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Tag: pace

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In Colombia la strategia di “pace totale” voluta da Petro

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Libertà o pace? Dialogo sulla guerra

Eleuterofilo – Ciao. Allora stai andando alla manifestazione per la pace in Ucraina? Tirannofilo – Certo. E tu? Cosa ne pensi? E. Potrei anche partecipare: però...

La guerra, la pace e la “non equidistanza”

C’è un ritornello che si sente ripetere spesso da quelli che pure si dichiarano per l’avvio di un processo di pace in Ucraina: non siamo equidistanti. Il che vorrebbe dire che siamo con l’Ucraina e contro l’aggressione russa. Peccato che ciò comporti un’implicazione, invece sottaciuta. E cioè che la “non equidistanza” ha come conseguenza logica che, se si vuole passare dagli attuali combattimenti alla cieca a una guerra che almeno si svolga con la contemporanea apertura di un negoziato – primo passo per giungere a una tregua e poi, forse, a una pace armata –, si debba anzitutto persuadere Zelensky che non è possibile proseguire così, e che l’aspirazione a riprendersi tutti i territori annessi dalla Russia, a partire dal 2014 con la Crimea, è irrealistica. Volere vincere – cosa impossibile, dati i rapporti di forza e la minaccia nucleare – significa eternizzare la guerra, o farla addirittura precipitare verso un conflitto mondiale.

Stare a fianco dell’Ucraina, da parte dell’Occidente, vorrebbe allora dire intervenire sul governo ucraino affinché comprenda (al di là della questione dell’invio di armi, che possono essere concesse o no, a seconda della situazione bellica) che deve rinunciare a una parte dei propri territori in cambio della pace: perché unicamente sulla base di questa consapevolezza si potrà aprire la porta a una trattativa. Diversamente, sarà guerra all’infinito – finché, secondo alcuni, la Russia (magari senza Putin) deciderà di ritirarsi completamente… Ma quando? E a quante uccisioni e distruzioni dovremo ancora assistere nel frattempo?

La pace secondo Francesco

È della religion il fin l’ipocrisia? Rispondere di sì o di no sarebbe sciocco. Però la domanda è importante. E la visita del presidente...

Sant’Egidio: il realismo dell’utopia

La piccola Onu. Così è stata chiamata la Comunità di Sant’Egidio, storica associazione cattolica fondata nel 1968 da Andrea Riccardi, non a caso tre...

Pace o abisso

La spirale non si ferma, siamo nel mezzo di una escalation senza precedenti nel cuore dell’Europa: da una parte si dice di volere riprendersi tutti i territori, compresa la Crimea (annessa alla Russia dal 2014), e per questo si compiono anche attentati, come l’ultimo, che ha distrutto il ponte di Kerch; dall’altra, si risponde con le rappresaglie, tornando a bombardare Kiev e altre città ucraine, facendo strage di civili. È evidente che così si finisce dritti nel precipizio (se non ci si è già). Gli Stati Uniti decidono la consegna di nuove armi, ancora più potenti, a Zelensky. L’Unione europea seguita con il refrain che le prospettive di pace – quando, a quali condizioni, in che modo – sono nelle mani degli ucraini, che devono essere padroni del loro destino.

Ebbene, sarebbe il caso di dire con forza che non possono esserlo. Se l’Ucraina, da alleata, vuole diventare parte integrante dell’Unione, entrando in essa a pieno titolo, dovrebbe concordare con il resto dell’Europa le modalità per arrivare – se non altro – a un cessate il fuoco. Nessuno si aspetta una pace duratura nei prossimi anni: ma qualsiasi tregua, anche temporanea, potrebbe profilarsi solo sulla base di un’accettazione almeno parziale – da parte dell’Ucraina – del fatto compiuto. Zelensky e i suoi dovrebbero comprendere che riprendersi la Crimea, per esempio, è fuori portata. La Russia potrebbe ritirarsi, un giorno, anche da lì – ma a quale prezzo? Dopo quanti altri morti nelle città ucraine?

