Grillini verso l’implosione o verso il mutamento di pelle nella cultura e nella pratica di governo? Due approdi personificati da Beppe Grillo e da Giuseppe Conte, che intanto non si parlano, se non attraverso le indiscrezioni che trapelano da una parte e dall’altra. Forse si va verso nessuno di questi due approdi estremi, ma in direzione di un declino difficilmente arrestabile che passa nell’immediato da una mediazione tra i due leader, pena la deflagrazione reciproca. Prima o poi dovranno riconciliarsi o divorziare.

La contraddizione è palese. I 5 Stelle se non cambiano muoiono, se restano uguali a se stessi muoiono lo stesso, o si riducono a una pattuglia di guastatori guidati da Alessandro Di Battista. Tornare alle origini del “contro tutto e tutti” è impossibile. Troppa acqua è passata sotto i ponti, troppe giravolte politiche sono state effettuate. Era tuttavia troppo facile pensare che Conte avrebbe avuto una via spianata davanti a sé fatta di rose e fiori.

Dopo la conferenza stampa di Conte di lunedì, è intanto gelo al vertice. “Ha esagerato”, avrebbe confidato Grillo, a cui non sono piaciuti gli inviti a superare la “diarchia” e l’affermazione che l’ex premier non è disponibile “per tutte le stagioni”. Secondo il comico e le indiscrezioni, “Conte ha usato toni arroganti e non cerca il dialogo”. Lo scontro è sulle leve del comando e sulla natura di ciò che possono diventare i 5 Stelle. Conte non rinuncia a presentare statuto e linee programmatiche di un nuovo movimento collocato nel centrosinistra e alleato con il Pd: ne chiederà il voto al movimento. Grillo vuole rimanere l’“elevato”, il deus ex machina: conservare cioè i poteri di veto sulle scelte del movimento, pur avendo dato via libera lui stesso prima al governo con il Pd e poi con Draghi premier.

Il movimento può però diventare un partito con tanto di organi e gruppi dirigenti, programmi politici e non solo iscritti su una piattaforma telematica? Può diventare una forza “moderata” contro la vocazione originaria rivoluzionaria a parole? Lo scontro, per ora, è sullo statuto a cui lavorano Conte e Vito Crimi, del comitato di garanzia del movimento, fedelissimo di Grillo. In quel documento si deciderà pure se rimarrà il vincolo, con eccezioni, di non superare i due mandati per gli eletti nelle istituzioni (tema caro a deputati e senatori, a iniziare da Di Maio, ministro degli Esteri).  

A pagare il prezzo più alto delle eventualità in campo per il futuro dei 5 Stelle sarà in ogni caso il Pd che, con la segreteria di Enrico Letta, ha puntato tutte le sue carte sull’alleanza politica ed elettorale con i pentastellati. Già quel dialogo scricchiolava sul fronte delle scelte per le elezioni amministrative (pochi accordi nelle città), in queste settimane il rischio è che tutto possa saltare per aria qualora Conte e Grillo non medino tra loro. Il dramma del Pd è la consapevolezza che sul piano delle alleanze e di una possibile coalizione di centrosinistra non ci siano alternative, se non enfatizzando i ruoli dei centristi alla Renzi e Calenda: un vero incubo.   

Ci sono massime che resistono pure ai nostri giorni: i partiti, per essere tali, devono avere un’idea del mondo e dell’Italia, oltre che rappresentare precisi interessi sociali. La “forma partito” può essere poi “leggera”, “liquida” o “pesante”, ma per un partito quelle due condizioni di partenza sono essenziali. I 5 Stelle sono nati, invece, sull’onda dell’antipolitica, cioè della crisi del rapporto tra politica e società che la sinistra non seppe vedere o invertire e comunque sottovalutò. Il successo dei 5 Stelle è avvenuto grazie alla lotta contro i privilegi della politica (dai vitalizi in avanti). Il capolinea si è raggiunto con la partecipazione al governo. Prima con la destra, poi con il centrosinistra, poi ancora con l’unità nazionale e con Draghi premier. Una volta tutto questo si sarebbe chiamato “trasformismo”, genere politico nel quale gli italiani sono difficilmente battibili fin dai governi ottocenteschi.

L’Italia infatti fa sempre caso a sé. Anche in politica. Senza scomodare il fascismo come invenzione politica italiana, la Dc era un partito unico nel suo genere: con il corpo al centro ma con occhi che guardavano di volta in volta a sinistra o a destra. C’è stato pure l’Uomo qualunque (1946), ben prima dei 5 Stelle, come movimento né di destra né di sinistra, di pura rivolta nei confronti della nascente “democrazia dei partiti” che si stava insediando nel dopoguerra.

Siamo ora l’unico paese europeo dove un brillante e intelligente comico ha formato un movimento che ha toccato il 32% dei consensi elettorali nel 2018, con centinaia di miracolati eletti alla Camera e al Senato a colpi di “vaffanculo”, ed è andato al governo in coalizioni di segno diverso. Prima ancora abbiamo avuto un imprenditore che, in barba alle regole del mercato e dei conflitti di interesse, ha fondato un partito ed è diventato premier dominando la scena per un ventennio senza abbandonare i suoi interessi economici. In Francia, il comico Coluche, antesignano di Grillo politico, fu bloccato nel 1981 sul nascere come fenomeno politico. In Francia, Germania e Spagna leggi precise impediscono nuovi casi Berlusconi. Qualche volta l’Italia fa addirittura scuola.

Come finirà nell’attualità la telenovela 5 Stelle? È probabile che il Comico (Grillo) e il Professore (Conte) trovino punti d’incontro per non morire. Quanto fragili o duraturi, saranno i fatti a dircelo.

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