Da un lato l’eterno conflitto con Israele e la cancellazione di ogni speranza legata agli accordi di pace del 1993. Dall’altro, lo scontro con Hamas che dal 2007 controlla la striscia di Gaza. E nel mezzo la stanchezza dei palestinesi dei territori della West Bank, desiderosi di una nuova e credibile classe dirigente. Sono questi i problemi drammatici, tra loro inesorabilmente intrecciati, che stanno lentamente consumando l’Autorità nazionale palestinese, presieduta dal 2005 da Abu Mazen e dal capo del governo Mohammad Shtayyeh. Insomma, proprio il successore di Yasser Arafat è diventato un problema serio che si aggiunge alla stessa feroce e decennale occupazione israeliana.

Eletto nel 2005 – un anno dopo la misteriosa, ma non troppo, morte del vecchio leader dell’Olp –, Abu Mazen avrebbe dovuto lasciare la presidenza dell’Anp nel 2009, ma ha in realtà creato le condizioni per restare di fatto fino a ora utilizzando una non ben precisata clausola costituzionale.

L’ultima consultazione elettorale per il rinnovo del parlamento è rimasta così quella del 2006, quando vinse Hamas ottenendo 74 dei 132 seggi disponibili. Previste lo scorso maggio le elezioni – finalizzate a eleggere, nell’ordine, il parlamento palestinese, il presidente dell’Autorità palestinese e il parlamento dell’Olp – sono state per l’ennesima volta rinviate con la scusa che gli israeliani non avrebbero consentito il voto a Gerusalemme est. Ma in realtà, più verosimilmente, perché il partito di Abu Mazen, Fatah, subirebbe un crollo importante.

Ormai corrotta e sclerotizzata, la sua leadership ha così trasformato l’Anp in una sorta di regime autoritario. Le inevitabili proteste hanno scatenato la brutale repressione del “regime”. La scorsa estate, trenta attivisti sono stati arrestati in due giorni, evento che ha fatto seguito a un episodio ancora più grave: il pestaggio e l’uccisione a Hebron del dissidente Nizar Banat, colpevole di aver denunciato sui social la corruzione del governo e invitato i paesi occidentali a bloccare gli aiuti all’Anp, perché colpevole di gravi violazioni dei diritti umani.

Questo quadro drammatico è accompagnato da un isolamento ben tangibile in questi ultimi mesi e anni nelle varie assise internazionali. È il caso degli accordi di Abramo del settembre 2020, quando l’amministrazione Trump riuscì a normalizzare i rapporti tra Israele, Emirati arabi uniti, Bahrein e, successivamente, Sudan e Marocco, marginalizzando la questione palestinese, divenuta solo uno strumento di scambio in favore di interessi geopolitici piuttosto che un problema da risolvere per conseguire una pace regionale ritenuta, un tempo, strettamente legata alla soluzione di quel conflitto.

E quando invece si decide di affrontare il problema del rilancio dei negoziati di pace, come successo lo scorso gennaio al Cairo, a incontrarsi sono stati solo i ministri degli Esteri egiziano, giordano, francese e tedesco, senza nessun rappresentante palestinese. Una vera e propria umiliazione segno appunto dell’invisibilità del presidente dell’Anp. Per non parlare dell’assoluta inutilità dell’incontro tra Abu Mazen e il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, vista l’immediata smentita da parte del premier Naftali Bennett di qualsiasi avvio di un’iniziativa diplomatica.

Tutto questo circondato dal sostanziale silenzio degli Stati Uniti. Il presidente Biden, incontrando Bennett lo scorso agosto, si è limitato a chiedere di allentare la morsa che ha trasformato la vita dei palestinesi in un inferno, dicendosi disponibile a un aiuto economico ma dichiarando anche che la risoluzione della questione palestinese non costituisce una priorità nella sua agenda.

Sul tema, il successore di Netanyahu non è diverso dal suo predecessore. Malgrado la presenza di partiti di sinistra e di un ministro islamico nella coalizione che presiede, non vuole sentire parlare di Stato palestinese, confermando così l’ipocrisia di chi continua a auspicarne la nascita, vedi l’Unione europea, ben sapendo che, almeno per il momento, si tratta di un’utopia. Di fronte a nuovi morti palestinesi, tra i quali anche bambini, di fronte alle distruzioni di case da parte dei coloni, ai controlli estenuanti ai check-point – tutti denunciati da una Onu peraltro impotente –, l’unica cosa che il premier dello Stato ebraico ha promesso è la riduzione dell’intensità del conflitto anziché la risoluzione dello stesso. Insomma ciò che ha chiesto il capo della Casa Bianca.

Messo in un angolo Mahmoud Abbas (così viene anche chiamato il presidente palestinese), cerca di riprendere un’iniziativa politica che gli consenta di recuperare consenso. Come racconta la testata “The new arab”, realizzata a Londra ma finanziata dal Qatar, alla recente assemblea generale delle Nazioni unite ha lanciato un ultimatum: “Un anno per porre fine all’occupazione dei territori palestinesi” inteso come un punto di svolta della diplomazia palestinese. Tuttavia senza precisare che cosa accadrà nel caso il proclama venisse, cosa certa, ignorato dalle autorità israeliane.

Del resto il presidente dell’Anp non è nuovo a esternazioni di questo genere: nel 2010 minacciò di sciogliere l’Anp. Stessa cosa quattro anni dopo, mentre nel 2020 ventilò la possibile fine del coordinamento della sicurezza con Israele. “L’aspetto ripetitivo di questi grandi annunci politici – scrive la testata anglo-araba – è analogo al girare a destra così tante volte che si finisce al punto di partenza originario. Il motivo principale per cui l’Anp continua a fare queste dichiarazioni è mantenere una rilevanza politica, vivere un altro giorno”. Dichiarazioni così altisonanti servono appunto a recuperare, per quanto è possibile, consenso tra la popolazione palestinese.

Sullo sfondo resta un contesto internazionale che solo apparentemente dà adito a qualche speranza. Abbas ha annunciato di rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia al fine di incoraggiare la comunità internazionale a fare pressioni su Israele. Per Riyadh Mansour, rappresentante della Palestina all’Onu, “rimane un consenso internazionale sulla fine dell’occupazione e il discorso del presidente Abbas e l’approccio diplomatico palestinese restano per fare appello a questo consenso internazionale, e per passare da una mera posizione politica a passi pragmatici e pratici”.

Diversa l’opinione dell’analista politico Esmat Mansour per il quale quanto ipotizza l’Anp “non è realistico, semplicemente perché non si basa su una volontà politica di uscire dal monopolio statunitense sul processo di pace, ma piuttosto sul rilanciare lo stesso vecchio processo politico che la maggior parte dei palestinesi già ammette essere morto”. Se a questo aggiungiamo che il famoso quartetto – Usa, Russia, Unione europea e Onu – al quale Abbas fa ancora riferimento per rilanciare una conferenza di pace è di fatto morto, come sostiene ancora Mansour, il quadro non propende a una valutazione ottimista.

Per finire, è doveroso spezzare una lancia a favore di Abu Mazen. Non ci sono scuse, la sua politica che coniuga repressione e svilimento della democrazia è grave. Ma lo scenario internazionale è bloccato e i suoi tentativi, pur apprezzabili, si scontrano contro un muro di gomma. La Palestina è, da decenni, sola e dimenticata, e il destino del suo popolo non interessa ormai a nessuno.

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