C’è qualcosa di terribile in questa vicenda del massacro dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ed è il silenzio assordante del governo. Ma nel pomeriggio filtra l’esito di una riunione a Via Arenula, al ministero della Giustizia, nella quale sono state prese le distanze dal massacro del carcere di Santa Maria Capua Vetere: “Sconcertati dalle immagini diffuse, i partecipanti (alla riunione N.d.R.) hanno espresso la più ferma condanna per la violenza e le umiliazioni inflitte ai detenuti, che non possono trovare né giustificazioni né scusanti”. È vero che dobbiamo far lavorare la magistratura e la polizia giudiziaria, nei confronti dei quali “il governo esprime la massima fiducia”; ma le immagini dei video dei massacri impongono una presa di posizione ufficiale, radicale. Al di là delle responsabilità penali, che sono sempre individuali, Santa Maria Capua Vetere conferma che la filiera del comando si è inceppata. Qualcosa ha fatto corto circuito.

L’unico politico sceso in campo, Matteo Salvini, ha prima solidarizzato con gli agenti della Penitenziaria, poi – abbiamo avuto questa sensazione – ha cercato un silenzioso dietrofront di fronte alle immagini dei pestaggi indifendibili.

Dopo trentasei ore dagli arresti si è svegliato il Pd e ha chiesto al ministro della Giustizia di andare in parlamento a spiegare lo stato dell’arte delle carceri.

Dobbiamo interrogarci su questi agenti della Penitenziaria che hanno mostrato un tasso di sadismo e di violenza brutale intollerabile. Era già accaduto giusto vent’anni fa a Genova, durante il G8 del luglio del 2001, alla caserma Bolzaneto. In quella caserma si cantava “Faccetta nera” e i ragazzi fermati venivano torturati e pestati. Il responsabile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, delegato al controllo di Bolzaneto, era inspiegabilmente assente. E poi la scuola Diaz e le violenze contro un centinaio di ragazzi. Per quella notte drammatica hanno pagato funzionari e dirigenti della polizia, non gli autori dei pestaggi. La magistratura genovese aveva bisogno di trovare dei colpevoli a tutti i costi.

Non parliamo degli scontri di piazza, dei tentativi di sfondamento della zona rossa. Cinquant’anni di manifestazioni – prima da partecipante, poi da osservatore giornalista – mi hanno insegnato che la maggior parte delle volte è il movimento che decide se forzare le disposizioni di ordine pubblico. E a Genova gli scontri furono pesantissimi, da ambo i fronti. Durante un tentativo di sfondamento di una jeep dei carabinieri, un militare accerchiato sparò uccidendo un manifestante, Carlo Giuliani. Credo che l’assassinio di Giorgiana Masi, nel 1977, sul ponte Garibaldi di Roma rappresenti una pagina nera nella storia delle forze di polizia. Ma un conto sono gli scontri di piazza – e la bravura di chi comanda le forze dell’ordine sta nel ridurre al minimo gli effetti degli scontri, anzi di prevenirli –, un’altra le torture. E prima di Genova, solo per testimoniare un altro gravissimo episodio, ci furono i pestaggi alla caserma Garibaldi di Napoli, nel corso di una manifestazione in piazza Municipio. Qualcuno volle leggere i fatti di Napoli come una palestra di allenamento prima del G8 di Genova.

Quello che è successo a Bolzaneto e alla Diaz è qualcosa di diverso. E si è ripetuto in diverse occasioni. Penso alla caserma dei carabinieri di Levante, Piacenza, dove cinque militari furono arrestati per torture, spaccio di stupefacenti, estorsioni.

E poi i pestaggi nelle carceri e le inchieste giudiziarie. Durante i primi giorni della pandemia, nel marzo del 2020, furono 22 gli istituti penitenziari coinvolti nelle rivolte e nelle proteste. Per gli episodi accaduti in quelle ore, diverse procure della repubblica stanno indagando, e non possiamo escludere che altri provvedimenti possano essere adottati nei confronti di altri agenti della Penitenziaria.

Dopo le immagini girate sul web, la lettura delle chat degli agenti alla vigilia del massacro non possono esserci dubbi. È vero, i processi si fanno nelle aule giudiziarie e non fuori. Ma mai come in questo momento c’è bisogno di un forte segnale di discontinuità. Non c’è nessuno, per fortuna, che copra gli agenti indiziati e arrestati. Sarebbe un bel segnale se la ministra di Giustizia dicesse sin da ora che il ministero si costituirà parte civile nel processo. E non solo per dire che siamo con i detenuti pestati e torturati, ma per difendere il corpo della Penitenziaria offeso dalla violenza brutale di decine di torturatori, che meritano di essere licenziati e di scontare le pene che il tribunale deciderà di comminare loro.

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