A trent’anni esatti dalla conferenza di pace di Madrid, volete che non si tenti di riproporre quelle stesse (fallite) ricette? Lì al tavolo sedevano Stati Uniti e Urss, erano loro a farla da padrone, ma il mondo del “socialismo reale” era in via di disfacimento, il vento era cambiato, gli equilibri della guerra fredda erano morti. Il risultato fu una conferenza di pace ridicola, anticamera degli accordi di Oslo che contenevano in sé il fallimento di ogni possibilità di pace. Arafat seguiva da Tunisi le riunioni mediante la cornetta di un telefono alzato da un suo collaboratore ammesso a Madrid. 

Era il 30 ottobre del 1991. Ora Italia e Spagna provano a percorrere di nuovo le stanche orme della pace. È un tentativo di resuscitare l’Unione europea nel quadro del Mediterraneo, dove fino a ora abbiamo assistito alle scorribande del Pentagono che vince in Iraq, perde in Siria, vorrebbe riscrivere i confini in Libia, dove vince e poi perde; e poi all’arrivo dei turchi e dei russi, e così via, con sempre dietro l’angolo il nemico numero uno, l’Iran: qualche giorno fa gli Stati Uniti hanno ucciso almeno quattro persone lungo il confine iracheno, colpendo postazioni iraniane, inviando un messaggio molto chiaro, “vi colpiremo ovunque siate”.

In questo clima (e senza dimenticare i trumpiani accordi di Abramo, pensati solo allo scopo di costruire un nuovo spazio commerciale in Medio Oriente per Israele), Mario Draghi dieci giorni fa è volato a Madrid dove – oltre a concordare le posizioni in vista del Consiglio europeo – ha messo a punto, con il presidente Sánchez, un documento da presentare ai partner europei per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente, da quel che si sa ripercorrendo le soluzioni già avanzate in passato senza alcun successo.

Non è che si voglia fare gli uccelli del malaugurio. Le iniziative di pace sono le benvenute sempre, ma in questo caso l’immaginazione corre, più che a un tavolo di confronto, alla distruzione recente di Gaza o alla foto scattata qualche tempo fa dei militari israeliani che passeggiano armati fino ai denti davanti alla moschea di al-Aqsa. A Gerusalemme, ancora pochi giorni fa, le autorità israeliane hanno iniziato a demolire case e negozi dei palestinesi nel quartiere Silwan. Il piano è di espellere circa cento famiglie dalle loro case, speculare a quello di Sheikh Jarrah, che ha dato luogo alle recenti rivolte palestinesi represse nel sangue. L’intento è di espellere tutti i palestinesi da Gerusalemme est al fine di renderla una città esclusivamente israeliana. 
Capirete che l’obiettivo dell’azione europea a trazione italo-spagnola – di rendere la città santa capitale dei due Stati, mentre è in corso molto concretamente un piano per l’epurazione delle famiglie palestinesi – suona come molto ambizioso eppure come perdente. Forse addirittura ipocrita. Perché basato su slogan stantii, lontani dalla concretezza della realtà: repressione, mancanza di acqua, mancanza di tutto nei territori occupati, spezzettamento dell’area che avrebbe dovuto costituire il territorio nazionale palestinese.

Ripetiamo: è sempre bene che si parli di pace, ma in questo caso l’iniziativa più che “ardimentosa”, come sostiene il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, il più vicino all’establishment di Tel Aviv, ci pare assai pallida. 

Peraltro la collocazione israeliana nello scacchiere mediorientale continua a essere quella di sempre, e ad avere dunque una sua forza nel quadro dei programmi occidentali, mentre il passaggio di consegne da parte di Bibi Netanyahu, per quanto abbia portato qualche novità politica, non è certo un evento epocale che segni una discontinuità.

In casa palestinese, del resto, accanto ai mille problemi quotidiani, resta l’enorme questione della leadership, nient’affatto risolta, anzi aggravata dalla pervicacia con cui vuole mantenersi in vita il vecchio apparato di potere, ormai non più in grado di avere non diciamo una visione ma neanche un minimo di collegamento con il suo popolo: tanto che le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese hanno suscitato l’indignazione e la protesta popolare per l’uccisione dell’attivista, intellettuale e oppositore del presidente Abu Mazen, Nizar Banat, pestato a morte nella sua casa. Un episodio rivelatore non solo di uno stallo politico, ma di una crisi drammatica dell’Autorità nazionale palestinese. 

Il quadro complessivo, insomma, fa ritenere che qualsiasi accordo di pace, in questo momento, non possa che essere l’ennesimo tentativo di stringere la morsa attorno alle aspirazioni palestinesi.







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