persona contava ben poco come focus di proiezioni collettive; duravano finché garantivano uno sfogo alle pulsioni aggressive, razziste e antisociali di individui materialmente impoveriti e depressi dalla crisi delle mitologie neoliberiste sul capitale umano o sull’imprenditoria di se stessi. Questo populismo disorganico e reattivo stentava a coagularsi in regimi effettivamente totalitari, per lo meno nelle forme conosciute nei Paesi occidentali. L’individualismo esasperato, che portava gli affiliati di Casa Pound o i seguaci di Trump a gridare nelle piazze “libertà, libertà”, sembrava più una variante estremizzata che un’alternativa politica al consueto dominio delle élite economiche e al consunto simulacro della democrazia rappresentativa.

Insomma, non sappiamo se questo estremismo individualistico potrà coagularsi in forme organizzate e ideologiche simili a quelle del fascismo storico. Ma certo, anche in mancanza di esse, si può sicuramente parlare di uno “stato d’animo” inquietante: il fascismo si afferma prima di tutto come condotta di vita, in un secondo tempo come credenza, e solo in ultimo come ideologia. È indubbio, in tal senso, uno sgretolamento pericoloso dell’ordine simbolico democratico, difficile da frenare, anche perché ben pochi potrebbero riconoscersi nell’Europa neoliberista nella sua versione attuale, altrettanto poco attraente dei regimi parlamentari degli anni Venti del Novecento, ed essa stessa propensa a negare i valori fondativi della fratellanza e dell’uguaglianza. Tanto è vero che, nel suo discorso di Monaco, Vance può permettersi un’inversione sistematica del discorso democratico, operando un’intensa “rivoluzione passiva”, di cui si conoscono pochi precedenti: “Non puoi ottenere un mandato democratico censurando i tuoi oppositori o mettendoli in prigione. Che si tratti del leader dell’opposizione, di un umile cristiano che prega nella sua casa o di un giornalista che cerca di riportare le notizie. Né puoi ricevere un mandato elettorale ignorando il tuo elettorato di base, o decidendo al posto suo, su questioni come: chi può far parte della nostra società?”. Chi mai potrebbe obiettare alla lettera di queste affermazioni? Salvo il fatto che l’umile cristiano prega per togliere il diritto all’aborto, il giornalista scrive a favore dei neonazisti, e il presunto “elettorato” vuole deportare i migranti. Ma il contenuto passa in secondo piano.

Nulla dimostra di più l’usura del discorso democratico quanto il fatto che le sue parole tradizionali possano essere ritorte contro di esso, senza che ciò appaia come una evidente forzatura e susciti scandalo. “Dobbiamo fare di più che parlare di valori democratici. Dobbiamo viverli” – ancora Vance. Assaltando per esempio Capitol Hill, o una sede della Cgil a Roma al grido, appunto, di “libertà, libertà”. Se una minoranza mi dà fastidio, in quest’ottica è pienamente comprensibile che io voglia “democraticamente” distruggerla e trasformare il suo territorio in una riviera per il turismo di lusso. I democratici governi europei non giungerebbero forse a tanto: a essi basterebbe costruire campi di internamento e assistere in silenzio alle deportazioni. Ma la logica con cui agiscono non è diversa da quella di chi la porta all’estremo: come potrebbe, da questo atteggiamento ipocrita, nascere una reale opposizione al nuovo autoritarismo?

Così possono apparire di triste attualità le parole pronunciate da Thomas Mann, in un discorso del 1930 riferito al nazismo, il quale si presentava come il nemico del vecchio “ciarpame ideologico”, opponendovi la “rivoluzionaria freschezza giovanile, il principio dinamico, la natura liberata dalla tirannia dello spirito, l’anima popolare, l’odio, la guerra. Questa è la reazione come rivoluzione, il grande regresso mascherato e imbellettato come impetuoso progresso” (in Nobiltà dello spirito e altri saggi); “alla eccentrica situazione psichica di una umanità sfuggita all’idea corrisponde una politica di stile grottesco, con maniere da esercito della salvezza, con convulsioni di masse, con scampanellii da fiera, alleluia e monotona ripetizione di parole d’ordine alla maniera dei Dervisci, finché tutti hanno la schiuma alla bocca. Il fanatismo diventa principio di salvezza, l’entusiasmo estasi epilettica…” (ancora Mann in Moniti all’Europa).

Tratti di questo genere non mancano certo alla nuova personalità autoritaria, che però vuole presentare se stessa come la logica conseguenza del neoliberalismo (anch’esso in crisi) e di un concetto deformato di democrazia diretta. Neoliberalismo più che neoliberismo: perché con il suo rilancio ad alzo zero del protezionismo l’amministrazione Trump sembra fuoriuscire dal liberismo economico in senso stretto (mentre con ogni probabilità rilancerà gli aspetti di macelleria sociale e di antropologia competitiva tipici del neoliberalismo). Ed è questa la novità del discorso di Vance. Per opporsi a questa nuova personalità autoritaria occorre un nuovo concetto di democrazia: che riporti al centro dell’attenzione l’eguaglianza sociale e l’equilibrio dei poteri, gravemente compromessi anche in quei Paesi europei che dovrebbero esserne i difensori.

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