La favola bella di Di Maio

Se non fosse che l’epoca poco si presta a fare dello spirito, verrebbe quasi da liquidare con una battuta la proposta per la pace in Ucraina avanzata dal governo italiano per bocca del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, riducendola ai termini di una favoletta da raccontare la sera ai bambini, quello che a Napoli potrebbe chiamarsi “trattenemiento de peccerille”. I quattro punti per la pace, che Di Maio ha sottoposto un paio di giorni fa, a New York, al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, meritano invece un’analisi attenta, dato che, viste le minacce sempre più gravi che incombono sull’Europa, vale la pena di riflettere su ogni proposta che viene avanzata, possa essa sembrare più o meno praticabile o sensata. Il documento – i cui contenuti sono stati anticipati ieri da “Repubblica”, e che è stato elaborato dalla Farnesina in collaborazione con Palazzo Chigi – è stato per ora illustrato in dettaglio unicamente ai diplomatici dei ministeri degli Esteri del G7 e del Quint (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia).

Riassumiamo quanto è emerso finora del testo, di cui non è stato ancora possibile prendere visione integralmente. Si prevede un percorso in quattro tappe, sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di facilitazione, composto da Paesi membri della Unione europea, cui si affiancherebbero anche Paesi non europei ma membri dell’Onu. Il primo passo è il cessate il fuoco, poi verrebbe discussa la possibile neutralità dell’Ucraina, cui seguirebbe l’analisi delle questioni territoriali – Crimea e Donbass in primis –, e infine si darebbe vita a un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. A ogni singolo passaggio, andrebbe verificata l’osservanza degli impegni assunti delle diverse parti, chiave per poter passare al livello successivo delle trattative.

Pace o guerra? Una replica a Riccardo Cristiano

No, caro Riccardo, non direi che la ragione per cui in Occidente non ci si appassioni più di tanto a questa guerra – e, da parte di alcuni, si voglia mettere a essa uno stop al più presto, anche al prezzo di una resa di Zelensky e dei suoi – sia da ricercare nel fatto che “noi” non crediamo più in nulla (il che darebbe ragione alla propaganda di Putin e a quella del suo fustigatore dei costumi, il patriarca di Mosca). Sono piuttosto le forti preoccupazioni per un allargamento del conflitto, e per il rischio di scivolare in una guerra mondiale, che fanno propendere coloro che amano la pace verso una sua rapida risoluzione, anche a costo di preferire che il Paese aggredito perda una parte delle proprie città e dei propri territori. La battaglia per la battaglia che senso avrebbe? E che cosa potrebbe mai significare, per gli ucraini, “vincere” la guerra se non sedersi comunque a un tavolo per cercare di raggiungere un compromesso, oggi, dopo la loro resistenza, in una situazione meno sfavorevole di quella in cui si sarebbero trovati se si fossero sottratti allo scontro? A essere in gioco, però – e questo deve esserci chiaro –, è un urto tra nazionalismi. In Ucraina, ancor più che in Russia, esiste una corrente di opinione, una voce contraria alla guerra, disposta velocemente a porvi fine?

Su queste colonne ho sostenuto la necessità di inviare armi all’Ucraina – ma per costringere la Russia, in un soprassalto di realismo politico, a trattare. Non si tratta di battersi, con il coltello tra i denti, per i propri “valori”, per la democrazia e la libertà, che possono essere anche soltanto vuote parole; si tratta della ricerca di una via negoziale, nelle mutate circostanze, che sono quelle conseguenti all’aggressione russa. In questo senso gli aiuti, da parte dell’Occidente – a parte quelli umanitari, che devono essere senza limiti e ad ampio raggio –, dovrebbero essere subordinati alla certezza che in Ucraina non prevalga una linea ultranazionalista, quella espressa dal famigerato battaglione Azov (che, da gruppo paramilitare che era, fu integrato a pieno titolo nelle forze armate regolari).

Tra la Russia e l’Ucraina una mediazione cinese?

La crisi ucraina ci deve fare riflettere sul fatto che gli Stati Uniti e l’Unione europea non hanno ancora saputo, o voluto, risolvere i...