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Home » Editoriale » La guerra, la pace e la “non equidistanza”

La guerra, la pace e la “non equidistanza”

7 Novembre 2022 Rino Genovese  1197

C’è un ritornello che si sente ripetere spesso da quelli che pure si dichiarano per l’avvio di un processo di pace in Ucraina: non siamo equidistanti. Il che vorrebbe dire che siamo con l’Ucraina e contro l’aggressione russa. Peccato che ciò comporti un’implicazione, invece sottaciuta. E cioè che la “non equidistanza” ha come conseguenza logica che, se si vuole passare dagli attuali combattimenti alla cieca a una guerra che almeno si svolga con la contemporanea apertura di un negoziato – primo passo per giungere a una tregua e poi, forse, a una pace armata –, si debba anzitutto persuadere Zelensky che non è possibile proseguire così, e che l’aspirazione a riprendersi tutti i territori annessi dalla Russia, a partire dal 2014 con la Crimea, è irrealistica. Volere vincere – cosa impossibile, dati i rapporti di forza e la minaccia nucleare – significa eternizzare la guerra, o farla addirittura precipitare verso un conflitto mondiale.

Stare a fianco dell’Ucraina, da parte dell’Occidente, vorrebbe allora dire intervenire sul governo ucraino affinché comprenda (al di là della questione dell’invio di armi, che possono essere concesse o no, a seconda della situazione bellica) che deve rinunciare a una parte dei propri territori in cambio della pace: perché unicamente sulla base di questa consapevolezza si potrà aprire la porta a una trattativa. Diversamente, sarà guerra all’infinito – finché, secondo alcuni, la Russia (magari senza Putin) deciderà di ritirarsi completamente… Ma quando? E a quante uccisioni e distruzioni dovremo ancora assistere nel frattempo?

È un punto essenziale, questo, per qualsiasi tipo d’impegno: si interviene all’interno del proprio campo per far sì che le cose prendano una piega diversa. Nel caso specifico, non ha alcun senso continuare a ripetere che i russi sono gli aggressori, perché, nonostante ciò sia del tutto vero, oggi come oggi serve soltanto ad andare avanti con una guerra nata per questioni di confine che, fin dall’inizio, avrebbero dovuto trovare una soluzione diplomatica. Essere russi o ucraini per molti cittadini – si potrebbe dire, per la loro stragrande maggioranza – è del tutto indifferente se il prezzo da pagare, al fine di risolvere la controversia, è la morte. Il gioco non vale la candela. E il pacifismo, che sa perfettamente quanto ciò sia saggio, s’impegna all’interno del proprio campo, che è quello occidentale, per spingere verso un negoziato.

Tuttavia l’interesse degli Stati Uniti di Biden – al momento, cioè alla vigilia delle elezioni di midterm – sembra che sia ancora quello di continuare la guerra. Vedremo se non ci sarà una correzione di rotta dopo il passaggio elettorale. Intanto, proprio gli europei, che sono maggiormente colpiti dalla guerra, non fanno nulla per fermarla. L’Europa ripete come un disco rotto che la pace sarà quella che gli ucraini vorranno, quando e come la vorranno. Ciò è assurdo: proprio perché gli europei stanno dalla parte degli ucraini, hanno il diritto-dovere di proporre qualcosa ai loro alleati. E la prima cosa da suggerire sarebbe che così non si può continuare, e che un processo che arrivi, se non altro, a una tregua potrà essere aperto solo con la disponibilità, da parte dell’Ucraina, alla rinuncia ad alcuni dei territori annessi dalla Russia.

Ma – si dice – si darebbe così un premio a Putin che, con l’invasione, ha violato il diritto internazionale. A un certo punto – è questa la risposta pacifista all’obiezione – una trattativa diplomatica, per essere realistica, deve fare delle concessioni all’avversario. E lo stesso diritto internazionale, pur importantissimo, non può essere invocato al fine di sottrarsi a un processo di relativa riconciliazione che – lo sappiamo – sarà lento e incerto, ma è anche l’unica carta da giocare per evitare l’abisso.

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Archiviato inDossier Editoriale Ucraina
Tagsdiplomazia guerra Joe Biden non equidistanza Occidente pace Rino Genovese Russia tregua Ucraina

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