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Home » Articoli » 5 – Strage Bologna. Le “squadrette” di Umbertino D’Amato

5 – Strage Bologna. Le “squadrette” di Umbertino D’Amato

Prosegue il processo sui mandanti della strage del 2 agosto 1980. Nell’aula del tribunale del capoluogo emiliano sfilano ufficiali, ex terroristi, ex brigatisti, fedeli servitori dello Stato e tristi figure andate su e giù dentro il mondo occulto del potere

29 Giugno 2021 Stefania Limiti  2205

Siamo alla diciannovesima udienza, tutte interessanti, ma colpisce la deposizione del 14 maggio scorso quando si è seduto sulla sedia dei testimoni un uomo al servizio dell’ex Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D’Amato (detto Umbertino per la sua statura). Si chiama Mario Ciccioni, artificiere esperto di antisabotaggio, emiliano doc, dal 1961 all’antiterrorismo in Alto Adige, poi dal fatidico 1969 alle strette dipendenze di Silvano Russomando, numero due di quell’ufficio in cui è stata affogata la democrazia.

Si possono perdere i nervi a seguire quell’udienza: non si capisce se i microfoni in aula funzionino poco (si sente tutto bene in verità) o se il problema è che gli anni fanno abbassare talvolta l’udito o, ancora, se l’ex poliziotto Ciccioni trovi innaturale portare alla luce del sole le pratiche del sottosuolo. In ogni caso, tra una domanda e l’altra, e nonostante l’avversità dell’acustica, Ciccioni, chiamato a testimoniare sul ruolo degli Affari riservati – visto che il direttore dal 1971 al 1974, Federico Umberto D’Amato, è ritenuto dalla Procura generale di Bologna tra i mandanti e gli organizzatori della strage bolognese – ha raccontato che, nell’immediatezza del 12 dicembre 1969, venne mandato dal suo diretto superiore Russomando alla “Valigeria al Duomo” di Padova che vendeva borse come quella esplosa alla Banca dell’Agricoltura nella milanese piazza Fontana, diciassette morti, quasi novanta feriti, l’inizio della strategia della tensione di stampo neofascista. Ma l’Ufficio affari riservati si guardò bene dal parlare della preziosa pista che portava direttamente a Ordine nuovo e al neonazista Franco Freda, che in effetti acquistò di persona quella borsa nella cittadina veneta, come venne accertato solo molto tempo dopo.

Sappiamo perché era necessaria tutta quella riservatezza: bisognava incolpare gli anarchici. Soltanto nel 1972, mentre indagava Gerardo D’Ambrosio, saltò fuori che la valigeria padovana era stato il luogo prescelto dagli stragisti per i loro acquisti. Al tempo i negozianti dissero che qualcuno era andato a far loro domande, ma poi non ne seppero più nulla: andò il poliziotto Ciccioni, mandato da Russomando e dall’Ufficio affari riservati per le loro inchieste parallele. Funzionava così. Esistevano le famose “squadrette” agli ordini di Federico Umberto D’Amato che si recavano sui luoghi in cui era avvenuto qualcosa di politicamente molto caldo, raccoglievano prove, davano occhiate se ne andavano e poi depistavano, oppure impistavano. E ancora c’è chi crede che sappiamo tutto, e che sia un esercizio alquanto sciocco quello della ricerca della verità. 

Tra i suoi molti “non ricordo”, Ciccioni ci ha fornito questo spaccato già noto, in particolare compreso e descritto dall’allora giudice istruttore Carlo Mastelloni, uno squarcio su un Paese nel quale lo Stato non è sovrano, cedendo pezzi di potere a uomini come Federico Umberto D’Amato che non lo ha mai ceduto, ovvio, se ancora nel 1987 aveva rapporti riservati con Umberto Pierantoni, direttore centrale della polizia di prevenzione (ex Ufficio affari riservati): “Prelevavo buste bianche da D’Amato”, racconta sempre Ciccioni, “con sopra la scritta Piero, da intendersi il dottor Pierantoni. Era nel 1987. Portavo anche buste da Pierantoni a D’Amato, ma non so se ci fossero dei soldi, non credo. Può anche darsi, ma non ne ho conoscenza”.

Una udienza insomma interessante quella in cui è intervenuto Ciccioni, ancorché molto amara se la si guarda nell’ottica degli assetti democratici dello Stato.

Venerdì scorso si è svolta la diciannovesima udienza nella quale abbiamo appreso della riunione Nar-avanguardisti alla Odal Prima, società di import-export fondata da Roberto Palladino, esponente, insieme al fratello Carmine, di Avanguardia nazionale, organizzazione fondata e da sempre guidata da uno degli uomini chiave della strategia della tensione, Stefano delle Chiaie ­– della quale faceva parte anche Paolo Bellini imputato in questo processo e di cui vi abbiamo già detto su queste pagine (https://www.terzogiornale.it/2021/04/28/4-strage-bologna-aperto-il-processo-riguardo-ai-mandanti/). La riunione si tenne il 4 marzo1982, c’erano anche membri dei Nar: Gilberto Cavallini, Francesca Mambro e Giorgio Vale.

La Odal Prima era una sorta di “cassaforte” di Avanguardia nazionale, e per circa un mese e mezzo, a partire dal febbraio 1982, i carabinieri, su delega dei magistrati bolognesi che indagavano sulla strage, si appostarono davanti ai suoi uffici per osservare i movimenti dei personaggi legati all’estrema destra. Gli uffici erano inoltre sede della Odal, un’altra società con soci sempre i fratelli Palladino e Piero Citti (intestatario della sede), l’autista di Delle Chiaie, che si occupava di consulenze patrimoniali. Tra i personaggi identificati dai carabinieri come partecipanti alla riunione del 4 marzo c’erano anche altri esponenti di Avanguardia nazionale, come Maurizio Giorgi, Adriano Tilgher ed Emanuele Pintus. Mentre, durante un precedente appostamento, il 6 febbraio, uno dei militari riconobbe Aldo Semerari, lo psichiatra legato a doppio filo all’estrema destra. Della Odal Prima ha parlato anche il generale Giorgio Tesser, che nel 1989 redasse un rapporto di oltre settecento pagine sull’eversione nera, basandosi anche sulle relazioni del 1982. “I telefoni della società vennero intercettati ­– ha spiegato Tesser – e risultarono diverse le chiamate di Stefano Delle Chiaie, che confermarono i rapporti tra i soci della Odal e membri di Avanguardia nazionale”. Tra i clienti della società, figurava anche la Sofint del faccendiere Flavio Carboni. 

Seguendo i soldi, dunque, si potrà delineare un quadro preciso dell’estrema destra; e si potrà definitivamente mandare in soffitta quella narrazione attorno allo “spontaneismo armato” servita per costruire l’alone innocentista intorno a Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, più che a capire davvero come andarono le cose.

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TagsFederico Umberto Damato Mario Ciccioni Silvano Russomando Stefania Limiti strage bologna

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